Librettista, giornalista, drammaturgo e regista: il borghigiano Forzano è stato uno dei protagonisti della cultura italiana del primo Novecento

Giovacchino Forzano (Borgo San Lorenzo, 19 novembre 1883 – Roma 28 ottobre 1970), librettista, giornalista, drammaturgo e regista italiano. Dopo un esordio come baritono, si dedica al giornalismo, collaborando con numerosi quotidiani e dirigendo “Il Giornale apuano”. Successivamente è attivo nel teatro e nel cinema. Ricopre la carica di direttore scenico alla Scala di Milano, quindi al San Carlo di Milano e al Regio di Torino. Scrive contestualmente sia libretti d’opera che sceneggiature cinematografiche. Nella sua brillante produzione vanno citati i testi forniti a Leoncavallo (“La reginetta delle rose”, “La candidata” ed “Edipo re”), Mascagni (“Lodoletta” e “Il piccolo Marat”), Puccini (“Suor Angelica” e “Gianni Schicchi”), oltre che a Wolf Ferrari, Franchetti, Giordano e altri ancora. Il suo stile è coerente rispetto ai mille rivoli in cui si è dispersa l’iniziale vena verista. Così, si trovano, nella sua produzione, tanto l’idillio sentimentale quanto il filone storico, l’elemento fiabesco e quello surreale.

Nel film relativamente recente Sangue pazzo (2008) di Marco Tullio Giordana, con Monica Bellucci e Luca Zingaretti nella parte di Luisa Ferida e Osvaldo Valenti , c’è una scena girata, a dedurre da quanto scritto sul “ciak”, sul set di una riduzione dello shakespeariano “Riccardo III”. L’attore, all’ennesimo “si gira”, anziché declamare: “Un cavallo, un cavallo! Il mio regno per un cavallo!” si mette a recitare una serie di numeri accusando il regista di volerlo far doppiare a causa della sua voce chioccia. I nomi sono cambiati, ma il regista – che per indossare pantaloni alla zuava e stivali potrebbe essere scambiato per Alessandro Blasetti – è Giovacchino Forzano, ripreso sul set de “Il Re d’Inghilterra non paga”, film del 1941. E’ una brevissima apparizione, fin troppo breve per un personaggio che può essere considerato l’inventore della regia teatrale, fino all’inizio del Novecento affidata generalmente al “capocomico”. Ma Giovacchino Forzano fu un vero protagonista del Novecento, non solo, come detto: commediografo, librettista, regista teatrale e cinematografico, ma anche come avvocato ed editorialista. Qualcuno lo liquida sostenendo che poco di eccelso può giungere da tanta poliedricità: se si fosse limitato soltanto al campo della scrittura, forse…

In realtà la colpa di Forzano non è stata quella di aver scritto troppo o di essersi dedicato anche alla regia teatrale e cinematografica, bensì quella di essere stato un intellettuale “impegnato” e schierato. E avendolo fatto anche negli anni Trenta, questo non poteva essergli perdonato. Così invece di ricordarlo per i suoi capolavori, come i “libretti d’opera”, viene ricordato (o meglio dimenticato) soprattutto per la collaborazione con Mussolini, con cui scrisse “a quattro mani” alcuni drammi storici – non certo la sua miglio produzione – come su Giulio Cesare, Napoleone, il Risorgimento. Il fatto che il Duce abbia affidato la propria fama letteraria a Forzano (in effetti era quest’ultimo a far la maggior parte del lavoro) dovrebbe essere indicativo delle qualità letterarie del drammaturgo, ma oltre la “scomoda” collaborazione, Forzano sconta le proprie *simpatie controrivoluzionarie: per il teatro di prosa e musicale scrisse vari lavori che denunziavano duramente la brutalità dei rivoluzionari, francesi e bolscevichi.

Il piccolo Marat descrive efficacemente il clima di terrore della Francia del 1793 e denuncia i massacri perpetrati attraverso l’affondamento nella Loira di barconi carichi di prigionieri; il libretto si affianca ad altri drammi dello stesso periodo storico: “Madame Roland”, “Il Conte di Bréchard” e “I Fordalisi” d’oro formano una ideale trilogia alla quale si affianca il dramma satiresco Don Bonaparte, su un presunto zio di Napoleone. Interessante è poi “Gutlibi”, andato in scena nel 1925: viene ricostruita in maniera del tutto imprevedibile la tragedia dello Zar Nicola II e della sua famiglia, assassinati a Ekaterinburg; ma il testo, per il suo esplicito “razzismo differenzialista” è dimenticato.

Il borghigiano Forzano fu davvero un protagonista della cultura italiana del primo Novecento: non solo collaboratore ma anche sincero amico dei grandi musicisti per i quali lavorava; onnipresente, il primo autore a “seguire” la propria opera, curandone le rappresentazioni,magari cercando di trasformare i drammi in film, ma umile o almeno capace di piegarsi pur di far sopravvivere la propria opera.

Pucci Cipriani