“La poesia è un’urgenza. È bisogno di narrare e descrivere a brevi passi tutto quello che vive dentro e fuori di noi. Poeti si viene scelti dagli altri. Non lo si può essere per definizione, nè ci si può autoproclamare”. È quanto afferma Beatrice Niccolai, la poetessa mugellana che, grazie al suo innato talento con le parole, è arrivata nel corso degli anni a essere conosciuta e apprezzata nel panorama italiano, ottenendo grandi soddisfazioni riconoscimenti. Per citare alcuni dei suoi traguardi: nel 2009 vince un riconoscimento per il suo contributo nella sezione poesia del Festival Teranova; nel 2010 l’Università di Siena riprende alcuni versi della sua poesia “Le nostre donne” rendendole protagoniste di un concorso interno all’Università; nel 2016 la Regione utilizza le poesie di Beatrice per la realizzazione di uno spot contro la violenza delle donne, in cui vengono recitate dall’attore Paolo Ruffini.

Sempre nel 2016, alcune delle sue opere entrano a far parte del Vittoriale degli Italiani, il complesso di edifici situato sul lago di Garda e creato a inizio Novecento da Gabriele d’Annunzio in memoria della sua stessa “vita inimitabile di poeta-soldato”, oggi fondazione aperta al pubblico. Un percorso in ascesa, che ha visto il susseguirsi di pubblicazioni e collaborazioni (come quella con il musicista Nicola Gelo per la composizioni di brani musicali. La prima raccolta poetica di Beatrice viene pubblicata nel 2006 con il titolo “Sans papier”. Dopo questa, ne seguono altre negli anni successivi: “Gramigna”, “Fuorivena”, “Silenzio inverso”, “Futuro interiore”, “Pezzi”…

Nonostante i notevoli risultati raggiunti, Beatrice parla della sua poesia con elegante umiltà, spiegando come questa faccia semplicemente parte di lei, da sempre. Un germoglio che è cresciuto al suo interno fin da quando era piccolissima e ha iniziato a incantarsi leggendo i versi dei grandi poeti e scoprendo la magia che quelle parole erano in grado di trasmettere. Lei, che si è mostrata sempre molto vicina e attenta al suo Mugello, facendosi promotrice e partecipando a numerose iniziative di carattere culturale; di recente, si ricorda il “Vicolo della Poesia”, da lei organizzato in occasione dell’”Ingorgo Letterario” che si è svolto a Borgo qualche settimana fa. L’abbiamo voluta conoscere meglio, tentando di entrare in punta di piedi nel suo mondo fatto di parole.

Chi è Beatrice Niccolai?

Beatrice è una persona con il suo intimo universo, che ha iniziato a scrivere in maniera più “pubblica” attraverso un blog agli inizi del 2000, usando uno pseudonimo. Da lì è nato tutto ed ha dovuto abbandonare l’eteronimo e tornare ad essere Beatrice Niccolai.

Come è nata la tua passione per la poesia?

La poesia è un linguaggio che da sempre mi è familiare. Non c’è stato un motivo scatenante ma ricordo con precisione la prima poesia di Trilussa che ci fu insegnata a scuola, alle elementari, o la folgorazione che ebbi, nel 1979, a leggere alcune citazioni del Faust di Goethe. Capii che le parole erano il vero luogo dove avrei voluto vivere. Fin dalla tenera età mi era più semplice comprendere una poesia di qualsiasi altra cosa. Entrare nelle segrete delle parole era come entrare in un panorama privato, dove tutto poteva succedere e tutto era intimamente protetto dallo sguardo sulle cose.

Quando sono iniziate le pubblicazioni?

Come già detto, scrivevo in rete con un altro nome. Fui contattata da un’associazione culturale di Imperia per un reading intorno alle mie parole. In quell’occasione fui avvicinata dal proprietario di una casa editrice che mi propose di pubblicare con loro. Accettai solo dopo diverse sollecitazioni da parte loro e la mia storia in parole iniziò. Era l’estate del 2006.

Come definiresti il tuo stile poetico?

Sicuramente è uno stile intimistico, il mio. Parole semplici che si allineano e disperdono nel modo di guardare alle cose. Lo stile intimistico, a mio parere, comprende tutti. Tutti possono, in maniera diversa, provare, le cose che provo io.

Cosa vuoi trasmettere con le tue opere?

Non c’è necessità in me di voler scrivere per risvegliare in altri chissà quali sentimenti. Ognuno di noi risponde al proprio panorama interiore e più la scrittura è intima, più viene compresa e interpretata da ciascuno attraverso il proprio sentire.

C’è una poesia alla quale ti senti particolarmente legata?

Ogni poesia è figlia di una visione, di un sentire personale. Ci sono poesie che vengono accolte nelle vite degli altri, inaspettatamente. Altre che sono già parte di un sentire comune. Nessuna mi è estranea. “Le nostre donne”, “Per noi”, “Solitudini composte”, “Coup d’oeil”, “Se tu m’avessi chiesto” sono pareti e aria del mio essere. In ognuna di loro, in maniera diversa, sono a casa. Anche se le cose, una volta scritte, sono già di chi le accoglie.

Quali sono le maggiori soddisfazioni ottenute fino ad oggi?

Tante piccole soddisfazioni. Tutte arrivate inattese. Dall’accoglimento de “Le nostre donne” come traccia per un concorso lettarario interno all’Università per Stranieri di Siena, all’interpretazione di alcune mie poesie da parte di attori del piccolo e grande schermo, da cantautori come Vinicio Capossela, dal premio ricevuto anni fa, sulla mia poetica, insieme ad Adele Cambria che prendeva lo stesso premio per il giornalismo. La cosa che più mi piace è lo stupore, ogni volta, come fosse la prima volta.