Come si fa a parlare di novembre senza ricordare un ‘altra data ben più importante e tragica : il 4 novembre del 1966 allorché “Quel fiumicel che nasce in Falterona…” ovverosia l’Arno, uscì dai suoi argini e distrusse (sì, distrusse, è la parola giusta!) la città di Firenze… E allora via con la memoria a “far mente locale”, come si dice oggi e a dipanare, come una lunga pellicola, quei tanti ricordi di tanti e tanti anni fa…e a me pare ieri… Pioveva, pioveva, da giorni: una pioggerella fitta fitta, sembrava mitragliare il terreno, che assorbiva così tutta l’acqua… A me piaceva e piace tuttavia stare in casa durante la pioggia e uscii quasi a malincuore quando i miei amici mi chiamarono, la vigilia del quattro novembre, verso le 23, per andare sul Ponte di Sieve a vedere l’acqua che quasi toccava la ringhiera e minacciava gli argini.

I Vigili del Fuoco allora avevano la caserma proprio a tre passi dal Ponte. Era nel casone delle “Conce” – dove ora ha riversato, in una bella Bottega Galleria, il suo talento artistico l’antiquario Beppe Margheri che, ultimamente, mi ha trovato i quadri dei Reali di Francia, ma dal quale attendo ancora un reliquiario dove far riposare degnamernte un fragmento della falangetta di Santa Clarice, Vergine e Martire. Dunque i pompieri erano arrivati subito anzi avevano fatto uscire dal garage i loro mezzi per paura della “piena” e una camionetta, con a bordo Giovanni Fiorelli, Mauro Taci e il “Comandante” Adamo, percorreva vigile (è proprio il caso di dirlo) gli argini nella loro lunghezza…facemmo le “ore piccole” ad osservare quello spettacolo pauroso e affascinante a un tempo : dopo una breve bonaccia, ce ne andammo. Quando fui in camera , giù, acqua a catinelle (“piove sul bagnato” diceva la gente), lampi e fulmini…

Al mattino del 4 novembre un piccolo corteo, con le bandiere dei Combattenti e Reduci, andò al monumento di piazza Dante per portare una corona di alloro in ricordo dei Caduti della Grande Guerra quella che, non a torto, Benedetto XV definì una “inutile strage”, non perché antimilitarista, ma perché l’Austria avrebbe concesso, se l’Italia si fosse mantenuta neutrale, tutto quello che fosse stato richiesto… Non c’era Internet… solo pochi telegiornali che parlavano di “forti temporali e maltempo in Toscana”, l’acqua della Sieve era scesa e non minacciava più gli argini e, in quella mattina, non arrivarono nemmeno i quotidiani. Nessuno avrebbe mai immaginato una Firenze sommersa, prima dall’acqua e, poi, da una fanghiglia maleodorante di fango, nafta (erano scoppiate le caldaie) e non soltanto nafta…infatti si svuotarono sotto la furia della corrente anche i pozzi neri…cosa che Riccardo Marasco, immortalò in una sua popolaresca e cruda canzone… Ci rendemmo conto – la televisione continuava a ignorare l’avvenimento – solo il giorno quando le fontane e anche i panettieri del Mugello furono assaltati da turbe di fiorentini che erano rimasti all’addiaccio, senza pane e senza acqua,di quella immane tragedia e anche dal Mugello, che ha un cuore grande così, iniziarono a partire gli aiuti..e ciascuno si arrangiava per portare soccorso alla Città del Fiore e mai come allora funzionò bene l'”iniziativa privata”, mentre il sindaco Piero Bargellini – che passerà meritatamente alla storia come “il Sindaco dell’alluvione” – riceveva le autorità non in Palazzo Vecchio ma nella sua casa, in via delle Pinzochere, perché diceva “le autorità del Governo devono vedere con i loro occhi e sporcarsi le scarpe con il fango…” e il Quartiere di Bargellini, intorno a piazza Santa Croce, fu il quartiere più disastrato….

Nel 2006, nel quarantennale dell’alluvione, il mio amico Enrico Nistri curò l’edizione e fece la prefazione a un libro bel libro di Silvia Messeri e Sandro Pintus “4th November 1966” (Ed.Ibiskos) che mi regalò, ancor fresco di stampa, con questa dedica. “Novembre 2006 – A Pucci che soccorse Firenze senza essere un angelo , e alla “peggio gioventù” , visto dov’è andata a finire la “meglio” Enrico. Già, infatti lui si ricordava dei miei racconti quando, subito dopo aver visto la situazione fiorentina, il Provveditore della Misericordia Andrea Mercatali, il V. Provveditore Tommaso Gramigni e il sottoscritto organizzarono, presso la Confraternita un “centro raccolta” : la gente portava – e volevamo solo roba nuova, non usata – coperte, maglie, guanti e sciarpe…e generi di prima necessità : pasta, scatolette e, soprattutto, taniche di acqua… E ogni giorno, per più di un mese, al mattino, con un’autoambulanza carica di “vettovaglie”, partivamo per Firenze e mentre l’autista, il Borghetti, tornava indietro dopo aver scaricato l’autoambulanza, noi rimanevamo lì e tornavamo a casa la sera con il furgone di “Masino” Gramigni…il nostro quartier generale era la Curia dove, ogni giorno, incontravamo il cardinal Florit che, da solo, in mezzo al fango, andava a trovare la gente, portando, a ciascuno, il cristiano conforto. In Curia il Vescovo Mons. Bianchi, coadiuvato da don Ristori e da don Giuliano Nencioni, coordinava i soccorsi e gli aiuti.

Ricordo una domenica: una “spedizione” di confratelli della Misericordia; fummo inviati da don Ristori in via Mazzini a “liberare” dal fango la clinica “Sanatrix” e arrivammo lì, con pale e secchi, e per un’intera giornata, nelle cantine con la melma fino al ginocchio, a spalare e a portar fuori secchi di fanghiglia maleodorante(ma che gioia a sera nell’aver compiuto quella piccola “opera di Misericordia”) …. Io ricordo ancora molti di quei “confratelli” con i quali, nel nostro piccolo, soccorremmo Firenze: Tommaso Gramigni, Vanni Capecchi, Marco Banchi, Renzo Boni, Francesco Aspi, Fabrizio Ammannati, Francesco Giannelli, Lorenzo Capecchi…e al nostro gruppo si aggiunse anche il Cancelliere della Pretura di Borgo Giuseppe Francolini…. Ma altri giovani borghigiani dettero il loro contributo nel portare alla luce i libri e i codici sommersi delle varie biblioteche fiorentine : “un genocidio culturale”; qui, a Borgo, addirittura al mattino passava un’auto che, con l’altoparlante, invitava i volontari a recarsi nelle Fornaci del Brunori dove, da Firenze, arrivavano i libri “alluvionati” per essere asciugati nei “forni” …quei giovani volenterosi, che tanto contribuirono alla salvezza del nostro capitale culturale, verranno poi chiamati gli “Angeli del fango”…In Borgo, se non erro, erano coordinati da Francesco Cieri e da Franco Manfriani (tra loro anche il Direttore di questo giornale: Pietro Mercatali). Siccome io, impegnato con la Misericordia, non partecipai – pur essendo appassionato, allora come oggi, di libri – a questa generosa gara i miei amici mi dicevano che, con il mio carattere, non potevo stare tra gli “angeli” ma, semmai, tra quelli ribelli…da qui la dedica del mio amico Enrico Nistri che termina la prefazione al libro sull’alluvione con queste parole: “(…) insieme al ricordo di una tragica sconfitta, proprio nel giorno della Vittoria, i fiorentini potevano annoverare l’orgoglio di una nuova Vittoria , all’indomani di quella disfatta,: il fatto di essere riusciti a superare in un’opera concorde la loro litigiosità millenaria (…) i due maggiori lasciti dell’alluvione, oltre a molti libri mancanti negli scaffali delle biblioteche e alle lapidi che, in qualche strada, ricordano l’altezza raggiunta dall’Arno , sono le nutrie salvate dalle acque che hanno colonizzato le sponde di tutti i fiumi della Toscana e l’accisa di dieci lire sulla benzina, che da allora non è mai stata revocata.”

Ma torniamo al nostro Mugello: don Rino Bresci, che era stato per tanto tempo parroco di San Giovanni Maggiore, sopra Ronta, professore di lettere prima nella scuola media dei salesiani e, quindi nella scuola statale di Borgo San Lorenzo, un amante della lingua latina e della Tradizione, volle ricordare quegli avvenimenti tragici proprio nella lingua stupenda di Cicerone, Orazio e Ovidio…. in chiara polemica con chi, prima nella Chiesa, poi nella scuola, aveva voluto – in nome di un livellamento dal basso e di una visione “asinina” della società – togliere l’idioma che fu già di Roma e pubblicò un aureo libretto: “Florentia alluvie eversa” (“Firenze sconvolta dall’alluvione”), un raro cammeo storico, un documento che sigilla nella memoria quel lontano e tristissimo novembre allorché :”cum limosus cursus pontium altitudinem aequavisset, aqua saliens exaggeribus scaturire coepit. Inde terribilis gemitus ! Aggeres perfracti erant. Tum aqua incredibili impetu in via et in fora irrupit, omnia subvertens, domorum fores quassans, raedas motorias et arbores divulsas abrepiens (…) (avendo la corrente fangosa eguagliato l’altezza dei ponti, l’acqua crescente cominciò a zampillare dagli argini. Quindi un terribile schianto! Gli argini della riva destra erano stati infranti. Allora l’acqua irruppe con incredibile impeto nelle vie e nelle piazze ,sconvolgendo tutto, abbattendo le porte delle case, trascinando automobili e gli alberi divelti…

E così termina la sua opera (scritta nel 1967 e pubblicata postuma nel 1976) il prof. don Rino Bresci: “Die quo apud Tiberis ripas plurimus abhinc annos Roma, totius terrarum obis clarissima urbs, condita est, opto Florentiae humanitatis studiorum et ingenuarum artium magistrae ut pulchrior renascetur” – Candeli XI Kalendas Majas anno Rep. Salutis MCMLXVII – Rinus Bresci”. (“Nel giorno nel quale, moltissimi anni fa, presso le rive del Tevere, fu fondata Roma, la più illustre città di tutto il mondo, auguro a Firenze, maestra degli studi umanistici e delle belle arti, che essa rinasca più bella. Candeli, 21 aprile 1967 – Rino Bresci”).

(Cfr. Rino Bresci in “Florentia alluvie eversa” Pucci Cipriani Ed. Firenze 1976)

E così abbiamo ricordato anche un avvenimento di oltre cinquanta anni fa…con quanta nostalgia ciascuno lo potrà immaginare.

Pucci Cipriani