Queste foto son pronte da un paio di giorni, ma volevo aspettare un dì di festa: volevo che in tutti i sensi fosse domenica. Volevo far vedere a tutti come era la loro vita in quel periodo: divisa a metà, sospesa.

Ho un gruppo di vecchi e nuovi amici che negli ultimi giorni inneggiano ancor più a questo nuovo ipotetico libro dicomanese e non vi nego che mi sto pian piano lasciando attrarre dalle loro idee, e io oggi, in un momento di non lucida euforia, mi son lasciata andare e ho iniziato a fantasticarci su…

Ho immaginato un mio nipotino con in mano quello sciocco diario fotografico in vernacolo stampato vent’ anni prima che mi diceva “Nonna chi sono queste ragazze, e perchè hanno la faccia divisa a metá?”.

E io, con la mia treccia lunga di capelli bianchi e gli occhiali sul naso,  con il petto gonfio d’orgoglio gli dirò “vedi Gino, (il mio primo nipote si chiamerà Gino, nella mia smisurata e contorta fantasia sul futuro) ..vedi Gino, queste donne sono mie vecchie amiche, e le loro facce sono stampate su questo libro perché vent’anni fa, durante quei mesi dove tutto il mondo doveva stare chiuso in casa a causa di quel brutto virus, che se lo prendevi potevi anche morire, le ho volute fotografare. Metà foto la feci io, con grande fatica, restando a distanza, e con tutte le precauzioni. Metá foto la fecero loro in corsia.

Volevo far vedere a tutti come era la loro vita in quel periodo: divisa a metà, sospesa.

Tutti i giorni salutavano i loro bambini, i loro mariti, i loro genitori e uscivano dalle loro case sicure, per andare in ospedale.  Per evitare di essere contagiate dovevano vestirsi da astronaute per curare le persone malate. Ognuno aveva un compito, chi faceva radiografie, chi puliva tutto, chi distribuiva medicine, chi teneva la mano a qualche anziano che stava per morire solo. Il loro lavoro in quei giorni fu finalmente apprezzato, e improvvisamente tutto il mondo capì che un’infermiera valeva più di un attrice e un medico più di un calciatore.

Eran diventate talmente famose che le bambine le copiavano: non volevano piu la giacca come la Ferragni, ma come la Giulia, il tatuaggio della Gemma, il ciuffo della Monica, i riccioli della Lisa. Quando riaprirono i parrucchieri i bambini non chiedevano più il taglio di capelli di Ronaldo, ma come il Massai. Furono giorni duri per loro, vivevano a contatto con la morte, rischiando quotidianamente di ammalarsi e di portare il virus a casa dai loro cari… per paura di contagiare in famiglia le mamme infermiere smisero di abbracciare i loro bambini, e per una mamma, Gino, non c’è  cosa più dura. Ma per fortuna quel brutto periodo finì e finalmente tutti capirono l’importanza di queste donne, ripeto, amiche mie. E poi, dopo che tutto era finito, in quella meravigliosa festa in piazza davanti al comune, l’eran tutte un po’ brille quelle infermiere , e leggenda narra che la Lisa e l’Eleonora furono avvistate a ballare sui tavoli… ma questa è un altra storia”.

“Che mito nonna… raccontami un altra storia”

E allora io inizierò a raccontargli di quel giorno dove la nonna Letizia finì al Tg3 con quell’orecchio rosso, e contemporaneamente un paese intero era davanti alla tv con uno spritz in mano.

Poero Gino. Quante ne dovrá sentire.

La Letizia