Riprendiamo dai social una riflessione di Antonio Margheri, già Sindaco di Borgo, sempre attento al suo paese e alla sua comunità, appassionato della nostra storia e delle nostre tradizioni per poter guardare sempre avanti

Ho passato la mia infanzia e buona parte dell’adolescenza in via Pananti n. 6. Sotto la mia casa la cartoleria dell’Agnese e la merceria di Cirano, davanti il cinema Martinelli e la macelleria, da un lato la benzina Fina e le biciclette del Dallai, le confezioni dei Manfriani, la latteria Coppini e, dall’altro lato, il bar Centrale, l’Unica e il giornalaio Mattioli. Mio padre ha lavorato una vita alla filanda del Mannelli, nei pressi del Ponterosso. Via la mattina presto, rientro a mezzogiorno per il pranzo, via di nuovo verso l’una e a casa verso le 18.00. Cambio veloce e poi in piazza dell’orologio (piazza Cavour). Dato che in casa non c’era stato, mia madre si raccomandava “Porta anche Antonio”. (Una volta rientrò a casa scordandosi di me e gli è stato rimproverato tutta la vita). Lo stesso accadeva il sabato e la domenica mattina. Oggi ho ripensato a quella piazza e ai tanti volti  che mi sono riapparsi alla memoria. Ad una certa ora del pomeriggio la piazza si animava di giovani ed anziani che non vedevano l’ora di incontrarsi ed anche di scontrarsi discutendo di tutto, tanto sport, ma anche tanta politica, formando dei capannelli concentrici dove spesso le voci e le opinioni si accavallavano, ma senza quasi mai perdere i fili dei ragionamenti perché ciò che contava di più era la capacità di argomentare, spesso mescolando le questioni generali ai casi concreti della vita. Allora la fonte principale d’informazione erano i giornali,  la Tv veniva dopo. Ma i più preparati erano i lettori. Quasi tutte quelle persone avevano un grado d’istruzione che non andava oltre le elementari (come mio padre), pochissimi i laureati. Oggi possiamo contare su titoli di studio molto superiori, i canali d’informazione si sono moltiplicati ed anche molti lavori incorporano più sapere di prima. Eppure la nostra capacità di dialogo, di comprensione del tempo in cui siamo, di costruzione di un’ identità che non sia manipolabile dall’uso spregiudicato dei social  mi sembra assai minore rispetto a quella piazza dell’Orologio. E se presto non riusciremo a praticare e reinventarci piazze un po’ come quelle frequentate dai nostri padri e nonni (magari stavolta con le madri e anche le nonne) temo davvero per il futuro che ci attende. Abbiamo bisogno di relazioni vere, non di scannatoi e di fuffe. Tanto più dopo quello che stiamo oggi vivendo.

Antonio Margheri