Vicchio, dal 25 al 30 giugno, ospita la 22° edizione di “Etnica”, l’evento che accenderà le vie del centro storico con concerti, mercati e tanto divertimento. Molti saranno gli artisti che saliranno sul palco, portando sul palco generi musicali e culture differenti. Abbiamo intervistato alcuni di loro, che ci hanno raccontato la propria storia.

DUSTY BROOM

Chi sono i “Dusty Broom”? Di dove siete?

I Dusty Broom (Granataccia Magica) – ci racconta Elio Capecchi – sono una specie di collettivo musicale aperto, aperto a chi ha voglia di recuperare la tradizione antica dei suoni del Blues e del Folk, che in seguito hanno dato vita al Rock. Si tratta di suoni prettamente acustici, a parte la chitarra elettrica. Siamo di Pistoia, città che da 40 anni ospita uno dei Festival musicali più importanti di sempre e bene o male veniamo contaminati dalla “musica del Diavolo”.

Come vi siete conosciuti e avete dato vita al gruppo?

Andrea (Pagliari) e io (Elio Capecchi) suonavamo insieme agli inizi degli anni ’90, quando eravamo giovani, nei mitici Rumble Beat. Ora che va di moda il “finto giovane” ci siamo reincontrati e piano piano, tramite conoscenze e forti della presenza dell’amico di sempre Fabrizio Berti (nonché uno dei massimi armonicisti blues a livello nazionale che si è fatto le ossa in quel di Chicago), siamo confluiti in un “gruppo allargato”, un progetto che ci attraeva da tempo e che, soprattutto, ci dà modo di recuperare suoni e canzoni che oggi non si ascoltano più.

Qual è il vostro repertorio musicale?

Il nostro repertorio musicale, come dice il nostro slogan, va da Charlie Patton a Tom Waits, ossia dagli albori del Blues del delta del Mississippi all’ultimo bluesman maudit bianco di Los Angeles. In altre parole: il rock prima del rock! Tutta quella musica del calderone americano che servirà a far nascere il R’n’R. Abbiamo canzoni che hanno segnato in maniera indelebile il percorso e, soprattutto, la nascita del Rock; prima tra tutte quella “Pony Boy Blues” di Charley Patton che influenzerà molto il Blues. Abbiamo canzoni di artisti del calibro di Blind Willie Johnson, Leadbelly, Blind Lemon Jefferson, Big Bill Bronzy, Sonny Boy Williamson II (tutti chiaramente afroamericani, provenienti dalle antiche piantagioni di cotone, figli o nipoti degli schiavi arrivati dalla madre Africa), fino a giungere al “mito satanico” di Robert Johnson o al più “moderno” Muddy Waters, che ha elettrificato il blues rurale. Ma facciamo anche musica degli yankee, dei bianchi, che è poi sfociata nella grande musica Country: Jimmie Rodgers, Woody Guthrie (cantautore della Grande Depressione del ’29 e padre putativo di Bob Dylan e Bruce Springsteen), Hank Williams, Johnny Cash, fino ad arrivare ai moderni Dylan, CCR, Springsteen, Tom Waits…

Chi sono i componenti del gruppo e che ruolo ricoprono?

I componenti (attualmente) sono solo 7 (stiamo aspettando che qualche “fiato” od “ottone” si faccia avanti): Elio Capecchi (voce e chitarra di legno), Andrea “doc” Pagliari (chitarra elettrica e Dobro), Fabrizio Berti (armonica e voce), Chiara Bondi (violino e cori, che in occasione della nostra esibizione per “Etnica” a Vicchio sarà sostituita da Jacopo Ciani, noto violinista e polistrumentista dell’area fiorentina, già conosciuto per suonare insieme allo storico gruppo italiano dei “The Gang”), Aurelio Fragapane (fisarmonica e pianoforte), Alessandro “Toland” Antonini (contrabbasso e arrangiamenti) e Leòn Monfardini (batteria e percussioni).

Quali sono le maggiori soddisfazioni ottenute fino ad oggi? E i progetti per il futuro?

La mia personale soddisfazione, fino ad oggi, insieme agli amici del gruppo – conclude Capecchi – è quella di aver riportato alla luce e poter proporre alla gente (specialmente ai giovani che adesso non hanno modo di ascoltare questo materiale) canzoni e sonorità che trovano le loro radici in una terra calda che accende gli animi e che con il suo calore ha partorito il Blues. Fantasmi malinconici che imprigionano e tolgono la vita in cambio di malinconie che consumano l’Anima. Risalendo alle origini, al Gran Padre di questa musica, il Blues, incontriamo il Ritmo ed un suono sicuramente molto meno tecnico e perfetto; un sound che portava con sé dolore, disperazione, nostalgia, profumo, sudore e calore trasmesso da generazioni; emozioni da cui oggi tendiamo a fuggire… forse perché percepire emozioni forti attraverso ritmi antichi spaventa. Riguardo ai progetti per il futuro… intanto imparare a suonare sempre meglio! A parte questo, cercare ancora elementi “appassionati”, ai quali piaccia il nostro progetto (che, oltre alla musica, racconta anche aneddoti e storie degli artisti di cui sopra), ovvero tromba, trombone e basso-tuba, oltre ad un piccolo coro “gospel”, in modo da poter offrire una “Thunder Revue” in stile dylaniano, sempre più numerosa e sempre più coinvolgente per il pubblico.

KUMBIA BORUKA

Da dove provenite? Qual è la vostra storia?

“Kumbia Boruka” è un gruppo di otto musicisti nativi di Lione, in Francia, appassionati di musica Cumbia, un genere popolare dell’America Latina. “Boruka” è una parola messicana che significa “la gioia che viene dalla festa”. Il Kumbia Boruka è il risultato dell’incontro, avvenuto nel 2016, tra Hernan Cortes, il fisarmonicista nativo di Monterrey (Messico) e il cantante reggae franco-cileno Bob Sikou.

Chi sono i componenti del gruppo?

I musicisti di “Kumbia Boruka” sono: Bob Sikou (franco-cileno) come voce, Hernan Cortes (messicano) alla fisarmonica, Andres Segura (colombiano) alla chitarra elettrica, Rodrigo Bastidas Nuñez (cileno) al basso, Tadeo Cortes (messicano) alle percussioni, Nicolas Taite (francese) alla batteria, Swann Vuillermoz (francese) al trombone, Clément Buisson (francese) alla tromba.

Qual è il vostro genere musicale e che messaggi volete trasmettere con le vostre canzoni?

Il nostro genere musicale è il “Cumbia”, di origine afro-colombiana, che si è diffuso in tutta l’America Latina ed è diventato il genere più ascoltato del continente. Si tratta di un ritmo popolare festoso e danzante. Kumbia Boruka rivisita questo genere, mantenendo la sua identità e traendo ispirazione dal rock, dal reggae e da suoni moderni. Proprio lo scorso 24 giugno è uscito il nostro secondo album (“EL”)! I testi parlano di amore, un amore presentato come antidoto alle ingiustizie delle nostre società moderne. Il Cumbia rappresenta così la cura per i nostri mali attuali.

È la prima volta che partecipate a “Etnica”? E in Italia vi siete già esibiti?

Sì, questa è la prima volta che suoniamo al festival “Etnica” di Vicchio. Tuttavia, abbiamo già suonato in Italia, in molte città: Ravenna, Pisa, Bologna, Roma, Firenze, Napoli.

 

CLAN DEI RIBOT

Come è nato il “Clan dei Ribot”?

Il clan dei Ribot  – racconta il fondatore del gruppo Fabrizio Lombardi – nasce nel 2013 dall’esigenza di fare musica d’interplay, ovvero ricerca e fusione degli strumenti con le voci, dato che la band é composta da 10 elementi. Negli anni sono cambiati alcuni elementi della band per la necessità di una maggiore partecipazione e per migliorare musicalmente la qualità del gruppo. Ad oggi possiamo fermamente asserire di aver raggiunto un livello molto alto per qualità e prestazioni. Per noi è come essere in famiglia, trovarsi, é come andare in vacanza o ad una festa con gli amici più cari. Spesso ci troviamo anche al di fuori del contesto musicale, il che permette un’unione ancora più forte.

Come mai avete scelto questo nome?

La scelta del nome in principio era solo “Ribot”, perché il nucleo originario prevedeva esclusivamente 4 elementi; si è poi allargato ad altri musicisti che hanno chiesto di far parte di questo progetto musicale. Da lì via via si è formato un vero e proprio gruppo di persone/amici che hanno collaborato con il nucleo centrale divenendone poi parte integrante ed inscindibile. Per non perdere il nome già acquisito abbiamo pensato di creare un vero e proprio Clan… “il Clan dei Ribot” appunto. Il nome “Ribot” deriva dal famoso cavallo Ribot (al quale anche Lucio Dalla ha dedicato una canzone), nato da due purosangue ma che, per forma e proporzioni, non era ritenuto adatto a poter correre. Tuttavia in Ribot qualcuno ha creduto; lo hanno fatto correre ed ancora oggi detiene il record mondiale su pista da corsa.  Così come Ribot, il Clan dei Ribot “crede nelle storie che sovvertono i pronostici, non arrendersi a un destino scritto troppo in fretta e sperare di poter correre sulla pista che assomiglia più a un pentagramma”. 

Chi sono i componenti del gruppo e che ruoli hanno?

Come già anticipato, gli elementi che compongono la band sono 10. A capo di questa band,  fondatore e coordinatore, chitarrista e cantante, c’è Fabrizio Lombardi, alle tre voci soliste che si alternano ed interagiscono sul palco Roberta Biagiotti, Cecilia Socci e Federico Turreni, alla batteria Leonardo Monfardini, al basso Nicola Beneventi, alla tastiera Raffaele Mucci, al sax tenore Alessandro Di Mare, al sax contralto e cori Andrea Zito. Chiude in bellezza il percussionista, cantante e corista cubano Jordi Roldan.

A che genere di musica vi dedicate?

Il repertorio musicale é ampio e vario, italiano ed internazionale,  dagli anni ’60 fino ai nostri giorni, passando per pop, rock, blues, swing, soul, bossa nova, jazz, latin, fino agli stornelli popolari! La band si adatta alle esigenze di pubblico e di manifestazione attraverso gli oltre 150 brani di repertorio.

Com’è il vostro rapporto con il pubblico quando vi esibite?

Noi solitamente non facciamo fatica a raccogliere l’attenzione degli spettatori perché fondamentalmente i primi a divertirsi siamo proprio noi…  sul palco ridiamo, scherziamo ed abbiamo una grandissima complicità che permette di rendere assolutamente credibile ciò che facciamo. Certo, ogni tanto non manca la battuta o la curiosità raccontata. In sostanza,  ciò che rende interessante la nostra performance è la magia che si crea sul palco fin da quando arriviamo per montare la strumentazione a quando stacchiamo l’ultimo jack.