di Fabrizio Scheggi

Se vogliamo dirla tutta anche il mondo animale ha il suo bello, il brutto e il cattivo. Concorderete con me sul fatto che c’è una bella differenza tra piccioni e colombi, non vi pare? Sì, d’accordo, appartengono entrambi alla famiglia dei Columbidi ma volete mettere come suona meglio “la colomba della pace” o anche “tubare come un colombo”, rispetto a “fare la figura del piccione”. Non c’è paragone! Parlando del “Colombo il bello” si pensa a quel magnifico animale selvatico principe dei cieli che solca altissimo i passi appenninici, preda ambita dai cacciatori; colombi sono i superbi e particolari animali di razza allevati dal mio amico Marco Claudenti, mugellano doc   Campione Europeo di Colombicultura di cui ho scritto recentemente. “Piccione il brutto” è invece per tutti solo quello stupido animale che svolazza sui turisti davanti al Duomo, ricopre di cacchette corrosive la mia auto lavata da poco, imbratta muri e monumenti, invade cornicioni e che barcolla tra i nostri piedi come un ubriaco ovunque si vada in città. Ecco che allora qualche mente intelligente (qui non voglio indagare) decise un giorno di introdurre nei nostri borghi mugellani le cornacchie grigie per “infastidire” i piccioni. Bravissimo, che intuito, un applauso sincero; quelle hanno infastidito tutti escluso i piccioni. Sono volate subito nelle campagne distruggendo nidi e predando piccoli di ogni specie di uccello “normale” che, disperato, ha cercato rifugio vicino alle case; ma anche lì sono arrivate le maledette gazze e hanno fatto piazza pulita. Non c’è rimedio, cornacchie e gazze per me sono animali “alieni” sempre più numerosi, sintomo visibile del degrado. Forse per il problema piccioni sarebbe stato meglio allora ricorrere al “cattivo” di turno, in altre parole al falcone, o per meglio dire all’antica Falconeria; è pur vero che nella nostra valle falchi falchetti e poiane sono davvero troppi a causa di un “recupero” per me eccessivo operato negli ultimi anni. Lo dico perché in campagna da tempo non si vede altro che cornacchie grigie e tantissimi rapaci predatori, appollaiati dappertutto in attesa di assalire gli ultimi uccelli, topi e lucertole. Detto questo, resta il fatto che la falconeria è sicuramente una nobile arte le cui origini sono da cercare in Medio Oriente. Sotto il palazzo di Sargon II a Khorsabad (VIII secolo a.C.) è stato rinvenuto un bassorilievo assiro raffigurante un cacciatore che cattura un falco destinato all’addestramento. Diffusa in Cina e Giappone, la falconeria raggiunse l’Europa con le invasioni barbariche, tanto che un mosaico romano del 500 d.C. raffigura un cacciatore con un falco che preda anatre (Grecia). Nel Medioevo si diffuse con Carlo Magno che la cita spesso nei capitolari. Pensate, a un certo punto l’imperatore proibì la caccia con cani e falchi ai chierici, facendoci capire quanto quell’usanza fosse diffusa, non solo con scopo alimentare ma per un divertimento riservato in primis a nobili e regnanti. Enrico I di Germania fu noto come “Enrico l’Uccellatore” per questa passione (e non malignate pensando ad altri motivi) mentre nel poema The Battle of Maldon il conte Byrhtnoth libera l’amato falcone prima dello scontro con i vichinghi. E i poveri? Al massimo si potevano permettere un vecchio falchetto zoppo o un gheppio spennacchiato. Nel Rinascimento ci fu l’esplosione della passione tra i nobili, fino all’oblio del Settecento e della Rivoluzione francese quando si decretò: “caccia aperta a tutti e armi da fuoco a disposizione”; poi la rinascita nel secondo Ottocento. E, mi chiederete, dalle nostre parti che accadde? E’ ovvio che anche in Mugello i feudatari furono precursori; doti e testamenti notarili citano spesso l’onore di ricevere in dono o eredità il prezioso falco “di famiglia”. Non possiamo escludere che qualche furbo antenato contadino tenesse nascosto al “padrone” qualche rapace addestrato per rimpinguare una tavola solitamente magra. Tutti i granduchi medicei (ma anche in parte i Lorena) praticarono la falconeria ovunque, Mugello compreso. Lorenzo il Magnifico era addirittura affascinato da quell’arte, tanto da scrivere un poemetto “La caccia col falcone” di cui riporto per brevità un piccolo brano:

Era giá rosso tutto l’oriente
e le cime de’ monti parien d’oro:
la passeretta schiamazzar si sente
e ’l contadin tornava al suo lavoro:
le stelle eran fuggite, e giá presente
si vedea quasi quel ch’amò l’alloro.
Ritornavansi al bosco molto in fretta
l’allocco, il barbagianni e la civetta….
E più avanti parlando della caccia alla starna:

 

Ecco, Guglielmo, a te una ne viene:
cava il cappello, ed alzerai la mano;
non istar piú, Guglielmo; ecco, a te; bene. —
Guglielmo getta e grida; — Ahi! villano. —
Segue la starna, e drieto ben le tiene
quello sparviere e in tempo momentano
détte in aria forse cento braccia;
poi cadde in terra, e giá la pela e straccia…

 

Lorenzo il Magnifico per cacciare col falcone si recava spesso nella villa di Cafaggiolo dove aveva falchi e sparvieri in quantità accuditi da falconieri di fiducia. Dietro al giardino della villa aveva fatto installare una vasta piccionaia per gli animali destinati al sacrificio… pardon, all’addestramento; e mentre scrivo ciò, ora mi vien quasi voglia di fare il tifo per i poveri piccioni! Arrivato a Cafaggiolo, Lorenzo si cambiava subito d’abito e partiva a cavallo seguito dallo scodinzolante Buontempo, suo cane preferito (come fantasia per i nomi Lorenzo non era un granché…). Pensate, anche l’amicizia tra Il Magnifico e Ferrante, re di Napoli (Ferdinando D’Aragona), nacque appunto grazie alla falconeria. Il sensale di Lorenzo, Andrea del Fede, fu interpellato appunto da re Ferrante che aveva saputo della bellezza dei rapaci del “Magnifico”, ritenuto grande falconiere; il sensale da parte sua confermò che il Medici “.. era ogni dì in sulla sella dirieto a detti falchoni” (1477). Ottenuto in regalo un magnifico girifalco (falco rusticolus), re Ferrante contraccambiò addirittura con cavalli e ben quattro sparvieri, decretando l’inizio di un solido e cordiale rapporto tra i due governanti. Insomma, possiamo dire che in quel caso la comune passione per la falconeria fu ben più fruttuosa di un qualsiasi banale accordo diplomatico!