Pubblichiamo la nota inviataci dall’avvocato Mancini a proposito dell’articolo pubblicato qualche tempo fa (leggi qui) circa l’operazione dei carabinieri di Borgo che ha portato a misure cautelari nei confronti di alcuni giovani mugellani dei quali abbiamo pubblicato i nomi.

“I Processi si discutono nelle aule dei Tribunali. In circostanze particolari (come la recente emergenza Covid) si possono dibattere da remoto o a porte chiuse. Ma MAI, ripeto MAI, possono essere celebrati sui giornali.

Questo invece è accaduto in occasione dell’uscita di una serie di articoli da parte di alcune testate, locali e non, in relazione alla recente operazione del Nucleo Operativo dei Carabinieri di Borgo San Lorenzo, volta alla repressione del consumo e della vendita di droghe leggere.

E mentre da sempre si discute su quale sia il discrimine tra diritto di cronaca e violazione del segreto istruttorio e della privacy, un gruppo di giovani e giovanissimi del Mugello, alcuni appena maggiorenni, sono stati indicati da alcune testate con nomi e cognomi e gettati in pasto alla gogna mediatica.

Questi i fatti: in data 27 maggio u.s. i Carabinieri di Borgo San Lorenzo hanno dato esecuzione ad una serie di ordinanze applicative di misure cautelari, disposte dal GIP di Firenze Dott. Boninsegna.

E’ importante precisare che la maggior parte di queste misure sono state revocate nei giorni immediatamente successivi dallo stesso Giudice, a seguito dei chiarimenti resi dagli indagati.

Quale difensore di alcuni di questi giovani, dei quali non fornisco i nomi per coerenza con ciò che sto scrivendo, limitandomi a specificare che rientrano nel gruppo di coloro che hanno chiarito la loro posizione e cui le misure cautelari sono state revocate,  non posso esimermi, pur nel rispetto del fondamentale diritto di cronaca, dal censurare l’operato di alcuni giornalisti.

In questi articoli sono state rappresentate come certe, condotte che potranno essere provate o smentite solo nel corso di un eventuale processo, sono state abbinate immagini di repertorio che niente avevano a che fare con le indagini in corso, e ancora più grave, sono stati divulgati nomi e cognomi di persone coinvolte, senza conoscere chi sia davvero responsabile dei fatti, e soprattutto astenendosi dall’operare la benché minima diversificazione dei ruoli anzi associando i nomi di tutti al traffico di stupefacenti e addirittura di psicofarmaci.

Chi abbia fornito alla stampa i nomi degli indagati prima che le indagini fossero terminate, quali verifiche siano state fatte sulle fonti e sui fatti raccontati, quale sia stato l’interesse della collettività a conoscere l’identità delle persone coinvolte, sarà spiegato dagli autori e dai loro direttori, alle persone offese ed alle loro famiglie nelle sedi opportune.

Ciò che vorrei specificare in questa sede, è che l’uso così spregiudicato delle informazioni ricevute, ha fatto apparire, reiteratamente, un semplice consumatore di qualche spinello, quale un pericoloso spacciatore di droghe e addirittura psicofarmaci. Ne valeva la pena per attrarre qualche lettore in più?

Con buona pace della presunzione di non colpevolezza,  principio cardine universale del diritto penale e di ogni società civile, per l’opinione pubblica raggiunta da quegli articoli, nell’immaginario dei vicini di casa, dei compagni di scuola, dei colleghi di lavoro, tutti i nomi di questi giovani –alcuni ripeto estranei ai fatti contestati- impressi sui quotidiani, resteranno per sempre associati a parole tipo “banda sgominata” “traffico di stupefacenti” “ricette contraffatte”.

Quale somma potrà risarcire coloro che si sono trovati in questa situazione, che hanno avuto il proprio nome e cognome su tutti i giornali, in una realtà di paese in cui tutti si conoscono, che hanno visto la propria famiglia “messa alla berlina”, laddove alla fine dovessero risultare innocenti?

Alimentare le chiacchiere e additare le persone non è lo scopo dell’informazione, non è compreso nel diritto di cronaca, anzi costituisce una grave violazione.

Ma ciò che interessa in questa sede ricordare, sia a chi scrive che a chi legge, è la distinzione tra indagato e colpevole: essere coinvolti in una indagine, essere indagati, conoscere persone che lo sono, non significa affatto essere colpevoli.

Vi ricordate quanti esempi di processi mediatici in Italia?

Vi ricordate di Enzo Tortora?

Pensateci ogni volta che vi accingete a scrivere un nuovo articolo, e pensate a cosa potreste provare se capitasse a voi.

Ringraziando chi mi ha concesso questo spazio

Avv. Paola Mancini