Finite le scuole medie nel ’68, i miei genitori mi iscrissero all’Istituto Professionale di Stato per l’industria e l’artigianato Benvenuto Cellini di Borgo San Lorenzo, dove erano previsti allora tre anni di studi per conseguire il diploma di “congegnatore meccanico”. Oltre a meccanica la scuola offriva altri indirizzi professionali come l’elettrotecnica e l’elettronica, ma la scelta di tale orientamento nei miei confronti fu motivato dal fatto che alle medie ero più portato per le “applicazioni tecniche” e il disegno, che per il resto. Il cambiamento fu abbastanza drastico, specialmente nei primi periodi quando suonava la sveglia la mattina presto e io che mi buttavo giù dal letto senza indugi perché c’era da prendere il treno e mentre ero ancora assonnato facevo velocemente la colazione, per fortuna già preparata anzitempo da mia madre. Detto questo, dopo un po’ di tempo decisi di scrollarmi di dosso le ultime svogliatezze adolescenziali per affrontare nel modo migliore il mio nuovo impegno scolastico. Tuttavia voglio confessarvi che fin del primo anno alle superiori, non sono mai stato sottoposto a richiami, istanze, o quant’altro da parte dei miei genitori in merito alla mia condotta scolastica.

L’Istituto Cellini si trovava a Borgo San Lorenzo a circa 8 Km. di distanza da casa mia e per raggiungere la scuola come ho detto prima dovevo fare uso del treno, che tra l’altro faceva capolinea a Borgo Centrale a circa 1 Km. di distanza dalla sede principale della scuola, situata in Via Giotto. Il percorso di solito lo facevo a piedi, in compagnia di altri ragazzi e ragazze che avevano scelto come me le scuole di Borgo, come il liceo, l’attuale Giotto Ulivi e un’altra scuola professionale che si chiamava Istituto Tornabuoni, dove dopo un “triennio” si diplomavano giovani “addetti/e alla segreteria d’azienda”, in ogni modo se ricordo bene credo che tale scuola fosse frequentata esclusivamente da femmine. Ma vorrei tornare al nocciolo della questione, ovvero il motivo per cui ho deciso di scrivere questo breve saggio, memore di quello che ho imparato un tempo con la scuola Cellini, cercando cioè di spiegare con parole semplici tutto il percorso formativo che all’epoca riguardava gran parte delle materie pratiche, cioè quelle che hanno contato molto quando ho iniziato a lavorare, ed anche dopo quando ho proseguito senza grossi problemi, grazie a un bagaglio di esperienze professionali notevole, quindi questa volta eviterò di raccontare qualcosa sulle solite materie canoniche scolastiche.

Quell’anno di studi del 1968/69 in I^ all’I.P.S.I.A. Cellini, ero l’unico del mio paese ad avere scelto “meccanica”, mentre alcuni amici avevano preferito il ramo dell’elettrotecnica, per questo all’inizio ero un po’ spaesato, ad esempio quando svolgevo i compiti a casa ero sempre da solo e non avevo la possibilità di confrontarmi con nessun’ altro ragazzo di classe mia su eventuali difficoltà. I primi approcci quindi destarono in me diversi dubbi e l’ulteriore imbarazzo fu con l’avviamento alle materie pratiche, dato che nel programma c’erano diverse ore di esercitazione in officina, dove erano previsti anche alcuni rientri pomeridiani; ero molto meravigliato del fatto che sin dall’inizio dell’anno in I^ classe ci fosse da lavorare così tanto, in realtà era qualcosa di completamente nuovo rispetto al mondo scolastico precedente. Si chiamava “aggiustaggio” la pratica per imparare a limare e “macchine” il ramo per impratichirsi e utilizzare le macchine utensili (torni, limatrici, fresatrici, rettifiche ecc.); il programma prevedeva anche di fare esperienze sulla saldatura, sia a elettrodo che col cannello ossiacetilenico.

Comunque prima di spiegare le materie/attività sopra citate, per l’apprendimento delle stesse, occorreva necessariamente anche una base di partenza per iniziare a “lavorare” sul serio: si trattava del disegno meccanico. Dunque, prima di tutto bisognava imparare a disegnare e a leggere il disegno in ogni sua parte, iniziando dalle proiezioni ortogonali, le varie viste (pianta, alzata, fianco) le sezioni, le quote (misure) con le relative tolleranze, ecc. Il disegno meccanico faceva parte del programma scolastico fin dall’inizio del corso di studi, e lo si eseguiva col tecnigrafo in una grande aula, che io paragonavo con molta immaginazione a una grande sala musicale, perché i tecnigrafi sempre in movimento rilasciavano certi rumori molto somiglianti a taluni suoni. Come ho detto tutto faceva parte della mia bizzarra immaginazione, ma senza modestie nel disegno io fui abbastanza brillante, anche perché mi entusiasmò molto fin dall’inizio. A tale proposito voglio citare solo un aspetto legato alla mia vita post-scolastica, quando negli anni ’80 decisi di partecipare ad un concorso interno presso le F.S., dove era previsto di ricoprire una posizione da disegnatore meccanico. Alla selezione arrivai 1°, per cui fui incaricato seduta stante di ricoprire quel posto di lavoro che poi ho occupato per circa 25 anni, realizzando la bellezza di 1351 disegni fatti manualmente a china su lucido; ma non voglio annoiarvi con la storia della mia carriera lavorativa, perciò torniamo alla pratica del Cellini.

I primi passi da fare a “meccanica” era d’imparare a limare, e devo confessare che inizialmente fu veramente impegnativo. La scuola ci metteva a disposizione i vari strumenti di lavoro: lime, squadre, piani di riscontro, prismi, cilindri e il mitico “blu di prussia”, mentre gli strumenti di misura si dovevano acquistare personalmente, come il calibro ventesimale, la riga millimetrata, e il metro metallico. “Il blu di prussia” , cioè l’azzurramento è un metodo rapido per la verifica della planarità di una superficie, basandosi su un semplice motivo: se due superfici sono messe a contatto i punti a quota più elevata si toccano, mentre quelli a quote più basse no, quindi tenendo a riferimento una superficie “certificata” piana, sporca d’inchiostro (blu di prussia), su quella soggetta a verifica messa a contatto, si evidenziano macchie di colore nei punti a quota più elevata, che in pratica dovrebbero essere ritoccati fino ad ottenere una colorazione uniforme su tutta la superficie. Come ho detto il lavoro di limatura era veramente impegnativo, dato che s’iniziava in genere da semilavorati completamente ossidati. La prima fase era appunto quella di togliere la ruggine da tutte le facce, ed ottenere delle superfici abbastanza lisce cioè con una “rugosità” accettabile, in riferimento a una scala definita da alcune norme, che noi chiamavamo “i triangolini”: 1 triangolo significava una superficie grossolana, 2 triangoli più fine, e così via, inoltre le facce dell’elaborato dovevano essere perfettamente in piano, per capirsi non dovevano avere la forma di una saponetta. Inoltre vi erano da rispettare delle misure molto precise, con tolleranze anche di un ventesimo di millimetro, così-che le difficoltà aumentavano nel tempo, quando in seguito i vari particolari dovevano accoppiarsi fra di loro, in quello che tecnicamente si chiamava “l’incastro”. “Nell’incastro” l’accoppiamento dei pezzi era abbastanza accurato ovvero senza troppo “gioco”, e neppure troppo forzato. Per realizzarlo venivano assegnate determinate ore di lavoro e chi eccedeva era pure penalizzato nel voto, poiché esistevano delle regole standard di lavorazione, (cicli di lavoro) già all’epoca paragonabili a grandi linee ai cartellini di lavoro di varie aziende. Ragion per cui quando iniziavamo a limare, nella stanza d’aggiustaggio c’era un rumore fragoroso dallo stridio delle lime: grin, grin, gren, gren, gron, gron, e alla fine della giornata la fatica si faceva sentire eccome, a tal punto che al mio rientro a casa dopo la scuola, dovevo appisolarmi un po’ per recuperare le energie.

Nel corso dell’anno scolastico era previsto di raggiungere determinati obiettivi riguardo la qualità dei manufatti, ovviamente vi erano diversi livelli di preparazione tra noi studenti, cioè, c’era chi arrivava prima agli obiettivi chi dopo. I pezzi che in principio si eseguivano a lima, andando avanti con l’apprendimento si realizzavano invece con l’ausilio delle macchine utensili, cioè con le limatrici, le fresatrici, i torni, e manualmente si effettuavano solo i ritocchi finali: sbavature dei riccioli, smussature degli angoli, ecc… Come detto, a “Meccanica” c’era da imparare ad utilizzare le macchine utensili. Il reparto torneria era il fiore all’occhiello della scuola, perché contemplava un numero notevole di torni, di conseguenza quando s’iniziava la lezione si scatenava una vera e propria corsa per accaparrarsi le macchine migliori, ossia quelle più nuove, ma in sostanza trattandosi di realizzare in genere dei particolari cilindrici come perni, alberini, pezzi filettati, ecc, era possibile ottenere gli stessi anche sui torni più vetusti, magari impiegando un po’ più di tempo, perché le loro prestazioni tecniche (velocità, avanzamento) erano leggermente inferiori rispetto ai più moderni. Le lavorazioni di rettificatura dei pezzi dove era richiesto una finitura più accurata e misure/tolleranze piuttosto precise, erano eseguite con il lapidello cioè la rettifica per piani, mentre la rettificatura cilindrica sui particolari d’acciaio trattati termicamente, (cementati e temprati) all’epoca dei miei studi al Cellini non si faceva, probabilmente perché l’officina era sprovvista di mezzi come appunto i forni di riscaldo per i trattamenti termici sull’acciaio. Alcuni trattamenti artigianali come ad esempio la tempra degli scalpelli a ferro e a muro, si effettuavano riscaldando l’acciaio col cannello o nella forgia ed immergendolo ancora rosso nell’acqua o nell’olio, ed anche se poteva sembrare uno scherzo, fondamentalmente era una tecnica non proprio elementare, perché c’erano da tenere in considerazione alcuni aspetti: il primo, la colorazione rossa del ferro caldo, il colore era definito “rosso ciliegia” ovvero ne troppo vivo ne tenue, (nel diagramma ferro-carbonio la temperatura di riferimento è intorno a 900 °C.); il secondo aspetto era il raffreddamento che si effettuava appunto in acqua o in olio a seconda del tipo d’acciaio utilizzato.

In officina erano molto impiegate anche le fresatrici e le limatrici, difatti prima di arrivare al proprio turno di pratica spesso bisognava fare la fila, ma con un po’ di pazienza arrivava anche il tuo momento. Su queste macchine utensili si eseguivano diversi lavori, tra cui alcuni di grande utilità per la scuola, perché si costruivano in larga parte gli utensili che poi venivano impiegati sui torni e sulle limatrici stesse. Gli utensili erano realizzati in due fasi, una di macchina e l’altra di saldatura, seguendo il ciclo di lavoro sottostante: Dal magazzino d’officina si prelevavano le barre di profilato d’acciaio, generalmente di sezione quadrata mm. 20/30, dalle quali tramite le segatrici a moto alternativo, si tagliavano degli spezzoni di 130-150 mm. di lunghezza. Alle limatrici si facevano le lavorazioni preliminari (squadrature, angolature, ecc.), mentre sulle fresatrici si effettuavano le “cave” (sedi) per le “pasticche” cioè l’utensile vero e proprio d’acciaio duro al tungsteno, (il vidia) da saldare sugli stessi supporti. La saldatura delle “pasticche” era eseguita col cannello ossiacetilenico, alimentato da due bombole di gas, una di ossigeno ad alta pressione (circa 200 bar) e una di acetilene a pressione più bassa. Si iniziava proteggendosi gli occhi con gli occhiali a lenti oscurate, poi con l’accensione del cannello aprendo per prima la manopola dell’acetilene e poi quella dell’ossigeno; una volta regolato il dardo, si riscaldavano i due particolari da accoppiarsi ovvero il supporto d’acciaio e la “pasticca” di vidia (si utilizzava anche la stellite, un sottoprodotto del vidia), quando i pezzi erano a “temperatura” tramite l’apporto di un legante a base di ottone, in gergo “castolin” che fondeva a una temperatura inferiore rispetto ai due particolari di cui sopra, si eseguiva la saldatura chiamata tecnicamente brasatura. Voglio puntualizzare che oltre agli occhiali si indossavano anche altre protezioni come i guanti e il grembiule di pelle e le ghette sulle scarpe sempre in pelle. Alla fine quando i pezzi erano completamente freddi, c’era da eseguire soltanto l’affilatura dell’utensile, che si effettuava manualmente con la mola da banco a grana fine. Ovviamente col cannello ossiacetilenico si eseguivano anche altre brasature sempre con l’apporto di leghe d’ottone, oppure con filo di ferro dolce, ecc. Nell’ambito della saldatura, quella ad elettrodo invece si effettuava generalmente sul ferro da carpenteria, per capirsi quello per le ringhiere, i cancelli, le inferiate. ecc. Si utilizzava una macchina saldatrice abbastanza grande, dalla quale partivano due grossi cavi, uno per la massa al polo negativo e l’altro al polo positivo dove all’estremità era applicata una pinza che stringeva l’elettrodo, che a seconda dei materiali da saldare poteva essere basico, acido, rutilico, ecc. La grossezza dell’elettrodo cioè il suo diametro, era attinente allo spessore dei pezzi oggetto della saldatura, ovviamente c’era da regolare anche la “potenza” della saldatrice cioè l’amperaggio, tramite un volantino sul frontale della stessa. Con una maschera che conteneva un vetro oscurato si proteggevano gli occhi dallo scintillio della saldatura, mentre si controllava anche quello che chiamavamo ed è chiamato il cordone di saldatura. Dimenticavo un fattore importante, ovvero oltre alla maschera per preservare gli occhi, le altre protezioni che indossavamo anche in questo caso, erano i guanti e un grembiule di pelle abbastanza pesante e le ghette sulle scarpe. Via via c’era da ripulire le saldature dalla scoria, tramite una specie di martello dalle punte assottigliate (mazzetta) e con l’ausilio di una spazzola metallica. Alla fine di ogni turno di esercitazione in officina, tutte le postazioni ossia ognuna delle macchine utilizzate dovevano essere perfettamente ripulite, mentre le macchine utensili addirittura ben oleate, e gli utensili utilizzati riconsegnati al magazziniere che generalmente era anch’egli un alunno anziano incaricato giorno per giorno da un docente.

Gl’insegnanti tecnicamente erano molto esperti, ovviamente non potevano seguire tutti gli studenti allo stesso tempo, perciò si facevano aiutare da coloro che erano più avanti con la preparazione, ossia gli alunni di III^ per esempio, nell’assistere in determinate situazione di difficoltà quelli di II^ o di I^, e quella era un’ottima strategia, prima di tutto perché i più grandi ed esperti si sentivano investiti di una certa responsabilità, in secondo luogo perché quello era un modo per fraternizzare e collaborare tra coetanei, cioè l’altro vero obiettivo della scuola. I ragazzi (modestamente anche lo scrivente) che alla fine del triennio uscivano dall’Istituto Professionale di Stato per l’industria e l’artigianato Benvenuto Cellini, erano professionalmente molto preparati, tanto che diverse industrie fiorentine importanti come Pignone, Galileo, Superpila, annoveravano nel proprio organico un bel numero di dipendenti ex studenti “Celliniani”. Per finire, non mi stancherò mai di rammentare e ringraziare i miei insegnanti dal ’68 al ’71 dell’Istituto Cellini di Borgo San Lorenzo: BONI, CAPECCHI, FAINA e PETRUCCI, e non ultimo il bidello POZZI.

Fabrizio Boni