Nocentini dell’Azienda Agricola Lippi e Nocentini che a inizio Maggio ha rievocato la transumanza trasferendo il proprio bestiame all’Alpeggio.

All’inizio di maggio si è ripetuta  la tradizionale “Transumanza primaverile”, con il viaggio della mandria di bovine dalle stalle fino ai pascoli in alpeggio. La mandria è partita di buon mattino dall’allevamento situato a Dicomano, e con l’aiuto di un gruppo di cavalieri ed amazzoni ha raggiunto, dopo un lungo percorso attraverso un sentiero nel bosco, Monte Giovi. Qui la mandria di vacche gravide è stata sistemata in un pascolo rigoglioso dove rimarrà fino all’autunno. Tutto questo è stato documentato, a cavallo del primo Maggio, da una troupe della televisione pubblica, con l’inviato Robert Dino Lee del Tg3 Rai Toscana che ha seguito e documentato per un giorno l’attività organizzata da una struttura del Sistema allevatoriale, in particolare dall’Associazione Regionale Allevatori (Arat), in collaborazione con la Caf (Cooperativa Agricola Firenzuola-Centro Carni del Mugello) e la locale Coldiretti. Ben altra cosa era la transumanza che ogni anno alla fine di settembre portava le greggi con i pastori e le loro famiglie dai monti del Mugello ai pascoli della Maremma.  A maggio facevano il percorso a ritroso per tornare  all’alpeggio sull’Appennino. Le greggi provenivano da tutto l’arco appenninico: dalla Lunigiana, dalla Garfagnana, dal Mugello, dal Casentino, dalla Val Tiberina, dal Montefeltro, dal Perugino, ma anche dall’ Emilia attraverso il passo del Cerreto e del Lagastrello, dalla Romagna attraverso la Futa, la Colla di Casaglia, il Muraglione, la Via Maggio. Nella zona appenninica, ai principali assi viari della transumanza si allacciavano strade provenienti dalle regioni confinanti e tanti sentieri a carattere locale provenienti dai villaggi situati in valli secondarie. Nel Novecento il trasferimento verso la Maremma richiedeva circa 7-10 giorni a seconda delle provenienze; infatti si percorrevano circa 25 Km al giorno fermandosi per passare la notte presso poderi, osterie, conventi o parrocchie dove si improvvisava un addiaccio e si consumava la cena. In cambio dell’ospitalità si lasciava lo stallatico e tutto il latte munto nella giornata che, per alcune osterie poste in luoghi strategici e particolarmente frequentati, rappresentava un vero e proprio affare. Per chi proveniva dalla montagna di Firenzuola e dal Mugello occidentale l’ingresso nei percorsi di transumanza era alle porte di Firenze. I pastori del Mugello orientale, del Casentino, delle valli romagnole del Lamone e del Montone, dovevano transitare dal ponte di Rignano. Qui iniziava il grande asse viario che, conduceva verso Siena e raggiungeva Paganico, punto obbligato per l’ingresso in Maremma per i pastori provenienti da questi territori.Ai primi di settembre erano già pronti gli scarponi con le Bullette le donne avevano ormai finito di preparare pantaloni e giacche di stoffa resistente. Nei paesi della montagna fervevano i preparativi per l’imminente partenza: i carrai provvedevano alla manutenzione di barrocci e calessi, i maniscalchi risistemavano gli zoccoli di cavalli e somari. Gli ultimi acquisti e gli ultimi accordi erano stati presi alle fiere di fine agosto (ve ne erano a Stia, alla Fiera dei Poggi presso il passo del Muraglione, a Vicchio di Mugello). I piccoli e medi proprietari di greggi, i moscetti, avevano da tempo formato una società con una organizzazione in parte simile a quella della grande masseria per semplificare e rendere più convenienti i rapporti con la Maremma: la scelta del pascolo e la contrattazione del prezzo, ma anche la commercializzazione dei prodotti. Essi avevano cura che il potenziale animale si equivalesse perché poi la vendita di formaggio, agnelli, lana, pecore vecchie, sarebbe stata realizzata collettivamente senza distinguere il gregge di provenienza. Ai primi di agosto un moscetto si recava in Maremma per stipulare contratti di affitto con qualche azienda agraria dotata di buoni pascoli. Di ritorno in montagna, la notizia sarebbe diventata di dominio pubblico fra i pastori con le stesse caratteristiche e avrebbe messo in moto tutta una serie di contatti e di verifiche sul- lo stato del bestiame che si sarebbero conclusi con la costituzione della società. Il detentore del contratto sarebbe stato naturalmente il futuro vergaio: suo compito era di sovrintendere a tutti i lavori: conduzione dei greggi al pascolo, distribuzione ed uso dei pascoli, vendita dei prodotti, manutenzione delle strutture abitative, approvvigionamento dei generi alimentari e soprattutto la tenuta dei conti giornalieri e della cassa, il conteggio delle pecore appena arrivati in Maremma. Gli agricoltori, proprietari di piccoli greggi, avevano affidato a qualche pastore gli animali che non avrebbero potuto mantenere nella stagione invernale e che avrebbero ripreso in giugno, aumentati del venti per cento. Caricato il barroccio di indumenti, ombrelli, coperte, reti, lumi a petrolio, talora la gabbia dei passerotti o della chioccia, attaccata la caldaia, i secchi, le ramine, la cola, non restavano che le ultime raccomandazioni di chi rimaneva in montagna. Qui interi paesi restavano pressoché spopolati, affidati alle cure dei vecchi, perché uomini, donne, ragazzi accompagnavano gli animali. Ogni partenza aveva i suoi riti: a Viamaggio ad esempio, nelle pro-prietà della famiglia Biozzi, tutti i branchi si riunivano davanti alla chiesa e venivano benedetti. A Razzuolo (Mugello) invece, il vecchio proprietario Sicuteri, contava personalmente le greggi e chiedeva notizie dei capi mancanti; la partenza veniva rinviata finché l’ultima pecora non era stata ritrovata. In testa al branco, come guida e punto di riferimento per tutte le pecore, c’era il castrato con il suo campano, ai lati pastori e garzoni controllavano il corretto andamento del gregge specialmente nei punti in cui la strada attraversava i coltivi, i ragazzi camminavano avanti e seguivano l’itinerario indicato dagli animali che, una volta percorso, non lo dimenticavano più. Oltre ad un ombrellone verde d’incerato sotto il braccio e un sacco di tela al fianco, il pastore portava talvolta qualche agnelletto nato da poco che da solo non avrebbe potuto camminare. Muli e cavalli potevano chiudere la fila. Il capo carovana, le donne e i bambini più piccoli si spostavano generalmente con il barroccio e precedevano il gruppo di circa un’ora. Vi era comunque una varietà nei modi di spostamento determinati dalle diverse condizioni economiche dell’allevatore e dal tipo di percorso più o meno accidentato da effettuarsi. Per esempio tutta la famiglia poteva spostarsi a piedi, specialmente se la destinazione era costituita dalle pianure interne; allora i bimbi più piccoli erano portati a cavalluccio dalle madri o uno per parte nelle ceste sul dorso di un asino. Il passaggio dei greggi più numerosi era spettacolare: momento di attrazione per i cittadini, elemento di orgoglio per i pastori. A Firenze, per esempio, accorrevano a vedere le donne di Firenzuola, le maremmane, che proprio per attraversare la città mettevano tutte un cappello nero. Ma nei centri abitati, in special modo alle strettoie, occorreva particolare attenzione perché i soliti pigionali, approfittando dell’avvenimento, potevano attirare in casa qualche pecora, come si dice accadesse sovente a Borgo San Lorenzo e a Campi. La partenza avveniva la mattina di buon’ora, si dovevano infatti percorrere dai venti ai venticinque chilometri con una sosta per il pranzo. Verso mezzogiorno la carovana si fermava in qualche posto, il gregge riposava, i pastori mangiavano, poi riprendevano la via. La sera trovavano ospitalità presso il podere dove, per consuetudine, erano soliti fermarsi: qui si tiravano le reti per un improvvisato addiaccio, si consumava un pasto caldo con la famiglia, ci si intratteneva a parlare. Il pastore, diversamente dal contadino, aveva visto un po’ di mondo, era venuto in contatto con persone diverse ed aveva quindi tante notizie da raccontare. Spesso ad uno stesso podere si incontravano molti gruppi di pastori e fino a quattro o cinquemila pecore; allora non c’era posto per tutti nella casa ed ognuno si sistemava come poteva. A fine maggio, dopo la tosatura, nel villaggio pastorale si facevano i preparativi per il ritorno in montagna: venivano sistemate le reti per l’addiaccio mobile, accomodati secchi e caldaie, acquistati nuovi campani, marchiati gli animali della masseria. Il castrato, addomesticato a guidare il branco, era stato anche dipinto con motivi simbolici e magici. Al momento di intraprendere il viaggio di ritorno, tutto doveva essere a posto: era molto importante presentarsi in paese con il branco di pecore in buona salute e con l’attrezzatura in ordine per dimostrare il buon esito della stagione maremmana. Gli spostamenti avvenivano preferibilmente di notte per evitare la calura che avrebbe affaticato eccessivamente gli animali. Spesso si fa- ceva coincidere il rientro con una domenica o con una festa religiosa in modo che tutti i compaesani potessero ammirare e festeggiare la masseria che, a sottolineare la gioia del ritorno, offriva ricotta a tutti. Dopo una breve sosta in paese, greggi e pastori salivano all’alpe dove la vita non era poi troppo diversa che in pianura: sorveglianza del bestiame, mungitura, preparazione del formaggio. Qui però, effettuando dei turni, si poteva scendere al paese, partecipare alle fiere e alle feste ed avere quindi un minimo di vita sociale.

La ricostruzione della transumanza è tratta dal saggio di Lidia Calzolai “Vie di animali e uomini. Itinerari della transumanza in Toscana” (Firenze, Polistampa, 2003).

In calce alla ricostruzione fatta nel bel saggio della storica mugellana Lidia Calzolai, aggiungo alcuni ricordi personali. La mia nonna apparteneva a una famiglia marradese (di Campigno per la precisione) che da generazioni praticava la transumanza. D’estate – raccontava la nonna – vivevano a Campigno e l’inverno a Roccastrada in Maremma. Il viaggio durava diversi giorni. I bambini con le donne lo facevano sul barroccio o in carrozza, gli uomini a cavallo seguendo i greggi. La nonna si sposò all’inizio del novecento e abbandonò la tradizione della transumanza. Ma ricordava di aver fatto in treno gli ultimi viaggi, almeno da Firenze a Siena, mentre gli uomini con gli animali continuavano a spostarsi lungo i sentieri della transumanza. Non erano viaggi facili e nemmeno la vita in Maremma era agevole e priva di pericoli. Oltre che dalla malaria quella terra era infestata dal brigantaggio. La nonna raccontava sempre un breve anedotto. Ogni anno quando arrivavano a Roccastrada veniva a far visita un signore, basso di statura, ma ben vestito e gentile. Si fermava brevemente a parlare con il babbo in una stanza dove nessuno poteva entrare. Poi salutava con cortesia per ripresentarsi l’anno dopo. Solo molto tempo dopo la nonna seppe che quel signore era Bachicche, uno dei più temibili banditi maremmani, citato in molti saggi sul brigantaggio, che veniva a riscuotere il “pizzo” in cambio della sua “protezione” sui greggi,  i pascoli e i percorsi della transumanza. Altra storia che la nonna raccontava era quella delle liti che si ripetevano a suon di carta bollata (e forse non solo di quella) con i Sicuteri, gli allevatori di Razzuolo citati nel saggio di Lidia Calzolai, per questioni di confini, di diritti sui pascoli e di servitù di passo, indispensabili per la transumanza.

Pietro Mercatali