Di Massimo Biagioni

Che botta al castello di carte che avevamo messo per benino! Tutto cambia.

Eccezionale volatilità dei flussi elettorali, e non più solo per la Borsa! Vedi la parabola Renzi col PD dal 24% al 40% per tornare al 18%, vedi i 5 stelle atterrati con le europee al 17% dopo aver sfondato il 30% a livello nazionale, vedi la Lega raccolta da percentuali a una cifra e ora issata a quasi il 35%. Ma vengono tante indicazioni.

La lista Fratelli d’Italia non è stata prosciugata dalla Lega, anzi; l’elettorato dei 5 stelle che sarebbe stato di sinistra ha smentito tutti; la famosa prateria a sinistra del PD non c’è per niente: c’è purtroppo da rilevare che le liste di centro sinistra minori (Verdi, +Europa, Comunisti, La Sinistra) nazionalmente non passano il quorum e “buttano” l’8,06% di consensi, e in totale quasi 3 milioni di italiani rimangono senza rappresentanza. Il risultato è il 41% di italiani che alle europee hanno votato a destra (senza contare Forza Italia) e che aumenta in termini di seggi.

Un comportamento schizofrenico dell’elettorato italiano, che era uno dei più stabili d’Europa e che modificava solo limitatamente il consenso ai partiti: fino agli anni ‘90 le sconfitte clamorose di PCI o DC per 5 punti facevano commentare e studiare i flussi per settimane. Sarà una modificazione da tenere a mente per il futuro.

Tra europee e comunali, infatti, non torna niente. Come se nella competizione per Strasburgo si fosse votato per segnalare uno stato d’animo o una richiesta di svolta vera o aggrapparsi all’ennesimo leader sperando di trovare quello adatto, tornando subito dopo, a pensare alla concretezza di tutti i giorni e ai rapporti con i candidati con tutt’altro approccio. Una traduzione pratica del modo di votare cambiato è la clamorosa sconfitta a San Godenzo dove il sindaco uscente è arrivato appena a 219 voti, che paga in modo determinante la proposta di fusione con Dicomano, oppure a Rufina dove il Comune è stato confermato alla coalizione PD per soli 47 voti, contro una lista capeggiata da un ex PD.

Volano molti sindaci al secondo mandato: a cominciare da Firenze; a Scarperia-San Piero un esagerato Ignesti con il 75,10%, Marini a Pontassieve oltre il 68%, a Barberino Mongatti intorno al 60%, Passiatore a Dicomano al 67%, Borghi a Vaglia che sconfigge il PD che aveva cambiato cavallo nel corso della legislatura e molti altri risultati della provincia fiorentina, in controtendenza al voto espresso per le europee: nello stesso momento.

Oltre alla volatilità in questo turno elettorale emerge anche l’osmosi tra campi politici un tempo avversi e rigidamente separati.

Prendiamo Borgo San Lorenzo: chi ha vinto e chi ha perso stavolta emerge con nettezza. Un dato è che il Sindaco in cinque anni è arretrato di 1500 voti circa perdendo il 15%. Un altro è che Borgo in Comune invece ha compiuto un mezzo miracolo. Complimenti a un risultato che, a mio parere, si capisce, era difficilmente immaginabile nelle proporzioni ottenute, soprattutto perché la base di partenza, come ho avuto modo di scrivere sempre su questo giornale, per così dire “politica”, era assai bassa. Non solo, è stato il secondo partito più votato con un discreto movimento nelle preferenze, il primo 179 consensi, il 17,33% della lista.

Da dove sono venuti i voti? Bella domanda a cui è difficile rispondere. Ci sono dei dati da considerare. Già le Europee rispetto alle politiche dell’anno 2018 avevano segnalato il recupero del PD fino al 39,6% (+3,8%), l’incremento della Lega di + 12 punti, il dimezzamento dei 5 Stelle scesi all’11,11%. Un altro stravolgimento c’è stato dalle elezioni europee a quelle comunali.

Le liste Lega-PdF-Fd’I lasciano per strada 996 voti che mancano alle comunali a Margheri, il PD perde 706 voti, mentre il Movimento 5 Stelle 421.

Un rimescolamento tra destra e sinistra, un passaggio tra un versante e l’altro in base al tipo di elezione, diciamo, assai disinvolto, che mette in crisi la stessa differenziazione politica un tempo marcata con gli “steccati”, una pressione fortissima sul voto cosiddetto cattolico, che è stato oggetto dei desideri anche nel momento della formazione delle liste e che verosimilmente lascerà strascichi per qualche tempo; questo tirare per la giacchetta l’elettore ha aiutato questa scomposizione, dove “destra e sinistra” hanno ceduto il passo al voto disgiunto, anzi all’abuso del voto disgiunto (votare cioè il candidato Sindaco di uno schieramento e nello stesso tempo, dare le preferenze a consiglieri di liste concorrenziali) che probabilmente ha fatto lievitare il numero di errori (205) che con le schede bianche arrivano a 339 elettori, quasi il 3,5%.

Il voto disgiunto ha privilegiato i tre candidati sindaci più votati che hanno raccolto più voti delle rispettive liste (compreso quelle di sostegno). Il candidato di Forza Italia verosimilmente ha pagato l’esser stato percepito come una candidatura di bandiera, un punto fermo per testimoniare una presenza, e quindi penalizzato (ma già alle europee c’era stata una flessione rispetto alle politiche di un anno fa del -3%) in quanto non individuato come un candidato in grado di partecipare alla disputa con le carte in regola per vincere. Missione compiuta con dignità e correttezza.

Mi ha colpito poi l’assenza del partiti, mai promotori – da qualche anno in realtà – di riflessioni, iniziative pubbliche, convegni aperti, manifesti, documenti da diffondere, ma solo uffici elettorali a sostegno dei candidati, senza una luce propria ma solo in funzione di guardaspalle della Giunta. Impegnati tuttavia nella lotta per le preferenze. Che pare più un problema di resa dei conti o di equilibri interni che di catalizzazione di consenso e da cui non si potrà derogare per i nuovi assetti, in caso di vittoria.

Le liste di sostegno ai candidati Sindaci non hanno ripetuto il successo di Borgo Migliore di 5 anni fa, perché, sempre a parer mio, non erano opzioni politiche come quella che portò a conseguire il 58% e 5800 voti con tre consiglieri comunali, ma liste “civetta” concepite solo per portare consenso al leader, e composte da persone già iscritte allo stesso PD.

Usciamo con diversi dubbi sulla funzionalità democratica della legge elettorale.

Il finale del film ci riserverà il botto o l’assassino sarà il maggiordomo?