Dopo il successo dello spettacolo “Un’opera da tre soldi”, il sipario del Teatro Corsini si aprirà nuovamente giovedì 7 novembre con una serata interessantissima proposta da Cadadie Teatro di Cagliari: “Riva Luigi ’69 ’70 – Cagliari ai dì dello scudetto”, di e con Alessandro Lay.

Il campo, il pallone, la porta, la bandierina del corner e l’immancabile televisore in bianco e nero delle domeniche sportive. Bastano pochi elementi scenici ad Alessandro Lay per dipingere un duplice ritratto di Gigi Riva: l’uomo e il mito, vita e imprese di un fenomeno del calcio italiano.

In un monologo di un’ora Alessandro Lay racconta le gesta sportive ma soprattutto il volto umano di Gigi Riva, il ragazzino che rimase orfano di padre e di madre, il giocatore che disse no alla Juve di Agnelli e lo fa intrecciandole a episodi della sua vita personale. Il regista cagliaritano decodifica la mitologia del “dio pallone” e con un doloroso e a tratti struggente meccanismo di memorie, in un raffinato gioco di specchi, dove il calcio diventa rimpianto e metafora di una complicità mancata con la figura paterna, intreccia il suo vissuto con quello di Riva. Dall’infanzia difficile a Leggiuno, all’arrivo nel 1963 in Sardegna che “in quegli anni era la terra dei banditi, dei pastori, un posto da fuggir come la peste”. E poi le imprese all’Amsicora, la nazionale, i gol leggendari come la spettacolare rovesciata a Vicenza, le 252 reti segnate e il record ancora imbattuto di capocannoniere in nazionale. Sullo sfondo la Cagliari ai tempi dello scudetto, con lo stadio pieno dalla mattina. Frammenti del mito misti a ricordi del regista che non ha paura di confessare sul palco di non essere mai stato “fedele” al calcio, ma vedere giocare Riva è “come ascoltare gli assoli di Hendrix o Coltrane”. Arte pura.

Racconta Alessandro Lay: “Nel 1970, quando il Cagliari divenne campione d’Italia, io avevo 8 anni. Non ricordo molto dello scudetto, ma ricordo come era la città, come ci vestivamo, come ci appendevamo ai tram per non pagare, l’album della Panini e le partite ‘a figurine’ sui gradini della scuola elementare. Ricordo il medagliere, con i profili dei giocatori del Cagliari sulle monete di finto, fintissimo oro da collezionare. E ricordo vagamente un ragazzo schivo, a volte sorridente, che guardava sempre da un’altra parte quando lo intervistavano. Un ragazzo che puntava i pugni in terra e si faceva tutto il campo correndo ogni volta che segnava un gol…”.

Luci: Giovanni Schirru; suono: Matteo Sanna; scene: Mario Madeddu, Marilena Pittiu, Matteo Sanna, Giovanni Schirru; organizzazione: Tatiana Floris; produzione: Cadadie Teatro Cagliari.