Tra il 1943 e il 1944, con l’Italia occupata dai nazifascisti, il Mugello accolse e protesse molti ebrei che cercavano di sfuggire alle deportazioni verso i campi di sterminio nel nord Europa. Le loro storie sono in gran parte rimaste sconosciute perché per molti decenni i protagonisti preferirono non parlarne. Alcune però sono riemerse grazie alla riconoscenza di alcuni ebrei che si salvarono e vollero tornare a ringraziare i mugellani che li avevano protetti o per le ricerche di alcuni storici locali, primo fra tutti Aldo Giovannini. Nel numero scorso abbiamo scritto del sacerdote di Firenzuola Don Leto Casini che ebbe una parte di rilievo nella rete voluta dall’Arcivescovo di Firenze Elia Dalla Costa per mettere in salvo gli ebrei di Firenze e della provincia. Ma ci sono anche altre storie ricostruite negli ultimi anni da diari, documenti e testimonianze. Tra queste quella della famiglia Spiegel, che nel 2010 tornarono a Borgo per ringraziare gli eredi dei loro salvatori. Nel dicembre del 1943 una giovane famiglia di ebrei di Trieste – Guido Spiegel con la moglie e i due figli -, si vide costretta ad abbandonare la propria città per sfuggire ai nazifascisti, prendendo il primo treno a disposizione. Nella loro fuga si ritrovarono per puro caso a Borgo San Lorenzo; smarriti e stremati, videro come loro unica possibilità quella di rivolgersi al pievano del luogo per chiedere aiuto. Don Ugo Corsini, un parroco coraggioso, diede loro asilo e li aiutò mettendoli in contatto con Antonio Gigli. Il Gigli, mettendo a repentaglio la propria vita, riuscì a procurare dei documenti falsi che permisero alla famiglia Spiegel di scampare alla sicura deportazione e alla morte. Per la sua ottima conoscenza della lingua tedesca, Guido Spiegel si rese utile alla lotta partigiana e collaborò con le formazioni locali infiltrandosi nel comando centrale tedesco di stanza a Borgo passando messaggi e informazioni. Con la Liberazione la famiglia decise prima di rientrare a Trieste e, dopo qualche anno, di partire per Israele. Al Pievano di Borgo Don Corsini e ad Antonio Gigli, per interessamento degli stessi Spiegel, è stato conferito il titolo di “Giusti tre le nazioni” conferita a coloro che si opposero alle persecuzioni razziali e a prezzo di sacrifici ed a proprio rischio, salvarono numerose vite.

Un altro religioso che si adoperò per il salvataggio degli ebrei fu Padre Massimo da Porretta, conosciutissimo in Mugello per aver fondato e diretto per molti anni la Casa di riposo San Francesco. Tra i tanti che protesse, ospitandoli nella casa di riposo o nei dintorni, si ricordano due illustri nomi di ebrei costretti a fuggire e nascondersi negli undici mesi di occupazione tedesca: Angiolo Orvieto e sua moglie Laura Cantoni. Angiolo e Laura ebbero un ruolo rilevante nel dibattito culturale del primo novecento a Firenze e non solo. Lui era poeta, fondatore della rivista Marzocco, e lei impegnata nella diffusione della cultura negli ambienti popolari, scrittrice per l’infanzia e attenta osservatrice del mondo femminile. L’incontro degli Orvieto con Padre Massimo, non solo favorì in modo determinante la salvezza dei due fuggiaschi, ma fece nascere un’amicizia che durò nel tempo e che è ampiamente testimoniata dalle numerose lettere oggi custodite nel “Fondo Orvieto” dell’Archivio Contemporaneo “A. Bonsanti” di Palazzo Corsini a Firenze. Angiolo Orvieto, divenuto uno dei maggiori benefattori della casa di riposo, nel 1956, in occasione del sessantesimo anniversario di sacerdozio di Padre Massimo, donò alla chiesa di S. Francesco la Galleria Vetrage in memoria della moglie Laura e della figlia Annalia. La storia degli Orvieto è stata ricostruita e narrata dalla Comunità ebraica fiorentina con l’aiuto di Aldo Giovannini

Alcuni anni fa, in occasione della giornata della Memoria,  il Corriere Fiorentino pubblicò un articolo in cui  Adam Smulevich racconta la storia della sua famiglia costretta a  fuggire da Firenze per le persecuzioni razziali e ospitata da una famiglia di Firenzuola che salvò la vita dei suoi parenti. La famiglia firenzuolina si chiamava Matti e fu in particolare il giovane Renato a gestire tutta la situazione. Renato prenderà poi i voti di sacerdote  e rimarrà in contatto con la famiglia Smulevich anche nei decenni successivi alla guerra. “Quel prete un po’ guascone che incuriosiva così tanto mio padre e mia zia, oltre ai cugini Ruben e Massimo, forse non aveva l’aspetto di un eroe, ma lo è stato senza ombra di dubbio – scrive Adam –  e con lui i fratelli, i genitori, alcuni amici stretti che frequentavano l’abitazione dei Matti a Firenzuola. Tutti si diedero da fare, nei mesi della persecuzione antiebraica più feroce, quando già molti treni erano stati inviati nei campi di sterminio.” Siamo nel periodo del confronto militare della Linea Gotica che aveva il suo centro proprio nell’Appennino e nel comune di Firenzuola. “Eppure fu in quel contesto così rischioso che gli Smulevich trovarono l’agognata salvezza dai persecutori. Nascosti in casa nelle grotte, trasportati sul sellino di una bicicletta sgangherata per cambiare nascondiglio e fuggire alla cattura. Fu Renato Matti – prosegue Adam – , futuro parroco,  a gestire l’operatività dell’azione di soccorso insieme ai genitori Armando e Clementina. Allora poco più che ventenne, educato sin da ragazzo  a una fervente militanza antifascista, Renato tenne i rapporti con chi da Prato aveva mandato gli Smulevich a Firenzuola (dove il cognome divenne Sigismondi)”. Ultimo rifugio della famiglia Smulevich fu la frazione di Ca’ di Sotto dove incontrarono alcuni soldati inglesi e americani che avevano sfondato al Giogo la Linea Gotica e fra loro anche alcuni esponenti della Brigata Ebraica composta da volontari provenienti anche dalla Palestina.

(a cura di P. Mercatali)