Una nostra lettrice di Scarperia c’invia questa appassionata e toccante riflessione che volentieri pubblichiamo

In questi giorni di Quarantena (sì, la scrivo con la maiuscola, perché è solenne, autoritaria, seria e severa e bisogna portarle rispetto) ho come una strana voglia compulsiva di lettura.

Una lettura indisciplinata, incoerente: una sorta di bulimia, una voracità che si manifesta a ondate, da soddisfare in modo disordinato, a morsi veloci, fra vecchi libri che sfoglio in cerca delle sottolineature fatte chissà quante primavere fa, articoli su internet, post degli amici sui social e libri nuovi che inizio.

Gli occhi sono avidi di parole, di segni, di comunicazione, così come lo è il cuore, solitario, in attesa di ritrovare quel battito tranquillo, in armonia, quasi all’unisono, con quello delle persone care intorno.

E così la comunicazione, la lingua, la voce, il suono di chi parla lasciano lo spazio e il tempo alla parola scritta, alla riflessione, al pensiero, alla mancanza, al vuoto.

Chissà se le coppie in questo momento parlano di più, chiuse in quella manciata di metri quadri dei loro appartamenti, o se invece la convivenza forzata segna uno smarrimento, apre una presa di coscienza sulle differenze, sulle aspettative deluse?

Scrive David Grossman in questi giorni sulla pandemia:

“Ci sarà chi, per la prima volta si interrogherà sulle scelte fatte, sulle rinunce, sui compromessi. Sugli amori che non ha osato amare. Sulla vita che non ha osato vivere. Uomini e donne si chiederanno perché sprecano l’esistenza in relazioni che provocano loro amarezza”.

E scrive Fabio Genovesi su Lettura del Corriere, domenica scorsa:

“Quando questa situazione finirà dobbiamo ricordarci di chi e cosa ci è mancato davvero e impegnarci a vedere queste persone e fare queste cose fino a consumarci”.

E quindi la compulsività di lettura, la ricerca di parole e pensieri, come ogni bulimia che si rispetti, non sono altro che il tentativo di colmare un vuoto grande: la mancanza, la nostalgia, la voglia di vedere, sentire e toccare chi non si può in questo momento.

“L’appartenersi è uno stato mentale, non fisico” così recita questa massima trovata in una storia di una mia amica.

Sì, ci si attacca alle massime, ma non ci si crede fino in fondo. L’amore è amore vissuto, vero, se praticato.

E a me l’amore manca, al diavolo questa scemenza dello stato mentale.

Manca quella persona fisica, hic et nunc. Manca la voce, manca la sicurezza e l’insicurezza quotidiana di averla accanto.

Per tutte le coppie che in questa Quarantena non hanno la fortuna di litigarsi il divano, di fare a gara a chi esce a portare il vetro fino alla campana (che lusso di scampagnata!!), che non possono vedersi, che sull’autocertificazione scriverebbero: “esco perché mi manca il mio amore e vado da lui!”, a loro, va questo mio piccolo “delirio poetico”:

 

E’ un tempo difficile il nostro

non siamo due per gli altri

non abbiamo casa

non è scritto che siamo amore.

 

Se la terra trema,

se una malattia avanza,

non siamo Noi per gli altri

 

Siamo soli

siamo l’essere noi per noi

Tu ed Io

apolidi

siamo oltre la geografia. la legge, la società

 

Siamo l’essere ora,

senza promesse scritte

da non mantenere

 

Siamo la verità

incontrata per caso.

Scelta.

Libera.