Strade, castelli, monasteri intorno al passaggio tra la Romagna e la Toscana dal Medioevo all’800

“La viabilità era nel Medioevo una viabilità di crinale, perché le valli e le pianure erano ancora in parte paludose e malsane. Per lo stesso motivo gli insediamenti erano di altura. La posizione di altura consentiva di essere vicino ai boschi e alle fonti di acqua montana lontana dagli acquitrini”. (Riccardo Francovich, I castelli del contado fiorentino nei secoli XII eXIII).

Anche nella zona del Mugello-Valdisieve, come per tutto l’Appennino, durante il Medioevo si assistette al progressivo abbandono dell’area di fondovalle e lo spostamento della popolazione sulle alture sovrastanti la Sieve, il Comano, il Moscia. (Pietro Bruni, Per la storia della viabilità mugellana).

L’organizzazione feudale del territorio contribuì al ripopolamento delle vette. Le famiglie feudali dominanti, per motivi di sicurezza, si arroccarono sui monti abbandonando la viabilità romana rimasta in auge fino alle soglie dell’Alto Medioevo, e che ritornerà ad essere valorizzata dalla fine del XIV secolo, con l’affermazione del Comune di Firenze, integrandosi con quella dei crinali.

Il crinale tosco-romagnolo era una zona dove convergevano i domini dei Guidi e degli Ubaldini (famiglie feudali), del vescovo fiorentino e di alcuni monasteri vallombrosani e, in misura minore, camaldolesi.

In questo complesso quadro geo-politico, il nerbo della viabilità che collegava i vari domini era la giogana Villore-Corella.

Essa era il crocevia di tutte le direttrici viarie di un’amplissima zona. Si doveva passare di lì per andare nella Romagna Toscana fino a Marradi e oltre. Si doveva passare di lì e oltrepassare poi la Colla dei Lastri, per andare a Castagno e in Casentino. Si doveva passare di lì per andare nelle valli del Comano, della Valdisieve e del Mugello. Oltre che per raggiungere il passo del Giogo e calare poi verso Scarperia o Firenzuola. Insomma, era un passaggio obbligato che collegava luoghi e comunità.

“Da Biforco [vicino Marradi], per la nota via del passo delle Scalelle, si poteva raggiungere sia Villore sia Belforte…” (Paolo Pirillo, La viabilità appenninica nella transizione dalle signorie territoriali allo Stato Fiorentino). Al passo delle Scalelle, per inciso, nel 1368, il germanico conte Lando, mandato a conquistare il castello di Belforte, venne sbaragliato e messo in fuga dai montanari del luogo.

“I carichi di grano in viaggio verso Firenze [provenienti dalla Romagna], hanno sempre scavalcato l’Appennino a dorso di mulo così come le carovane di bestiame;  ma anche il fenomeno della transumanza e delle migrazioni stagionali di manodopera [come] boscaioli e carbonai… (Andrea Zagli, Aspetti della viabilità tra Valdisieve e la Romagna). Continuando a parafrasare l’Autore, si deve aggiungere che la linea San Benedetto, Colla dei Lastri, San Godenzo e, continuando per la giogana, Dicomano e il Mugello, era la più frequentata per chi veniva dalla Romagna perché più esposta al sole, dove la neve “non vi sta ferma da impedirne il passaggio alle bestie”.

La giogana Corella-Villore era al centro di svariati castellli: San Godenzo, San Bavello, Belforte, Ampinana, Gattaia, Rupecanina, Montesassi e Pila (questi ultimi due nell’attuale comune di Vicchio), e di svariati conventi di cui parlerò in seguito. Era dunque passaggio obbligato di una varia umanità, non ultimi i contrabbandieri , che tentavano di aggirare i molteplici punti di dogana posti dai feudatari.

La giogana è uno dei miti che è a fondamento di un territorio, inteso anche come comunità.

Distruggere quel mito vuol dire distruggere la stessa identità della comunità.

I crinali del Mugello, con i loro punti più significativi da un punto di vista storico e paesaggistico, sono parte dell’interiorità di tutti coloro che ci vivono.

Sono un magazzino di forza e ampiezza interiore, come una riserva di vita.

Sono luoghi segreti e ancora puri.

Hanno corrispondenza con luoghi altrettanto segreti e puri della vita di ognuno.

Il crinale dell’Appennino è ricco di storia sacra.

È stato per centinaia d’anni il nostro “sacro cammino”, alla stregua del Cammino di Santiago di Compostela.

Nell’anno 1001, alcuni monaci dell’antico eremo di San Benedetto in Alpe si recarono a Porec, in Iugoslavia, dove il venerabile monaco Romualdo risiedeva e aveva edificato un monastero. Lo convinsero a tornare in Italia dove, nell’anno 1012, fondò il Sacro Eremo di Camaldoli e, più in basso, in località Fontebono, un’altra casa per ospitare infermi e pellegrini, “affinché l’eremo sovrastante restasse sempre nascosto e lontano dai rumori del mondo” (Vita di San Romualdo, di San Pier Damiano, 1988).

Presero la sua regola (vita eremitica e vita cenobitica insieme) sia il già ricordato convento di San Benedetto in Alpe che quello dei Romiti, ora poco più che un rudere, in prossimità dell’Acquacheta, per citare solo quelli più prossimi al crinale che ci interessa.

Facendo un piccolo salto in avanti di circa venti anni, incontriamo un altro santo monaco itinerante, Giovanni gualberto, che nel 1036 fondò il monastero di Vallombrosa, origine di tutta la congregazione omonima.

Furono conventi vallombrosani:

  • San Pietro di Moscheta, 1050 circa, sull’Appenino tra Firenzuola e Scarperia
  • San Paolo di Razzuolo, 1047 circa, sulla via Faentina
  • Santa Reparata di Marradi, di poco anteriore.

Più quelli del Casentino:

  • San Fedele di Strumi, non distante da Poppi
  • San Salvatore di Sofena, a Castelfranco di Sopra.

In territorio toscano:

  • San Salvatore di Settimo, fondato verso l’anno Mille, posto a 9 chilometri da Firenze
  • San Salvi, del 1048, ben presto incluso nella citta di Firenze, (Alle origini di Vallombrosa, a cura di Giovanni Spinelli e Giustino Rossi, 1984).

Oltre a questi monasteri, in prossimità del crinale mugellano in questione, vanno citati almeno il convento San Giovanni Battista a Sandetole, edificato dai Francescani nel XVIII secolo, ma il cui nucleo originario era antecedente all’anno Mille; il convento di Bosco ai Frati, fondato dagli Ubaldini prima dell’anno Mille, fra Borgo San Lorenzo e Scarperia, passato ai Francescani nel 1212. Nonché il piccolissimo convento di Monte, in prossimità di Corella, e la pieve di San Martino a Corella, distrutta e riedificata ben due volte.

A costo di ripetermi voglio ribadire: che strade credete che seguissero i monaci, i pellegrini e tutto il variegato mondo medievale per spostarsi dalla Romagna Toscana e dal Casentino verso il Mugello-Val di Sieve e l’area fiorentina? Dal monastero di La Verna, Camaldoli, San fedele di Strumi verso Bosco ai Frati? O da San Salvatore di Sofena (Castelfranco di Sopra) verso San Paolo di Razzuolo o Santa Reparata di Marradi? Dunque, che strade, se ancora per tutto il 1700 le principali vie maestre erano stradelle e viottoli che “soprattuttto nel semestre invernale [diventavano] veri e propri fossi più che strade? (Leonardo Rombai, Marco Morselli, La Romagna Toscana e il Casentino nei tempi granducali, 1997). Restava solo la via dei crinali, dove i gioghi di Corella e Villore erano il crocevia per innumerevoli destinazioni.

Riportiamo ancora testualmente dal testo sopra citato: “Da Biforco sulla via maestra di Marradi una viottola pedonale risaliva la vallata di Campigno fino a Farfareta valicando dal giogo di Villore per Vicchio e da quello di Corella per San Bavello e Dicomano”.

E ancora: “Da Modigliana il modo più celere per andare a Firenze […] era un tracciato arduo e pedonale che proseguiva lungo l’Acerreta fino a Gamogna, al giogo di Corella e a San Bavello”.

È utile riportare le parole di Lino Chini da: Storia del Mugello, 1876: “Il giogo di Corella permette il passaggio dalla Val di Sieve a quella del Lamone”.

È importante anche ricordare uno dei percorsi che facevano i pastori nel loro cammino di transumanza. “Dalle alte vallate del Tramazzo-Acerreta si potevano seguire gli itinerari di valico del giogo di Villore e del giogo di Corella e scendere in Mugello” (Leonardo Rombai, Marco Morselli, 1997), da qui poi raggiungere i punti di raccolta e indirizzarsi verso la Maremma.

In conclusione, il crinale di Villore e Corella rappresenta uno scrigno di storia inserito in una fitta rete di scambi e cominicazioni. Oltre a essere un serbatotio non monetizzabile di valori dell’anima. È un’eredità ricevuta da migliaia di generazioni.

Per favore, non toccatelo. Lasciatelo com’è e conserviamolo per le generazioni a venire. Difendendo il crinale difendiamo la nostra umanità. E la vostra.

                                                                        E gli uomini vollero piuttosto le tenebre,

                   che la luce (GIOVANNI, III, 19)

Tommaso Capasso