Come tutti gli anni il 30 dicembre scorso si è celebrato l’anniversario del bombardamento che il penultimo giorno del 1943 fece oltre 100 morti tra i borghigiani.

L’Italia in quei mesi fu campo di battaglia tra l’esercito alleato che avanzava dal sud e le truppe tedesche, appoggiate dai fascisti, che si ritiravano. Il trasporto di uomini e mezzi sulle ferrovie era fondamentale per il ripiegamento dei nazifascisti e gli alleati bombardarono a tappeto binari, ponti e stazioni. Il 30 dicembre toccò anche alla stazione di Borgo San Lorenzo. Era una giornata limpida . Con il sole, nonostante il freddo, nell’intervallo del pranzo, ci fu chi non perse l’occasione per fare due passi proprio verso la Stazione e la campagna di “Collina”. Anche l’aviazione anglo americana aveva previsto la giornata serena, senza nuvole, ideale per sganciare le bombe con i bersagli ben visibili. Intorno alle una i bombardieri sorvolarono Borgo e lasciarono cadere gli ordigni. C’è chi ha raccontato che nel cielo limpido si vedevano distintamente le bombe luccicare per i riflessi del sole. Purtroppo chi era uscito per una boccata d’aria si ritrovò sotto quella pioggia mortale. E non solo loro; le bombe colpirono le Fornaci dei Chini accanto ai ponti. E la manifattura, ormai famosa nel mondo per le sue ceramiche, fu distrutta e non fu in grado di ripartire. A poca distanza furono colpite anche le Fornaci Brunori. Molti operai morirono o rimasero feriti. Tra questi anche il Soriani di Luco. Il Soriani tutte le mattine si faceva accompagnare a prendere l’autobus che da Luco lo portava alle Fornaci. La sera il cane era alla fermata ad aspettarlo al rientro. Dal 30 dicembre il Soriani non fu più su quell’autobus, ma per tanti anni il suo cane continuò a presentarsi alla fermata aspettando il suo padrone. Quel cane era Fido. Per la sua fedeltà gli fu dedicato un monumento, ancora oggi davanti al Municipio di Borgo. Ebbe un momento di notorietà perché i grandi giornali nazionali raccontarono la sua storia.

In quei giorni a Borgo c’erano anche alcuni “sfollati”. C’è chi ricorda la famiglia Magro, fuggita da Genova per salvarsi dai nazifascisti e che trovò la morte sotto il bombardamento alleato.

Le ferite delle bombe restarono aperte per molti anni. Chi è nato negli anni ’40 e ’50 ricorda di aver giocato nei crateri scavati dalle bombe vicino ai binari e di aver camminato lungo il  Viale della Stazione tra i ruderi di case e laboratori ancora anneriti dal fuoco; almeno fino agli inizi degli anni ’60. (P. Mercatali)