Pellegrina Angeli e Lisa Matti hanno ricevuto la comunicazione che Pietro (detto Pietrino) Angeli e Dina Rossetti (genitori di Pellegrina) e Armando Matti e Clementina Angeli (nonni di Lisa) sono stati riconosciuti “Giusti tra le Nazioni”. Questo importante riconoscimento viene attribuito dal Centro Mondiale per il ricordo della Shoah, Dipartimento per i “Giusti tra le Nazioni”, a quanti hanno aiutato ebrei a rischio della propria vita. 

Il merito che viene riconosciuto alle famiglie Matti e Angeli è stato quello di aver dato ospitalità e quindi di aver salvato la famiglia Smulevich. La vicenda degli Smulevich parte dalla fuga da Fiume, dove il capofamiglia Sigismondo gestiva un atelier di moda, e prosegue con il suo internamento a Campagna (Salerno) e poi a Firenze e infine a Prato dove ha continuato a esercitare la professione di sarto. In un secondo momento, alla famiglia Smulevich si aggiunse Leone, nipote di Sigismondo, anch’egli perseguitato dopo l’entrata in vigore delle leggi razziali del ’38 e internato in diverse località, tra le quali Scarperia. Questi ebrei salvati erano oltre a Sigismondo, la moglie Dora Werczler, la figlia Ester, il figlio Alessandro e il già citato Leone (detto Leo).

L’onorificenza viene attribuita dopo un’accurata indagine su documenti e testimonianze dirette. Nel caso degli Smulevich per questa indagine è stato fondamentale il ritrovamento del diario di Alessandro in cui le vicende della famiglia nascosta fra i monti sono narrate con una precisione e una ricchezza di particolari straordinarie. 

Il rischio per chi aiutava gli ebrei era altissimo, ma, per la gente di queste montagne, prestare aiuto senza porsi tante domande era una cosa normale. 

Del resto la famiglia Matti sapeva bene cosa volesse dire essere perseguitati: il padre di Armando Matti, Angiolo, fu ucciso dai fascisti a Coniale nel 1921 e Armando, secondo una nota della Prefettura di Firenze, viene così descritto: «professa principi sovversivi e fra i contadini del Comune di Firenzuola svolse attiva propaganda comunista e fu uno dei più tenaci sostenitori di tale idea. […] È un elemento turbolento e poco raccomandabile a Firenzuola». Dopo l’assassinio la famiglia dovette emigrare in Francia dove Armando lavorava come minatore. In Francia nacquero due dei loro sei figli. Rientrati in Italia, durante la guerra si trovavano a Firenzuola, nel cuore della Linea Gotica, ed aiutarono gli Smulevich attraverso una rete di solidarietà che comprendeva anche i parenti Angeli e Righini.

I Matti, Armando e Clementina, in un primo momento, ospitarono il figlio Alessandro e i suoi famigliari nella loro casa di Via Villani. Poi solo Alessandro rimase ancora nel capoluogo, mentre gli altri componenti della famiglia si trasferirono a Ponteroncone, nella valle del Rovigo, presso la famiglia Angeli. Pietro Angeli era infatti il fratello di Clementina. La famiglia Righini composta da Umberto (conosciuto come “Chioccolino”) e Gelsumina Matti, inizialmente diedero rifugio a Leo, il quale successivamente si ricongiunse con gli altri Smulevich a Ponteroncone. Dalle pagine del diario si comprende che Umberto Righini, è stato un sostegno insostituibile, oltre che per Leone, anche per Alessandro, soprattutto nei momenti delle perquisizioni eseguite casa per casa nel capoluogo tra maggio e giugno del ‘44.

Si trattava di famiglie di montanari, carbonai e contadini con molti figlioli, tutt’altro che benestanti. Alla domanda perché avessero aiutato e nascosto ebrei la risposta era sempre la stessa: perché avevano bisogno.  E l’aiuto non consisteva soltanto nel trovare nascondigli nei boschi e procurare del cibo. Per mesi hanno condiviso la casa e i pasti e quindi il rischio di essere scoperti. È ovvio quindi che ci fossero momenti di dubbio e anche di paura, ma, alla fine, prevaleva sempre l’imperativo morale di aiutare chi aveva bisogno di aiuto. 

La storia degli Smulevich non è un fatto isolato come non fu un fatto isolato l’aiuto delle famiglie Matti e Angeli. Altre persone erano impegnate in questa “missione”: dalla valle del Rovigo provenivano anche la famiglia Rossetti e la famiglia Donnini che svolsero ruoli importanti nel salvataggio degli ebrei. 

In base a quanto finora emerso, possiamo affermare con orgoglio che, tra violenze, eccidi, delazioni, retate e rappresaglie nazi-fasciste, Firenzuola fu “terra di Giusti”, di tanta brava gente che antepose la misericordia e l’umanità alla paura e al rischio personale. Giusti purtroppo non riconosciuti dallo Yad Vashem per la scomparsa delle testimonianze dirette. È il caso di Alfredo e Chiarina Brunetti che ospitarono la famiglia Ventura di Firenze, formata dai coniugi Giuseppe e Amalia Polacco e dal figlio Edoardo, che raggiunse Firenzuola e quindi la località Alpe, nella valle del Rovigo. O come Ancilla Donnini, che, saltando come un capretto su per sentieri scoscesi, portava cibo ancora caldo ai giovani nascosti negli anfratti della montagna. E i tanti che trovavano il modo di segnalare le situazioni pericolose esponendo lenzuola bianche alle finestre, segno di una tacita ma diffusa pratica della solidarietà. Tutta la zona era particolarmente pericolosa per la presenza contemporanea della 36^ Brigata Garibaldi Bianconcini e dei tedeschi impegnati nella lotta contro i partigiani. È possibile supporre che fascisti e nazisti ignorassero la presenza degli ebrei perché totalmente presi dalla attività prioritaria della caccia ai partigiani. Del resto fino a quel momento a Firenzuola di ebrei non se n’erano mai visti, ad eccezione di Desiderio Schön, ebreo fiumano nato in Ungheria, che dapprima internato a Firenzuola, entrò in clandestinità per poi riuscire a raggiungere la Svizzera e a salvarsi.

In realtà in tempo di guerra diversi altri ebrei trovarono rifugio e salvezza nascosti da famiglie firenzuoline, come i coniugi Barta, anch’essi fiumani come gli Smulevich.

L’unico episodio di salvataggio di ebrei a Firenzuola noto ai firenzuolini era quello relativo ai coniugi Francesco Schönmann e Giulia Löwinger, che trovarono rifugio presso il farmacista, il Dott. Guglielmo Zini, rimanendo nascosti nella cantina della sua farmacia fino al bombardamento aereo del 12 settembre 1944 dal quale si salvarono miracolosamente.

I nomi di Armando Matti, Clementina Angeli, Pietro Angeli e Dina Rossetti saranno incisi sul muro d’onore nel giardino dei Giusti allo Yad Vashem di Gerusalemme dove si trova già inciso quello di un altro firenzuolino, Don Leto Casini che, con l’organizzazione clandestina diretta dal Cardinale Elia Dalla Costa, portò soccorso a moltissimi ebrei. La sua opera è stata citata anche nel processo contro Adolf Eichmann, nella testimonianza di Hulda Cassuto Campagnano, sorella di Nathan Cassuto, il rabbino capo di Firenze nel 1943. Assieme ad altri membri dell’organizzazione, tra i quali Don Leto, Cassuto fu arrestato e quindi deportato ad Auschwitz dove morì durante una delle tante marce forzate per vuotare il lager, nel gennaio del 1945. 

Le nostre ricerche continuano e di questo straordinario mosaico della solidarietà cominciamo ora a distinguere le parti che compongono il disegno. 

Luciano Ardiccioni 

Rosanna Marcato

In foto: Dina Rossetti con un nipotino a Ponteroncone (terza foto a destra); Ancilla Donnini (in fondo)