PROGRAMMA

Diritti della popolazione

Diritto ad una alimentazione e a beni di prima necessità adeguati per quantità e qualità. Il problema: non sembri una richiesta d’altri tempi, la rivendicazione di “pane e lavoro” è tornata purtroppo di estrema attualità, come ci dimostrano le infinite cronache giornalistiche che ormai non parlano più neanche della difficoltà di arrivare alla terza settimana perché con il dilagare della disoccupazione, sempre più si tratta di cercare di sopravvivere completamente senza soldi. Anche nel nostro paese sono sempre più numerose le famiglie che scoprono con amaro stupore di non avere più di che vivere, o, se dispongono ancora di un reddito, di essere costrette a scegliere se mangiare o pagare le bollette e l’affitto: i piccoli risparmi ed i margini offerti dalla rete familiare e amicale si vanno esaurendo perché la crisi dura ormai da molti anni e si allarga. La prova di tutto ciò l’abbiamo nell’aumento del numero dei pacchi viveri erogato da Associazioni come la Caritas che fanno sempre più fatica a tenere dietro alle crescenti richieste e nel dilagare delle bollette non pagate, comprese quelle dovute al Comune per mensa, trasporti, rifiuti. Ma si verifica anche un altro fenomeno, cioè il ricorso ai cosiddetti ”cibi spazzatura” a basso costo ma di cattiva qualità e ad una dieta a base di carboidrati che riempiono lo stomaco, ma priva di vitamine, di nutrienti, di frutta e verdura, ormai inarrivabili. E’ da aggiungere però che il problema della qualità dei cibi e della loro provenienza sicura specie per la frutta e verdura è oggi molto sentito anche dalla popolazione che ha capacità di spesa, per i continui scandali alimentari. Anche sull’abbigliamento vi sono crescenti preoccupazioni per la possibilità che vestiti e scarpe ormai tutti d’importazione da paesi dove i controlli sono inesistenti, contengano sostanze tossiche (vedi campagna di Greenpeace “Toxic Fashion” contro i vestiti d’Alta Moda per bambini pieni di sostanze chimiche pericolose), nonché dubbi sullo sfruttamento selvaggio della manodopera femminile e anche minorile che li produce: da qui il sorgere di iniziative quali “magliette pulite” per educare ad una scelta che unisca l’aspetto etico e solidale a quello della salvaguardia della salute. Il tentativo dell’attuale governo di dare una risposta al problema crescente della povertà legandolo a strategie di incentivazione alla ricerca dell’occupazione con il “ reddito di cittadinanza” si sta sempre più rivelando un gran pasticcio : i dati quasi definitivi dell’INPS indicano in poco più di 500.000 il numero dei beneficiari che avranno in media 500 euro mensili ciascuno, poco più del REI di Renzi , e che rappresentano solo il 10% dei 5 milioni di poveri assoluti. Per finanziarlo sono stati: tagliati per i prossimi tre anni 4 miliardi alla Scuola Pubblica; ridotti del 30% i rimborsi in caso di infortunio sul lavoro; bloccato nuovamente l’aggiornamento del costo della vita ai pensionati; tagliato alle neo mamme lavoratrici il bonus baby sitter e asili nido. In pratica siamo alla solite: i poveri finanziano i provvedimenti, peraltro non risolutivi, a favore di altri poveri, per non intaccare i patrimoni dei ricchi. Per quanto riguarda poi la parte dell’incentivazione alla ricerca del lavoro, si è escogitato un sistema cervellotico, affidato agli ormai famosi “ navigator” ancora tutti da individuare e formare, personale con contratto precario incaricato di trovare lavoro stabile ai percettori di reddito di cittadinanza, anche in sedi distanti centinaia di chilometri.

La proposta: Una risposta più immediata all’emergenza alimentare ed anche per altri generi di prima necessità compreso vestiario può a nostro parere venire dall’esperienza dei Gruppi di Acquisto Solidale (G.A.S.) presenti in quasi tutti i nostri paesi che sono nel tempo riusciti a costruire una rete di acquisti diretti dal produttore preferibilmente piccolo e vicino, puntando principalmente oltre che sul prezzo equo sull’alta qualità dei prodotti, per lo più biologici. Questa esperienza finora rimasta di nicchia e di cui hanno beneficiato ristretti gruppi di persone “acculturate” potrebbe essere proposta a iniziativa del Comune alla generalità dei cittadini, creando una specie di moderno “ granaio della comunità” autogestito ma appoggiato alle strutture pubbliche (pensiamo al problema dell’immagazzinamento e smistamento) e del quale il Comune dovrebbe farsi garante per i vari aspetti tecnici, prevedendo anche l’integrazione con gli acquisti per la mensa scolastica, così da spuntare prezzi migliori e magari aprire l’accesso alla mensa a chi ne ha necessità. Attorno al “granaio” potrebbe svilupparsi un’attività di educazione alimentare, per l’abolizione del fenomeno dello spreco di cibo, la rivalutazione dei cibi integrali e della tradizione contadina locale, del pane prodotto con la pasta madre, e di educazione all’acquisto consapevole e solidale. Un’azione di più lungo respiro da combinarsi con la precedente può essere esercitata dal Comune promuovendo su terre pubbliche o su terre incolte la diffusione di orti sociali anche per giovani e la rinascita di una agricoltura contadina biologica, fortemente legata alla comunità locale che ne diviene il naturale sbocco. Si tratta di creare una forma mutualistica alla quale aderiscono sia coloro che sono disponibili a lavorare la terra sia chi li vuole sostenere con l’acquisto dei prodotti così da creare una base stabile su cui appoggiarsi e sperimentare forme di sostegno al reddito per disoccupati e sottoccupati, con possibilità di svolgere ruoli intercambiabili a seconda delle necessità e disponibilità di tempo, potendo ciascuno essere acquirente per alcuni generi e produttore per altri. Verrà così prodotto cibo sano e fresco, direttamente controllabile con il sistema della “certificazione biologica partecipata” che prescinde dal ricorso a costose Agenzie ufficiali di certificazione, basandosi sulla conoscenza diretta del produttore, e che non dovendo viaggiare non produce rifiuti da imballaggio. Non sembri utopia, in giro per l’Italia c’è tutto un fiorire di queste iniziative mutualistiche promosse anche da Sindaci, come pure vi sono esperienze per ricostruire localmente tutta la filiera del pane in forma rigorosamente biologica. E’ un modo concreto per risolvere più problemi aperti che questa crisi ci pone davanti: il rischio idrogeologico derivante oltreché dal cambiamento climatico e delle precipitazioni anche dall’abbandono delle attività agricole tradizionali e dei relativi sistemi di canalizzazione delle acque e manutenzione del suolo, l’erosione e intossicazione del terreno dovuta all’uso di diserbanti e pesticidi, il dilagare della disoccupazione e sottoccupazione creata da un modello di sviluppo insostenibile e infine il rischio alimentare creato da un’ agricoltura intensiva che fa uso di prodotti chimici e addirittura in un prossimo futuro di OGM. Una progettualità di questo tipo riteniamo non danneggi il piccolo commercio locale che anzi potrebbe utilmente interagire con la rinascita della produzione di qualità a Km zero, diventandone uno dei punti di snodo. Sicuramente invece verrebbe ridimensionato il ricorso ai grandi supermercati, con vantaggio economico della comunità locale in quanto i profitti che attualmente vengono portati fuori dalla grande catena di distribuzione verrebbero riportati in capo al piccolo commerciante di paese che normalmente li reimpiega in consumi e servizi a livello locale, alimentando l’economia del paese. Sottolineiamo l’importanza del commercio di vicinato tradizionale che oltre ad essere attività economica svolge anche una funzione di presidio e mantiene la vitalità del centro storico del paese.

Diritto alla casa. Il problema: il perdurare e aggravarsi della crisi economica ed occupazionale pone in termini più radicali la questione del diritto alla casa: se qualche anno fa si poteva pensare di intervenire nell’immediato con 10 integrazioni all’affitto o con l’offerta di alloggi a canone sociale, oggi con il generalizzarsi di situazioni nelle quali non c’è più alcuna forma di reddito, tali misure diventano impraticabili. La morosità incolpevole, così detta perché dovuta non a cattiva volontà ma alla impossibilità di pagare causa forza maggiore come la perdita del lavoro e/o del reddito, dilaga fino a costituire la quasi totalità delle cause di sfratto. Anche nel nostro Comune siamo in emergenza abitativa, in particolare a S.Piero pur essendoci un considerevole numero di case popolari. Storicamente infatti le Amministrazioni Comunali di S.Piero si sono caratterizzate per un’attenzione tutta particolare alla creazione di alloggi di edilizia pubblica cogliendo ogni occasione per incrementare tali opportunità per la propria popolazione. Questa particolare attenzione alla creazione di alloggi popolari è nata dal fatto che è sempre stato un paese povero di attività produttive, paese di passaggio e di pendolarismo sulla vicina città di Firenze e quindi privo di risorse economiche anche rispetto ai paesi contermini, con strati della popolazione con limitate possibilità di accedere alla proprietà della casa. Non a caso proprio a S.Piero è stata realizzata una delle poche esperienze in Italia di autocostruzione, le 15 villette in via Famiglia Ubaldini che ancora oggi vengono celebrate nei convegni sul tema, un piccolo prodigio d’ingegno e collaborazione nato tra gente semplice per soddisfare un bisogno abitativo che altrimenti sarebbe rimasto un sogno. Riconoscimento giusto di questa situazione di difficoltà strutturale è stata quindi nel 2011 l’attribuzione del finanziamento regionale di 1 milione e 500.000 Euro a totale copertura della spesa per la realizzazione di n.10 alloggi di edilizia residenziale pubblica mediante recupero dell’edificio di proprietà comunale ex Scuola materna in località CampomigliaioTagliaferro. avendo il Comune di S.Piero conseguito il primo posto nella graduatoria della L.O.D.E. Fiorentina approvata il 25 Novembre 2010 sulla base di indicatori incontrovertibili di disagio abitativo. Ma l’incredibile è accaduto: a fine 2011 la Giunta del Comune di S.Piero a Sieve ha rifiutato il finanziamento regionale di 1 milione e 500.000 Euro già assegnato con progetto già pronto, con una motivazione semplice quanto sconcertante: procedere alla vendita dell’immobile e del terreno previa valorizzazione dello stesso mediante variante urbanistica che prevedesse la realizzazione di n.10 appartamenti di edilizia privata. Il ricavato, se e quando si fosse realizzato, prevedibilmente modesto per di più, specie se raffrontato all’entità del finanziamento regionale almeno dieci volte superiore, avrebbe dovuto contribuire a coprire le difficoltà di Bilancio del Comune. Peraltro il Comune precedentemente aveva già venduto ad un privato un terreno in Via Cafaggio destinato ad edilizia popolare, previa variazione urbanistica. Successivamente, per l’azione di contestazione svolta dai gruppi Consiliari di Rifondazione e Lista Civica Idea e dalla popolazione, in particolare dagli iscritti in graduatoria per l’assegnazione di case popolari, c’è stato il ripensamento e a fronte della rinuncia alla vendita dell’ex Asilo di Campomigliaio-Tagliaferro da parte del Comune, la Regione ha mantenuto l’impegno di stanziare un nuovo finanziamento a totale copertura, di importo un po’ inferiore che però è rimasto fermo al Ministero per le infrastrutture in attesa della quota di competenza statale. Così le 10 case a Campomigliaio che potevano essere a quest’ora belle e costruite e abitate, sono ancora un sogno, l’edificio è in vergognoso abbandono e il terreno pieno di rovi e sterpaglie. Inoltre sia a San Piero che a Scarperia sono stati alienati appartamenti di edilizia popolare senza che ne siano stati costruiti di nuovi. Sarebbe interessante poi, nel recupero edilizio, prevedere abitazioni da poter assegnare, tramite bando, o con affitto concordato, o tramite riscatto, come del resto già proposto attraverso una nostra mozione e già sperimentato anche da altri comuni toscani.

La proposta: anzitutto va verificato, che l’impegno alla prossima costruzione di 6 alloggi di ERP, con il recupero di altrettanti alloggi nell’abitato di San Piero, venga mentenuto, e se è ancora possibile recuperare un finanziamento per l’ex Scuola Materna di Tagliaferro, anche per impedire che sia alienata nell’incombente asta sugli immobili pubblici dei Comuni Italiani: non possiamo permettere che nel nostro territorio la crisi economica si confermi come l’occasione ghiotta per privatizzare e rastrellare nelle solite mani quel poco che resta dello Stato Sociale. Intanto però occorre rendere disponibile il patrimonio edilizio inutilizzato cominciando da quello pubblico e ricorrendo se necessario alla requisizione di quello privato affinché nessuno rimanga per 11 strada, assumendo come principio che è inaccettabile eticamente e socialmente che ci siano persone senza casa e contemporaneamente case senza persone. La requisizione può sembrare un provvedimento estremo ma, come ci ricorda l’urbanista Paolo Berdini, non lo fece forse anche il Sindaco La Pira di requisire nel dopoguerra molti appartamenti non utilizzati per assegnarli a famiglie povere e ai senza tetto? Certo fu un adempimento che sbalordì i benpensanti dell’epoca, ma rispondente all’art.3 della Costituzione che l’allora Sindaco di Firenze d’altronde conosceva bene avendo fatto parte dell’Assemblea Costituente. A maggior ragione un provvedimento di requisizione emanato dal Sindaco può rendersi necessario, dopo aver esperito tutte le possibili strade di concertazione tra proprietari e coloro che hanno bisogno della casa, visto che il decreto governativo “Piano casa per l’emergenza abitativa” all’art.5 vieta di allacciare i pubblici servizi acqua e luce alle occupazioni spontanee di case, rendendole quindi invivibili per l’essere umano. Fondamentale è poi che il Comune incentivi e promuova le esperienze sociali di autocostruzione e autorecupero a fini abitativi di strutture edilizie non utilizzate o sottoutilizzate. Potrà essere utile poi istituire uno sportello comunale per l’emergenza abitativa che dovrà essere strumento di indicazione e sostegno per contrastare il mercato nero delle locazioni, nonché luogo di incontro e confronto tra organizzazioni di inquilini, comitati, associazioni di migranti e quelle della solidarietà e del volontariato per un tavolo permanente sulle politiche abitative e per il diritto alla casa. Avendo ben presente però che le tensioni generate dal problema delle graduatorie inesauribili di aventi diritto alle case popolari sono ineliminabili finché c’è una carenza oggettiva di strutture e di risorse, anche se certo bisogna fare di tutto perché le liste per l’assegnazione di alloggi rispondano a criteri di massima trasparenza. Visto infine che anche nel nostro Comune sono generalizzate le lamentele degli inquilini delle case popolari per le modalità con cui vengono effettuati dalle ditte incaricate da Casa spa i lavori di manutenzione, potrebbe essere incoraggiata dal Comune la via dell’autogestione condominiale, fornendo le opportune informazioni e conoscenze per l’avvio dell’esperienza, nonché avvalendosi delle competenze e capacità che spesso hanno i condomini stessi.

Diritto all’acqua. Il problema: fino agli anni ’80 pagare il canone dell’acqua era l’ultimo pensiero delle nostre famiglie, era tanto se si arrivava a 10.000 lire l’anno, e l’acquedotto del paese era accudito dagli operai comunali, controllato dall’autorità sanitaria, e non sembrava dare problemi. Per batter nuovi pozzi il Comune ancora a metà degli anni ’70 chiamava il rabdomante, almeno così a S.Piero per i pozzi in Fortezza. Poi tutto è cambiato, hanno cominciato a raccontarci che l’acqua era una roba complicata, che era una risorsa preziosa e bisognava pagarla cara, così si sarebbe incentivato il risparmio di acqua. Bugia colossale, l’Azienda Partecipata quotata in borsa nel frattempo subentrata, da noi Publiacqua, doveva pur realizzare i dividendi, specie dopo l’entrata dei soci privati (i grandi gruppi SUEZ e ACEA), e perciò di fronte alla riduzione dei consumi per i comportamenti virtuosi degli utenti del servizio idrico, non ha fatto altro che aumentare il costo unitario dell’acqua a mc, così da realizzare comunque gli attesi profitti. Come tutte le gestioni privatistiche di beni primari, anche questa relativa all’acqua si è tradotta in socializzazione dei costi per le classi popolari, peggioramento delle condizioni di lavoro per gli addetti e rastrellamento di profitti per Dirigenti e soci privati. Publiacqua inoltre, nonostante fatturi in media 160 milioni di Euro l’anno con ottimi dividendi tra gli azionisti, sta eseguendo solo la manutenzione straordinaria del sistema idrico disinteressandosi di quella ordinaria e dedicando alla tutela della risorsa idrica solo il 2% del proprio Bilancio. Il risultato è che la rete idrica registra perdite nel 40% della sua estensione e una grande arretratezza nella qualità e quantità delle reti, degli acquedotti, degli impianti di depurazione e fognatura. Proprio a causa dell’inadeguatezza di questi ultimi in tutta la Toscana sono scattati scattare negli ultimi 5 anni aumenti medi delle bollette per garantire alle Spa dell’acqua i ricavi necessari per mettere in regola il territorio con la depurazione al 12 più presto per evitare che scattino le sanzioni dell’ Europa. Di investimenti nel nostro Comune, che ha duramente sofferto per l’impatto dell’Alta Velocità sulle risorse idriche, si è visto pochino, eppure continuiamo a pagare il costo finanziario degli interventi in programma, non degli interventi effettivamente realizzati. Per di più ciò continua a verificarsi a distanza di otto anni dalla vittoria del Referendum sull’acqua che oltre ad affermare il principio dell’acqua bene comune che deve essere ripubblicizzata sottraendola alle logiche del profitto, ha anche stabilito l’eliminazione in bolletta di ogni forma di remunerazione del capitale. In alcune zone del nostro paese si lamenta un gusto sgradevole dell’acqua e ci sono punti della rete vecchi e di portata insufficiente, come si verifica ad esempio nella zona di Gabbiano-S.Agata che assomma i problemi di un piccolo acquedotto vecchio di più di 45 anni ad un serbatoio di dimensioni assolutamente inadeguate alla nuova edificazione realizzata in zona e alla presenza di strutture ricettive con picchi di richiesta idrica come il Golf Poggio dei Medici.

La proposta: per una situazione diventata insostenibile e lesiva dei diritti umani e della democrazia e non essendoci all’orizzonte un coerente disegno nazionale di riordino della materia, in diversi territori sono nate negli ultimi anni proposte di attuazione della volontà referendaria: ad es. l’istituzione dell’azienda speciale di Napoli, la costituzione di un soggetto interamente pubblico di gestione dell’acqua tra i Comuni della Provincia di Reggio Emilia e infine l’approvazione da parte della Regione Lazio di una legge d’iniziativa popolare, “ Tutela, Governo e Gestione Pubblica delle Acque” che tra le altre cose prevede un fondo per la ripubblicizzazione del servizio idrico. Proponiamo che dal nostro Comune, per la sua peculiarità di sede di importantissima risorsa di acqua minerale su cui la Multinazionale Nestlé-San Pellegrino fa affari d’oro, parta un’azione dimostrativa di riduzione del costo dell’acqua che cominci ad attuare concretamente i principi del referendum, stabilendo per le bollette dei cittadini quanto segue:

  • riduzione tendenziale del costo dell’acqua per uso civile fino a 0,65 Euro a mc che è l’importo pagato dalla S.Pellegrino al Comune di Scarperia per l’acqua minerale buonissima della sorgente Panna contro i 2.00 € circa a mc richiesti oggi da Publiacqua agli abitanti per un’acqua spesso sgradevole. In seguito, in sintonia con le battaglie anche nazionali ed europee per l’acqua pubblica, si potrebbe pretendere di scendere alla tariffa attualmente concessa alle industrie;
  • ulteriore riduzione per tutti della bolletta dell’acqua in base al principio del diritto minimo vitale a persona di 40 litri giornalieri, da detrarre quindi dal calcolo del consumo familiare per ogni componente;
  • riduzione ulteriore della tariffa in base al reddito. I costi di tale articolata riduzione proponiamo siano finanziati mediante la creazione di un “ Fondo di comunità per l’acqua diritto umano” alimentato dai proventi della concessione della sorgente Panna alla Multinazionale Nestlé-S.Pellegrino, opportunamente adeguati, basato sulla partecipazione diretta dei cittadini che devono poter decidere le politiche dell’acqua Bene Comune a livello locale. Un sostanzioso adeguamento dei proventi di tale concessione è non solo possibile, realizzabile, ma doveroso: possibile almeno dal marzo 2009 quando la Regione Toscana con apposita legge ha sterzato gli introiti delle concessioni dalla Regione ai Comuni in base a tariffe da concordare con le industrie dell’acqua da un minimo di 0,50 euro ad un massimo di 2 euro a mc e sconto del 50% se in bottiglia di vetro. Realizzabile perché ha già fatto da battistrada in questo percorso il Comune di Vico Pisano (Acqua Uliveto) che ha chiesto alla società Co.Ge.Di che imbottiglia 300 milioni di m3 l’aumento a 1,7 euro a mc salvo sconto sull’imbottigliato in vetro, con una impennata di spesa per l’industria da 20.000 a 400.000 euro. Nella causa che ne è seguita il Consiglio di Stato ha dato ragione al Comune che così ha incassato anche gli arretrati. Doveroso perchè la S.Pellegrino che paga al Comune solo 0,65 euro al mc, poco sopra la tariffa minima, fa affari d’oro all’estero proprio grazie a questa sorgente, 13 tali, da rendere necessaria persino l’apertura di una nuova linea. La Società ha evidenziato infatti il ruolo di strategica importanza che l’acqua della sorgente Panna con oltre 250 milioni di bottiglie svolge sui mercati internazionali essendo divenuta un simbolo di qualità del made in Italy. E’ giusto quindi che da questa “…risorsa dei territori del Mugello unici nella loro bellezza e ricchezza naturale che ottiene successo in tutto il mondo portando con se il fascino e la storia di questi luoghi…” venga agli abitanti qualcosa di più di briciole infinitesimali, che valga a realizzare almeno in parte il riconoscimento di un diritto inalienabile oggi negato. Un interrogativo importante sulla concessione alla S.Pellegrino è relativo alle quantità imbottigliate in vetro e quanto in plastica e se si prevedono strategie di riconversione degli impianti in direzione dell’uso esclusivo del vetro, o di qualsiasi altro materiale, come il bambù ad esempio, riutilizzabile, in linea con i nuovi orientamenti che si stanno affermando in tutto il mondo contro l’uso della plastica usa e getta che sta distruggendo il pianeta: il protocollo d’intesa del 22 marzo 2019 tra Regione Toscana, Comune di Scarperia San Piero e San Pellegrino non è chiaro in proposito in quanto la San Pellegrino si impegna a realizzare l’installazione di una nuova linea di produzione con bottiglia in PET e La Regione (Pres. Rossi) invece parla di potenziamento ulteriore della “sostenibilità dei processi produttivi della catena distributiva e degli stessi contenitori del prodotto (dal vetro ad altri materiali ecocompatibili, a nuove forme di raccolta e riciclo delle bottiglie)”. E’ notizia di questi giorni che Greenpeace ha “attaccato” la Nestlé perché utilizza montagne di plastica usa e getta, con presidi davanti alle fabbriche di imbottigliamento di Ruspino (BG) e nella se di Vevey (Svizzera) e in Slovenia, Kenia, Germania e Filippine. La Nestlé secondo Greenpeace ha prodotto 1,7 milioni di tonnellate di plastica. La modalità d’impiego dei maggiori proventi della concessione di acqua minerale prevista nella nostra proposta risulta migliore di quella adottata, a quanto riferito dalla stampa, dal Comune di Vico Pisano che abbiamo portato come esempio, che l’ha impiegata per diminuire la tassazione locale con la conseguenza di escludere dal beneficio proprio i cittadini in maggiore difficoltà economica, che per non avere alcun reddito o proprietà non sono soggetti a tassazione diretta e quindi non hanno alcun vantaggio dalla diminuzione delle tasse. Nell’immediato proponiamo che l’Amministrazione Comunale qualora si dovessero verificare i cosiddetti distacchi per morosità intervenga presso Publiacqua per assicurare che il flusso minimo di 40 litri giornalieri necessari a garantire gli usi essenziali, avvenga effettivamente. Spesso infatti, per i piani alti o per particolari conformazioni dell’impianto, la misura della riduzione del flusso prevista per il mancato pagamento, si traduce in un blocco totale dell’arrivo di acqua. In tal caso il Comune dovrà esigere che Publiacqua soprassieda a qualsiasi intervento di riduzione del flusso idrico che si traduca di fatto in una interruzione del servizio, misura non consentita dalla legge: dovrà fare presente che i contratti di somministrazione di servizi essenziali sono volti a soddisfare bisogni primari aventi fondamento costituzionale nella tutela dei diritti inviolabili di cui all’art.2 della Costituzione e tra questi c’è il diritto alla somministrazione di acqua potabile e che quindi la sospensione della fornitura del servizio non può ritenersi rimedio proporzionato, anche sotto il profilo dell’art.1460 del codice civile, al mancato pagamento di fatture.
  • Infine, la positiva esperienza dei “ fontanelli” a Scarperia e a San Piero, finanziati dalla Unione dei Comuni, molto graditi dalla popolazione, va estesa anche alle frazioni di S.Agata e di Campomigliaio installando altri due fontanelli finanziati stavolta da Publiacqua, visto che da anni i cittadini del Comune di Scarperia e San Piero pagano in bolletta un contributo a Publiacqua per fontanelli che non ha mai installato nel nostro territorio comunale.

Diritto all’accesso alle fonti energetiche. Il problema: la fornitura di energia indispensabile per le odierne necessità della vita civile è da considerarsi come uno dei servizi pubblici essenziali. Purtroppo però in pratica così non è, e il costo della bolletta 14 energetica per luce, gas e riscaldamento contribuisce a far sì che il reddito medio netto disponibile mensilmente in Italia sia assorbito dalle bollette per oltre il 10% con una media di 160 Euro al mese contro i 145 euro della media europea. Se poi alle bollette si aggiunge la spesa per l’affitto si va oltre il 60% del reddito. Le strategie dell’utente di difendersi con comportamenti virtuosi principalmente concentrando i consumi di elettricità nelle ore serali, per usufruire della tariffa bioraria introdotta nel 2010, sono quasi vanificati ora da una distorsione in atto nel mercato energetico dovuta, a quanto sembra, ad una guerra dei prezzi tra fonti rinnovabili e fonti tradizionali, tanto che anche chi si attiene strettamente alla tariffa bioraria con tutte le scomodità e il disturbo che comporta non riesce a risparmiare più dell’1% della bolletta. Ciò perché con l’arrivo sul mercato dell’energia delle fonti rinnovabili, fotovoltaico in testa, si verifica che esse, non essendo immagazzinabili, nelle ore del giorno in cui vanno a pieno regime, hanno la precedenza sulle altre e producendo energia a prezzi molto bassi riducono l’attivazione delle centrali tradizionali che entrano in funzione solo nelle ore serali e notturne. Ne deriva una guerra dei prezzi in cui i produttori di energia tradizionale cercano di rifarsi dei mancati guadagni diurni alzando i prezzi dell’energia serale, adducendo come motivo che i costi di produzione salgono perché gli impianti anche se vengono chiamati a produrre solo per 2-3 ore, a causa dei tempi di accensione e spegnimento devono comunque restare accesi anche per 9 ore. Abbiamo assistito negli scorsi anni anche nel nostro paese sempre più frequentemente alla stipula di contratti per l’energia (luce-gas) con imprese operanti sul libero mercato che tappezzavano le porte delle abitazioni con una pubblicità a volte al limite dell’ingannevole, visto che utilizzavano un logo molto simile a quello del servizio pubblico ENEL, offrendo vantaggi tariffari immediati che poi si rivelavano inesistenti o peggio. Purtroppo sono state spesso le persone più in difficoltà economica a lasciarsi agganciare da tali offerte, esponendosi così anche al rischio, in caso di mancato pagamento delle bolletta, dell’immediato distacco della fornitura senza preavviso, non essendoci per le imprese operanti sul libero mercato dell’energia, le clausole sociali di salvaguardia dell’utente che ci sono per i contratti con il servizio pubblico.

Le proposte: proponiamo che a tutela dei cittadini in relazione al previsto passaggio obbligatorio da luglio 2020 ai contratti delle imprese operanti sul libero mercato vi sia un immediato intervento di informazione ai cittadini da parte dell’Amministrazione, sui dati reali di convenienza tariffaria a lungo termine, le conseguenze possibili connesse alla inesistenza delle clausole di salvaguardia sociale, nonché eventualmente una consulenza per svincolarsi senza danni da contratti indesiderabili. Più a lungo termine proponiamo di realizzare l’obiettivo dell’autosufficienza energetica delle abitazioni esistenti con promozione di attività innovative di autorecupero abitativo che limiti anzitutto la dispersione energetica, e di autocostruzione nel campo delle energie alternative che non devono essere un lusso, ma alla portata di tutti con l’apposita formazione. Naturalmente dovranno essere colte tutte le occasioni offerte da provvedimenti legislativi a qualsiasi livello, e dalle novità tecnologiche per raggiungere mediante il mini eolico e il solare, al momento energia pulita per eccellenza, l’obiettivo tendenziale dell’autosufficienza energetica del paese che comprende edifici pubblici, industrie, abitazioni.

Diritto a vivere in un ambiente sano ed alla conservazione dei valori identitari e paesaggistici del territorio. I problemi e le proposte: Già nel programma presentato per le comunali del 2014 avevamo dedicato la massima attenzione alle problematiche ambientali con indicazioni precise delle concrete situazioni critiche e le possibili 15 strade per superarle, individuando comunque nella presa di coscienza e mobilitazione popolare la forza che poteva inchiodare le istituzioni e portare l’Amministrazione Comunale ad operare fattivamente. Oggi, a distanza di 5 anni, valutiamo con speranza le importantissime battaglie difensive condotte e vinte dalla popolazione organizzata in Comitati, quale quella che ha fermato il progetto per le sei pale Eoliche sul Monte Gazzaro, il progetto per la costruzione di un impianto di combustione a biomasse nel P.I.P. di Petrona e stabilimento di produzione pellet, o quella che ha messa in discussioni anche con azioni legali, ancora in corso, insediamenti industriali insalubri di prima classe a ridosso di nuclei abitativi o l’inquinamento acustico prodotto dall’Autodromo. Ma con enorme preoccupazione registriamo come gran parte delle emergenze ambientali già individuate nel Programma di 5 anni fa non siano state minimamente affrontate dalle Istituzioni preposte, come si illustra qui di seguito, ma anzi si riaffaccino minaccie già demolite in sede giudiziaria oltre che scientifica, cioè la “ centrale di combustione a biomasse” come sembra di capire dall’ insistente riferimento nel recentissimo Piano Strutturale Intercomunale alla “ valorizzazione della filiera del legno per la produzione di elettricità e calore”. Così come pure è motivo di scoramento registrare l’ ennesima deroga concessa dal Comune all’Autodromo e le recentissime concessioni nel territorio comunale di Autorizzazioni Uniche Ambientali (AUA) della durata di 15 anni con massicci incrementi della capacità produttiva a industrie insalubri di prima classe, non recependo quanto indicato nel Piano strutturale Intercomunale in proposito:“ si raccomanda di prevedere l’ubicazione delle nuove attività produttive che comportano emissioni inquinanti e/ o acustiche e il trasferimento di quelle esistenti in ambiti impropri in aree distanti da quelle residenziali….” Ma tanto, come candidamente ci fa sapere il Piano Strutturale, “ in Mugello non ci sono stazioni di monitoraggio della qualità dell’aria” tanto che che per fornire a livello statistico elementi utili alla costruzione del quadro conoscitivo “sono stati elaborati i dati IRSEE del 2010, (ultimi dati disponibili)”. Nello stesso tempo è scattato l’allarme per il progressivo depotenziamento dell’ARPAT: ben 14 organizzazioni ambientaliste nell’iniziativa pubblica a Firenze dello scorso 11 aprile per difendere la salute e l’ambiente e a sostegno dei lavoratori ARPAT hanno denunciato la decurtazione delle risorse finanziarie da parte della Regione di anno in anno: tra il 2010 e il 2018 il personale è diminuito del 17%, tra il 2017 e il 2018 i controlli relativi alle acque di scarico sono diminuiti del 18%, quelli delle emissioni in atmosfera del 30%, all’inquinamento acustico del 38%, all’elettromagnetismo del 10%, agli impianti di gestione rifiuti del 12%. Come si vede un crollo pauroso dei controlli, mentre la delibera regionale del 30.72018 permette ancora l’uso di 29 pesticidi tra i quali il glifosato e il clorpirifos, perfino nell’acqua dei pozzi di prelievo per uso potabile. Il nostro territorio comunale presenta problemi ambientali gravissimi di degrado di tutte le matrici ambientali prodotti in decenni di attività da industrie fortemente inquinanti quali le galvaniche, le industrie per la produzione di ceramica e per la produzione e riciclo della plastica, di freni e frizioni per auto con uso di amianto, che hanno operato indisturbate nel contesto del modello di sviluppo capitalistico che avendo come unico scopo il massimo profitto, non esita a travolgere il territorio con tutti i suoi abitanti, in primis le maestranze addette. A questi si sono aggiunte le devastazioni prodotte dalle Grandi Opere, Invaso di Bilancino, Alta Velocità e Variante di Valico, in termini di prosciugamento di vene d’acqua, pozzi e torrenti -clamoroso il caso della morte del torrente Carza a S.Piero- di utilizzo del suolo agricolo e delle cave come discariche per terre di scavo contaminate e inquinate. Riteniamo che il Mugello in generale sia stato considerato dai decisori politici statali e regionali come un’area di servizio nella quale poter scaricare tutti i bisogni della città: a partire dai rifiuti urbani fiorentini degli anni ’60 collocati nella discarica di Bosco ai Ronchi a S.Piero e mai bonificata, come vedremo più avanti, alla creazione di un invaso di dubbia sostenibilità a lungo termine e con conseguenze pesanti come tutti gli invasi per l’ambiente a valle, alla criminale pratica di farne il luogo di scarico di terre e rocce dell’inizio dello scavo del sottoattraversamento TAV di Firenze contaminate da inquinanti vari e quindi da considerarsi rifiuto, riempiendo le amene vallette della zona di S.Agata, con pretesto di opere di miglioramento agricolo per aumentare la profondità del suolo e diminuire il declivio. Sembra addirittura che si fosse pensato a S. Agata come alla soluzione “B” per smaltire il 3 milioni e mezzo di mc dell’escavato complessivo del 16 sottoattraversamento TAV qualora la soluzione della collocazione nelle ex cave di lignite di S.Barbara a Cavriglia fosse divenuta definitivamente impraticabile. Riteniamo che le questioni di interesse ambientale del nostro territorio irrisolte, risolte nel frattempo o solo in parte o incombenti, che andiamo ad illustrare qui di seguito, debbano avere la priorità assoluta su ogni altra considerazione, perché sono quelle che riguardano tutti indistintamente incidendo direttamente sulla vita delle persone e delle future generazioni.

Situazione epidemiologica in relazione a possibili cause di inquinamento ambientale: Il quadro preoccupante che spinse nell’ottobre 2010 le Consigliere di opposizione di S. Piero a rivolgere al Sindaco una interrogazione sulla situazione epidemiologica della popolazione ipotizzando possibili cause locali di inquinamento ambientale non si è purtroppo modificato e continua il trend di malattie e decessi che colpiscono persone anche giovani, per lo più di sesso femminile. L’indagine meritoriamente richiesta dall’Amministrazione Comunale alle autorità sanitarie, esposta nella conferenza del 12 Maggio 2011 all’Auditorium e che, a quanto ricordiamo, rilevò un lieve eccesso di leucemie per S.Piero rispetto ai dati di zona, avrebbe dovuto essere dalla attuale Amministrazione proseguita ed approfondita con la ricerca delle possibili cause locali ed estesa a tutta la popolazione del Comune unificato, giacché situazioni preoccupanti si sono registrate anche a Scarperia e in particolare nella frazione di S.Agata, anche qui a carico per lo più di persone di sesso femminile, impegno che non si è concretizzate nonostante le pressanti richieste della popolazione.

Uso di pesticidi e glifosato: Come gruppo consiliare di opposizione, abbiamo presentato una Mozione il 13 Settembre 2018, quella per emettere divieto di utilizzo del glifosato, erbicida totale non selettivo, in tutto il territorio comunale. Ad oggi, da delibera regionale, il glifosato è vietato soltanto negli spazi aperti, nei giardini e in tutti quegli spazi non utilizzati in agricoltura. Riteniamo importante estendere questo divieto anche in tutte le fasi del processo agricolo, dando una svolta vera ai nostri biodistretti. Una quantità crescente di evidenze scientifiche documenta in modo incontestabile che per esposizione cronica a pesticidi si registra un incremento del rischio di tumori nell’adulto e nel bambino, patologie metaboliche, neurodegenerative, polmonari, cardiovascolari, renali, nonché malformazioni, disordini riproduttivi, patologie autoimmuni, danni al cervello in via di sviluppo con conseguenti deficit alla sfera cognitiva, comportamentale, sensoriale, motoria fino ad una riduzione del Quoziente di Intelligenza (Mostafalou & Abdollahi, 2013). Da indagini di biomonitoraggio (Freire et al., 2017; Haines et al., 2017; Ramos et al., 2017; Müller et al., 2017) sono evidenziati pesticidi nel plasma, nel cordone ombelicale o nelle urine anche in donne in gravidanza e sembra che la strada che li porta all’interno del nostro organismo sia il cibo, come ad esempio pane, pasta, farina, mais e soia. Per tutte queste ragioni è importante andare verso un modello agricolo diverso e perché non iniziare mettendo al bando il glifosato (pesticida classificato secondo lo IARC potenzialmente cangerogeno) nel nostro Mugello o meglio, proprio nel nostro comune? Nelle acque e quindi in tutto l’ambiente e nella catena alimentare, i residui di sostanze tossiche per la vita anche in concentrazioni infinitesimali stanno aumentando, e così anche il glifosato, uno degli erbicidi più usati in tutto il mondo e dichiarato, da una recente sentenza della California, responsabile del cancro di numerose persone. Diamo un esempio per frenare tutto questo! Iniziamo a costruire un vero Distretto biologico del Mugello, cambiando le pratiche di coltivazione riducendo la chimica in favore della fertilità dei terreni e di conseguenza, la loro resilienza, tramite un incremento della sostanza organica! 17 Quella dello Stop all’uso del glifosato, è una discussione che stà prendendo campo a livello regionale, nazionale, europeo e mondiale, e perché non cominciare ad attuarla proprio nel nostro comune con un esempio concreto di “Distretto biologico” a 360°? Occorre un modello agricolo diverso; “La situazione, nonostante una generale tendenza alla diminuzione delle vendite dei pesticidi e diserbanti, è molto grave: nelle nostre acque e quindi in tutto l’ambiente e nella catena alimentare, i residui di sostanze tossiche per la vita anche in concentrazioni infinitesimali stanno aumentando”; Il glifosato è uno degli erbicidi più usati in Europa e in tutto il mondo ed è stato classificato come “probabilmente cancerogeno” dall’Agenzia Internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), oltretutto nel Torrente Levisone, sono state trovate tracce di Ampa, Metolaclor-S, Riteniamo che sia indispensabile un cambio delle pratiche di coltivazione, per ridurre la chimica e favorire la fertilità dei terreni e la loro resilienza tramite un incremento della sostanza organica, meno impattante per l’ambiente e non nociva per la salute umana, da prediligere non solo in agricoltura ma anche nella cura del verde cittadino Discarica di Bosco ai Ronchi: Valutando che la presenza dell’ex discarica del Comune di Firenze RSU utilizzata in via esclusiva dal Comune di Firenze dall’ottobre 1966 al marzo 1971, la cui consistenza è stata stimata dalla Provincia di Firenze in m3 583.300, mai bonificata e posta a meno di 200 mt. dal fiume Sieve, potesse essere una delle cause della grave situazione epidemiologica, le Consigliere di opposizione del Comune di S. Piero avevano condotto nel 2012 una ricerca documentale e d’archivio che ha dato la quasi certezza che in detta discarica fosse finito almeno parte dell’escavato dell’alluvione di Firenze. Preso atto della sostanziale impasse dell’ipotesi di bonifica predisposta dal Comune di Firenze mediante copertura con terre di riporto, per varie criticità progettuali rilevate dall’ARPAT (in ordine alla presenza insolita in una discarica RSU di idrocarburi e metalli pesanti e in ordine all’assunto progettuale che sotto la discarica ci fosse uno strato di 40 metri di argilla senza fratture da cui potesse disperdersi il percolato) le consigliere avevano messo a punto una proposta di delibera di Consiglio per chiedere una profonda revisione del progetto, la fissazione di un termine per la sua presentazione ed eventualmente l’intervento sostitutivo della Provincia. I contenuti della proposta di delibera erano stati assunti da un ordine del giorno della maggioranza dell’11 febbraio 2013 mai discusso per l’intenzione concorde di portare in Consiglio l’istanza per lo sblocco della bonifica unificandola con l’ordine del giorno presentato dalle Consigliere sulla qualità e provenienza delle terre di copertura della discarica. L’intento alla fine non si è realizzato, per lo scadere dei tempi consumatisi nell’attesa determinata da una nuova serie di richieste di chiarimenti ed integrazioni progettuali tra Arpat e Comune di Firenze, né è stato ripreso dall’attuale Amministrazione ma andrà assolutamente ripreso al più presto perché una vecchia discarica di RSU vicina al fiume è una bomba ecologica che il passare del tempo non disinnesca, tanto più se in essa sono confluite le mille sostanze estranee dei fanghi e dei detriti dell’alluvione di Firenze. Nel frattempo intanto il 18 aprile 2018 è intervenuto il sequestro della ex-discarica da parte della Procura nell’ambito dell’inchiesta su Case Passerini a causa dello sversamento del percolato dalla discarica ai 4 laghetti di raccolta il giudice per le indagini preliminari parla di “omessa bonifica” e rileva la mancata impermeabilizzazione dell’area tanto che “il danno ambientale è evidente – perché il percolato finendo nei laghi penetra poi nel terreno sottostante e lo inquina”. Nel solo 2016 la polizia giudiziaria stima uno scarico di percolato nei laghi di 8.204 metri cubi. Inquinamento falde acquifere zona Pianvallico da solventi clorurati: Originatosi a quanto pare nella parte alta della zona industriale di Pianvallico a partire dagli anni 60 e monitorato dall’Asl nei primi anni 90, fu incomprensibilmente ignorato fino al 2006 quando l’Arpat, su richiesta del Comune di Scarperia, riprese le analisi e scoprì che l’inquinamento si era esteso nel frattempo a tutta la falda, fino a raggiungere S.Piero e la Fonte delle Mozzete, prediletta dalla 18 popolazione, il cui uso da allora fu vietato, senza però specificare il perché. Questa grave situazione le Consigliere di opposizione del Comune di S.Piero l’avevano appreso da uno studio presentato nel dicembre 2012 in Provincia dal Centro di Geotecnologie dell’Università di Siena e condotto su incarico dei Comuni di S.Piero, Scarperia Provincia e Regione, per il disinquinamento della falda acquifera da solventi clorurati con intervento però limitato alla sola zona industriale alta. A Luglio 2013 è stato aggiudicato l’appalto per i lavori. Trattandosi di sostanze cancerogene e molto pericolose per la salute e l’ambiente le consigliere hanno cercato di sollecitare l’attenzione della popolazione, totalmente ignara, delle 2 Amministrazioni Comunali e delle autorità sanitarie e di controllo, pubblicando sui giornali locali una lettera aperta di riflessione sui contenuti e l’impostazione del progetto. In essa lamentavano in particolare che il disinquinamento fosse effettuato solo nella parte alta a beneficio dell’area industriale di Pianvallico che veniva così liberata dal vincolo urbanistico esistente che impedisce l’utilizzo del sito fino ad avvenuta bonifica, lasciando il resto dell’acquifero al suo destino di progressivo avvelenamento e con esso la popolazione. In data 21 novembre 2015 con ordinanza del Sindaco il preesistente divieto dell’uso dell’acqua della falda di Pianvallico per uso umano è stato esteso anche all’uso per irrigazione, a riprova della gravità dell’inquinamento. Ad oggi è stata eseguita solo la bonifica di una parte circoscritta della zona alta, finalizzata alla liberazione dal vincolo urbanistico, la cui validità è stata però contestata da ARPAT Settore Mugello che il 12 aprile 2017 comunicava: “L’area di Pianvallico risulta inserita nel Piano regionale rifiuti e bonifiche come un’area a ‘inquinamento diffuso’ e qualsiasi intervento ricadente al suo interno deve essere valutato nell’ambito della gestione unitaria dell’area a ‘inquinamento diffuso’. Tale gestione deve avere come attori principali gli enti competenti quali la Regione e il Comune oltre che Arpat (per gli aspetti di controllo ambientale) e Asl (per gli aspetti sanitari)”. Ciò voleva dire che nessuna nuova costruzione di edifici o infrastrutture in genere poteva essere realizzata senza una attenta valutazione sul tipo di intervento, in quanto lo scavo di fondazioni o di altra opera avrebbe potuto compromettere la buona riuscita della bonifica. Infine l’Arpat riconfermava, nello stesso documento, la richiesta di continuare con le attività di bonifica nel Settore 2 in quanto, per il ricettore falda al punto di conformità (POC), il rischio non era accettabile. L’Amministrazione Comunale, con delibera di Consiglio n.39 del 22.05.2017 ha dovuto accogliere i rilievi ARPAT stabilendo di implementare il quadro conoscitivo della falda, di ammettere gli interventi di nuova edificazione in determinate aree individuate dagli strumenti urbanistici ma solo laddove non interferiscono con la falda, condizione da dimostrare con specifica documentazione dai richiedenti al momento della presentazione dell’istanza di edificazione, e infine di impegnarsi a procedere successivamente alle operazioni di bonifica dell’area compatibilmente alle esigenze di bilancio e ai canali di finanziamento. Riteniamo che la nuova Amministrazione debba impegnarsi prioritariamente per ottenere l’estensione della bonifica a tutto l’acquifero, informando intanto adeguatamente la popolazione del pericolo. Facciamo presente in proposito che si tratta delle stesse sostanze micidiali presenti nelle falde acquifere del Comune di Bussi in Abruzzo, al centro di un clamoroso scandalo ambientale. Collocazione dell’Asilo Nido Comunale nella zona industriale Al momento dell’approvazione del Regolamento Urbanistico Comunale che ammetteva l”insediamento ovvero l’attivazione mediante cambio dell’uso di industrie a rischio di incidente rilevante e insalubri di classe 1 nell’area di Pianvallico, le consigliere di opposizione con una nota pubblicata sulla stampa locale rilevarono l’incongruenza con la collocazione nella stessa area dell’Asilo Nido Comunale auspicando che si trattasse di una svista. In risposta alla mobilitazione dei genitori con raccolta di firme seguirono rassicurazioni dell’Amministrazione che mai sarebbe stato consentito l’insediamento di tali industrie. Attualmente però almeno uno stabilimento presente in zona, che risultava svolgere semplice funzione di magazzino farmaceutico, a quanto sembra si è messo a fare produzione o sperimentazione farmaceutica,(visto che fa indossare ai visitatori una specie di scafandro), divenendo quindi industria insalubre di classe 1. Inoltre nel frattempo sono sorte altre industrie che potrebbero rilasciare emissioni indesiderabili. Riteniamo indispensabile operare per localizzare diversamente le due presenze incompatibili, Asilo Nido e industrie a rischio o 19 insalubri.

Inceneritore Comunale di via Massorondinaio: Che fosse una emergenza ambientale, il vecchio inceneritore comunale dismesso più di quaranta anni fa, nero come la pece, con il suo tetto di eternit tutto spaccato, era noto in paese ed evidente a chiunque passasse, posto com’è ben visibile sulla strada. La necessità di provvedere alla bonifica del sito poi era ufficialmente nota al Comune almeno dal giugno 2007, come prova un documento inviato dall’ARPAT. Nel 2013 però, a seguito di una comunicazione perentoria dei NOE, l’Amministrazione Comunale di S.Piero a Sieve è stata indotta a emanare una ordinanza che chiamava in causa l’attuale proprietario del terreno per un inquinamento riconducibile all’attività di incenerimento di rifiuti solidi urbani svolta dal Comune stesso con personale incaricato, con attrezzature di proprietà comunale e dal medesimo Comune installate, con tutti gli annessi necessari. Poiché però la legge stabilisce che è il responsabile dell’inquinamento, ove individuabile, a dover effettuare la bonifica, e quindi in questo caso il Comune stesso, le consigliere di opposizione hanno presentato una interrogazione urgente per chiarire le effettive responsabilità e competenze, senza ricevere risposta soddisfacente. Tuttavia il Comune ha ritenuto con successiva ordinanza, di ritirare l’ intimazione al proprietario, in attesa di altri accertamenti. Così a tutt’oggi il vecchio inceneritore fa bella mostra di sé, oltretutto vicino ad una struttura turistica molto frequentata. La prossima Amministrazione Comunale dovrà esigere da ALIA in tempi celeri la corretta soluzione di questa emergenza ambientale, assumendosi la competenza sulla bonifica. Bonifica o messa in sicurezza di manufatti in eternit o comunque contenenti amianto La bonifica o messa in sicurezza dei manufatti in eternit o comunque contenenti amianto presenti abbondantemente anche nel Comune di Scarperia e S.Piero deve essere uno dei principali impegni di risanamento ambientale della prossima Amministrazione unificata, reso possibile dalle disposizioni offerte dalla Legge Regionale sull’amianto n.51 del 25 settembre 2013. La bonifica di questa pericolosissima sostanza che manifesta i suoi effetti micidiali a lungo e lunghissimo termine dal contatto, anche 30 anni, diventa sempre più urgente perché più passa il tempo e più i manufatti si deteriorano con aumento del rischio di dispersione di fibre d’amianto nell’ambiente. Se poi si tratta di tettoie con sottostanti materiali infiammabili, nel malaugurato caso d’incendio la copertura di eternit darebbe luogo ad una disastrosa dispersione delle fibre di amianto, come ad esempio accaduto a S.Agata M.llo nell’azienda agricola Casabianca, dove un capannone con copertura in eternit che custodiva paglia andò a fuoco disperdendo fibre di amianto tutt’intorno, come risulta dalla Ordinanza del Comune di Scarperia n.16 del 24.08 2011. Bonificare il paese dall’amianto, compresi gli annessi agricoli e industriali, è un investimento sicuro per il futuro delle giovani generazioni. Una situazione eclatante di degrado di tettoie di eternit, oltretutto con sottostante carico d’incendio, che era presente a S.Piero è stata finalmente sanata nel 2018 per l’interessamento dell’attuale Amministrazione nel quadro dei lavori per il piazzale della stazione. E’ da segnalare però il pericolo che le disposizioni che prevedono la bonifica delle tettoie di amianto con tetti fotovoltaici a condizioni estremamente vantaggiose, generino una pressione del business del fotovoltaico sulle discariche per amianto, portando ad una moltiplicazione delle stesse, laddove invece si profilano nuove possibilità tecnologiche per inertizzare definivamente l’amianto. Bisogna quindi perseguire contemporaneamente l’obiettivo dell’adeguamento tecnologico dello smaltimento altrimenti non avrebbe senso liberare i nostri paesi dal micidiale elemento per poi scaricarlo a far danno da un’altra parte, come ad esempio si è scoperto fosse stato premeditato per la località di Paterno dal Comune di Vaglia, tenendo la popolazione totalmente all’oscuro. 20 Discariche di terre e rocce da scavo in varie località di S.Agata e Gabbiano: Si tratta di un gravissimo attacco all’ambiente e ai valori paesaggistici tipici di queste bellissime località perpetrato per altro in due tempi, il che rende più pesanti le responsabilità di chi doveva controllare e in particolare del Comune che ha rilasciato le licenze edilizie. Il sito di Campati dal quale ha preso avvio l’inchiesta giudiziaria sul sottoattraversamento TAV di Firenze di cui costituisce uno dei due filoni principali, è stato infatti sequestrato dalla Procura a fine dicembre del 2010 perché vi erano stati sversati abusivamente ben 66.523 tonnellate di fanghi contenenti bentonite e terre e rocce da scavo contaminate del cantiere TAV di Campo di Marte, quando invece la licenza edilizia rilasciata alla proprietà prevedeva un’opera di ripristino ambientale per rendere la superficie agricola meno declive ed aumentare lo strato arabile del terreno. Lo spettacolo offerto dalla un tempo ridente valletta di Campati, ridotta ad un paesaggio lunare con crateri pieni di acqua verdognola, avrebbe dovuto dissuadere i responsabili dello smaltimento dall’effettuare altri disastri e allertare la vigilanza sul territorio comunale. E invece gli sversamenti sono ripresi indisturbati ad opera delle stesse imprese smaltitrici in altri due siti, sempre della stessa proprietà, in località Marticcioli e Pian de’Laghi di sopra, nonostante le richieste di intervento alcuni abitanti organizzati in Comitato per la difesa del Paesaggio. Una interrogazione del febbraio 2013 della Consigliera di opposizione del Comune di Scarperia contenente una completa disamina e denuncia di tutte le criticità, non ha mai avuto una vera risposta. Probabilmente gli sversamenti si sarebbero estesi anche ad altri 4 siti sempre con concessione edilizia per ripristino ambientale a fini agricoli in località Campisano, Case di Gabbiano, Laghi di sotto e Fabbraccio, se non fosse intervenuto finalmente il sequestro della Procura del 27 marzo 2013 per Marticcioli seguito il 19 Giugno da quello per Laghi di sopra, con iscrizione nel registro degli indagati della ditta smaltitrice, della proprietà dell’azienda, dei progettisti, e anche di personale comunale. Attualmente è ancora in corso un processo. Ora la giustizia farà il suo corso, però il disastro è fatto e di enormi proporzioni, alle 66.522 tonnellate di Campati si sono aggiunte le ben 245.00 tonnellate di fanghi, terre e massi enormi di Marticcioli e Pian de’Laghi di sopra a deturpare, inquinare, a creare dissesto idrogeologico: chi mai li ritoglierà? Campati è lì, a più di 3 anni dal sequestro, con un ricorso pendente al TAR , dal piede della discarica fuoriescono rivoli di liquido che si riversano nel torrente Anguidola che dista non più di 4-5 mt. Un esposto alla Procura del maggio 2013 del Comitato difesa paesaggio S. Agata, per ora senza risposta, ha espresso il timore per il deterioramento della qualità delle acque, e sollevato l’interrogativo se non sia possibile invece fare eseguire opere di prevenzione per evitare che le acque di dilavamento con i solidi sospesi provenienti dall’ammasso di terre e fanghi finiscano nel torrente. Eventualità deprecabile in quanto il torrente Anguidola è un corso d’acqua di grande pregio che anche nelle estati più secche conserva una minima portata che consente l’abbeveramento della fauna selvatica anche di grossa taglia, caprioli e cinghiali, abbondante in zona, inserito inoltre nell’elenco delle acque interne di interesse per la pesca ed è zona tartufigena per il pregiato tartufo bianco. Dobbiamo esigere che la prossima Amministrazione Comunale, metta in atto, con la partecipazione attiva degli abitanti, un’azione decisa, anche con denunce e iniziative giudiziarie, per ottenere la bonifica e il ripristino ambientale, questa volta davvero, delle tre discariche di Campati, Marticcioli e Pian de’Laghi di sopra.. Bisogna però aggiungere, per completezza del quadro, che ci sono poi in tutto il Comune cumuli abbandonati di terre di riporto, indichiamo i principali: nella zona di S.Agata vi sono altri due siti, uno sulla strada davanti alla Villa rinascimentale Lo Sprocco, ex cava di lignite già oggetto molti anni fa di sequestro per discarica non autorizzata e mai bonificato, e uno appena sopra a cui si accede dalla strada per Marcoiano, che presenta il medesimo aspetto di discarica con cumuli di terra. Sempre all’inizio della strada per Marcoiano, salendo, sulla destra, è presente un terrapieno formato con tutta evidenza da materiali di demolizioni edilizie, vista la massiccia presenza di mattoni, mattonelle, cemento e forassiti, attualmente occupato da un deposito di legna. Vox populi dice che siano i materiali triturati derivanti dall’abbattimento dello stabilimento ex IPI di S.Agata. Un altro mucchio selvaggio di terra di riporto, questo perimetrato e con cumuli che deturpano il paesaggio, è da anni presente sulla sinistra della strada che dalla Via di Gabbiano, bivio delle 4 strade, porta a Scarperia e costeggia l’impianto di Golf (Via dell’Azzurro) e un’altro ancora, pure perimetrato, 21 fa bella mostra di sé da anni all’imbocco della nuova via di Masso Rondinaio, sembra derivante dallo scavo delle piscine di Borgonuovo. La nuova Amministrazione dovrà quindi provvedere anche a fare il punto su queste discariche “minori“ per l’accertamento delle responsabilità così da poter poi esigere la bonifica. Per tutte poi sottolineiamo la necessità di fare accertamenti per escludere che sotto le montagne di terra siano stati seppelliti rifiuti tossici.

Scomparsa del torrente Carza: Quanto all’emergenza ambientale della scomparsa del torrente Carza bisogna dire che purtroppo l’azione pur sviluppata dall’Amministrazione Comunale di Scarperia e S.Piero sollecitata dalla mobilitazione e dalla massiccia raccolta di firme organizzata dal Comitato Carza Viva, nonchè dalle numerose mozioni e interrogazioni presentate dal nostro gruppo consiliare, sia nel comune di Scarperia e San Piero che in UMCM, ha avuto risultati minimi e deludenti. Si sono avuti infatti abbozzi di progetti che sono però rimasti lettera morta. Si è purtroppo confermato in pieno il dubbio, espresso al momento della fusione, che la futura Amministrazione Comunale unificata potesse assumere con il necessario vigore l’impegno di far tornare a scorrere le acque nell’alveo del torrente, trattandosi di una questione molto legata alla storia e all’identità degli abitanti di S.Piero. Nella dichiarazione di voto contraria alla delibera 12/2013 propedeutica alla fusione dei due Comuni le consigliere di opposizione portavano come esempio concreto proprio la questione del torrente Carza: ”…mettiamo che S.Piero si è già fuso con Scarperia: credete che una faccenda così legata alla storia, al vissuto , alla cultura della popolazione di S.Piero come la morte del torrente Carza o meglio, la ricerca delle strade per resuscitarlo possa essere condotta con la stessa determinazione con cui dovrebbe essere condotta dal Comune direttamente investito dalla sciagura…” Continuiamo a sperare che la prossima Amministrazione, si faccia carico del ripristino del flusso minimo vitale del Carza, sarebbe anche una mossa intelligente in direzione della effettiva unificazione dei due Comuni. Da parte della nostra Lista ci sarà sempre il massimo impegno per sanare questa ferita.

L’Autodromo del Mugello e l’inquinamento acustico: il rimedio possibile Senza sottovalutare l’importanza economica della presenza dell’Autodromo del Mugello, è però un dato di fatto che così come esso è attualmente organizzato penalizza pesantemente la vita dei cittadini di Scarperia e anche dei dintorni con un rumore continuo e insopportabile che, come tutti sappiamo, ha gravi conseguenze sulla salute. Ciò nasce dal fatto che l’Autodromo di Scarperia, a differenza di altri autodromi d’Italia anch’essi inseriti in un contesto urbanizzato, per ovviare ai divieti della Legge Quadro sull’inquinamento acustico si avvale della possibilità offerta da un Decreto del 2001 che consente agli autodromi di chiedere al Comune una deroga illimitata sull’inquinamento acustico. E così dal 2001 ogni anno il 31 gennaio l’Autodromo ha chiesto e ottenuto dall’Amministrazione di Scarperia una deroga illimitata sull’inquinamento acustico per ben 260 giornate. Su questo problema si è anche costituito da circa un anno un Comitato popolare, “Il suono del Mugello” ma anche quest’anno l’Amministrazione, forte anche di una sentenza del TAR, è in procinto di rinnovare la deroga, al momento temporanea, affidando principalmente i controlli all’Autodomo stesso. Quindi primavera, estate e autunno, le stagioni in cui le persone possono usufruire meglio del territorio, non possono essere godute appieno, perché il rumore impera. E’ necessario però operare una distinzione tra l’attività del moto GP e altre gare che durano pochi giorni e che hanno un indotto economico notevole portando davvero turismo, dalle attività amatoriali di prove libere che occupano i 4/5 dei 260 giorni di deroga, alle quali viene consentito di correre con lo scarico a cielo aperto, procurando così un disturbo costante e insopportabile: l’unico soggetto che ne trae vantaggio è la gestione interna dell’Autodromo (a volte neanche tanto, per la circolazione di moto veramente esigua, anche inferiore alla decina), senza procurare alcun indotto, anzi il turismo culturale, naturalistico, escursionistico, molto presente nella nostre strutture agrituristiche e B&B ne viene 22 danneggiato. Tra il resto il Mugello è una conca che funziona da cassa armonica e il rumore si sente forte in molti punti della valle, dimostrazione sia il fatto che sforamenti dei limiti di legge a causa dell’autodromo sono stati ad es. rilevati dall’ARPAT a Luco di Mugello, obbligando l’Ente locale competente per territorio, il Comune di Borgo, a concedere anch’esso le deroghe all’Autodromo. Ma non è vero che si tratta di scegliere tra economia e salute, la nostra proposta già da anni è stata di stabilire che tutta l’attività amatoriale sia sottoposta all’uso del silenziatore che comporta una minima perdita di velocità, pari a 3-5 km all’ora, irrilevante non trattandosi di gare, e che cessi quest’abuso delle giornate di deroga limitandole alle manifestazioni agonistiche. Tutti gli altri Autodromi italiani, anch’essi vicini alle case, adottano questo dispositivo per l’attività amatoriale, non si capisce perché solo l’Autodromo del Mugello debba fare eccezione. La nostra intenzione, riguardo a ciò, sarà quella di incontrare i cittadini, che chiedono meno giornate amatoriali, che sono quelle che disturbano maggiormente, eventualmente compensate da più gare, per riuscire a dare il giusto equilibrio tra attività imprenditoriale dell’autodromo del Mugello e qualità della vita delle persone che vi risiedono. Tutta l’attività dell’autodromo naturalmente andrà monitorata con postazioni fisse per la rilevazione del rumore e controlli fatti anche da enti terzi, nei momenti in cui il rumore è maggiormente percepito.

Progetto Cafaggiolo: non sottrarre alla vista della popolazione un Bene Culturale patrimonio dell’Umanità! Ci sono molti modi per Comuni e Regione di svendere un patrimonio pubblico: in senso proprio, trasformandone la destinazione da pubblica a privata da mettere sul mercato, magari per farne un resort di lusso come si tentò nel caso dell’Ospedale di Luco di M.llo, antico monastero Camaldolese, ma anche consentendo che beni culturali importantissimi, già in mano di privati, siano sottratti alla fruizione della comunità e stravolti per sempre nella loro identità, come nel caso del cosiddetto Progetto Cafaggiolo. E’ questo un programma che fa capo alla multinazionale Lionstone del magnate argentino A. Lowenstein, per la trasformazione di un’area di oltre 300 ettari attorno al famoso castello mediceo, che ricade per metà nel territorio del Comune di Barberino e metà in quello di S.Piero, con un investimento di circa 170 milioni di Euro, per la realizzazione di una struttura turistica esclusiva di super lusso con oltre 500 posti letto in 250 suite e 30 appartamenti, per lo più ricavati dalle cubature del ricchissimo patrimonio di edifici storici della tenuta, compreso lo stesso Castello. Consideriamo il Progetto, un tormentone che dura ormai da molti anni tra annunci e smentite, un esempio negativo di programmazione territoriale condotta tenendo ai margini la popolazione, il cui consenso si è cercato di conquistare facendo balenare il miraggio di un enorme numero di posti di lavoro, con tutta evidenza non plausibili in relazione al tipo di intervento. Ma consideriamo anche questo Progetto come la possibile avvisaglia di una conquista coloniale dei beni culturali mugellani da parte di capitali stranieri, per farne una meta di turismo internazionale di super lusso, come sembra peraltro accada sulla costa Toscana e Ligure ad opera in particolare di capitali russi. Sempre poi che ci sia davvero l’intenzione di realizzare il resort turistico di super lusso, o invece più semplicemente e realisticamente, trattandosi di una multinazionale che opera nel campo immobiliare, di poter vantare nel proprio portfolio un progetto di grande prestigio grazie al brand Toscana – Medici, specie dopo che il castello è stato dichiarato Patrimonio Unesco dell’Umanità, che valga ad aumentare il valore delle quotazioni borsistiche. Una operazione di immagine quindi con finalità puramente finanziarie. Non solo per la popolazione ma anche per i Consiglieri Comunali dei due Comuni interessati il Progetto Cafaggiolo è stato avvolto fin dall’inizio da una grande nebulosità, con interrogativi pesanti che non trovavano risposta: dalla firma del primo protocollo d’intesa tra i due Comuni nel Giugno del 2011 seguito poi nel settembre dall’Accordo tra proprietà, Provincia, Regione, Sovrintendenza e 23 Autorità di bacino dell’Arno, i Consiglieri hanno dovuto attendere il giugno del 2013 per poter visionare un progetto di massima prodotto dalla Società Cafaggiolo. Un impatto scioccante, a partire dalla scheda di progetto relativa al Castello che prevedeva di realizzare al primo e secondo piano ben 36 suite per di più ”concepite come unità abitative complete nelle loro funzioni” e al piano terra e interrato reception, ristorante-bar, SPA-fitness, sale per eventi e riunioni. Pensiamo a cosa ciò può comportare anche solo in termini di tracce, tubazioni, scarichi, sulla delicata struttura medicea. Nell’edificio adiacente, la Manica Lunga, coeva alla ristrutturazione del Castello da parte dell’architetto Michelozzo e sede un tempo della famosa fabbrica di ceramiche di Cafaggiolo, la scheda prevedeva altre 31 suites. Per altre 6 strutture immediatamente intorno al Castello si prevedeva la realizzazione di oltre 29 suites. Nelle schede relative alle coloniche degli 8 poderi che fanno parte della Fattoria e ad altre 7 strutture varie tra mulini, fornaci, fienili, e anche una chiesa con canonica, si contavano 88 suites con 144 posti letto, ma, non essendo state ancora presentate tre schede di poderi, bisognava pensare che si potessero aggiungere almeno un’altra ventina di suite. A tutto questo ben di dio di suites era da aggiungere un resort esclusivo da realizzare nella zona Santini “..composto da 6 aggregati ognuno dei quali comprendente 4 unità abitative, per un totale di 24 appartamenti con superficie tra 110 e 150 mq…ciascuna abitazione era dotata internamente di sauna, bagno turco, area massaggi e vasca idromassaggio, oltre che di una piscina privata per il nuoto controcorrente all’aperto”, e infine c’era anche una zona di nuova edificazione, Fossatello, con visuale verso il Castello, senza specificare il numero degli appartamenti, assicurando anche qui però che ogni appartamento sarebbe dotato di vasca per il nuoto controcorrente e di una sauna interna. La pressione di tutto questo sciabordio di acqua con saune, vasche, piscine, sulle scarse risorse idriche della zona era evidente, il vicino invaso di Bilancino che deve assicurare l’acqua al comprensorio Firenze, Prato, Pistoia, alla fine di ogni estate si abbassa vicino al limite di non ritorno e misure severe di risparmio idrico vengono imposte alla popolazione. Richiamiamo quanto osservato nella parte sul diritto all’acqua a proposito delle grandi strutture ricettive con picchi di richiesta idrica come il Golf Poggio dei Medici, che sottraggono risorse vitali alla popolazione. Era singolare nel progetto, a fronte dell’abbondanza di suites e appartamenti, la scarsità di strutture ricreative, sportive e di attrazione turistica, se si eccettuano i tre campi per il gioco del polo, tanto da far venire il dubbio se si trattasse davvero di una mega-struttura turistica e non invece di una megaspeculazione immobiliare. D’altra parte sul sito della multinazionale si leggeva una considerazione illuminante e cioè che “..avere un appartamento all’interno di un Hotel di lusso rende semplice l’affitto.” Qualche dubbio sulla possibilità che si trasformi, almeno in parte, in una speculazione immobiliare, sorge spontaneo, visto quanto stabilito dal Regolamento che stabilisce le condizioni di esercizio dei “Condhotel” (DPCM 18gennaio 2018 n. 13) secondo cui gli esercizi alberghieri aperti al pubblico potranno destinare e vendere il 40% della superficie a unità abitative a destinazione residenziale, dotate di servizio autonomo di cucina. In tali esercizi, pur se con proprietà immobiliare suddivisa tra più soggetti, dovranno mantenere la gestione unitaria con offerta di servizi centralizzati. Chiarire la vera natura dell’intervento è importante sia dal punto di vista della legittimità dell’intervento edilizio (la legge Urbanistica della Regione non lo bloccherebbe perché si tratta di ricettività turistica e non di volumi residenziali) ma anche per l’aspetto occupazionale diretto e indotto, essendo meno plausibile che un insediamento che turistico non è possa generare tutti i posti di lavoro prospettati, inizialmente 400 poi lievitati, via via che crescevano le difficoltà di accettazione del progetto, addirittura a 700. Ma ciò che più colpisce nel progetto è la pretesa del miliardario di sottrarre agli occhi dei comuni mortali la vista del Castello deviando la strada Regionale 65 che collega Firenze alla Futa, così da non disturbare gli illustri ospiti, per di più a spese della Regione e che sia stata da questa accettata in via di principio nonostante l’onerosità delle soluzioni ipotizzate dell’ordine di una decina di milioni di Euro, secondo un tracciato ancora in via di definizione. Il pensiero corre alle strade del Mugello sempre più devastate dalle frane… Attualmente sul Progetto filtrano informazioni contrastanti, e anche sul tracciato della strada (a fine 24 estate 2013 sembrava fosse stato bloccato per l’opposizione della Sovrintendenza e che anche i Comuni avessero dubbi sui volumi, ma che poi sia stato presentato un nuovo Master Plan più contenuto e che in un incontro del 21 marzo 2014 tra gli Enti proposti si fosse deciso di andare avanti, facendo passare la strada in galleria, il Presidente Rossi in visita ufficiale in Mugello aveva annunciato la firma entro Pasqua 2014 dell’Accordo di Programma che permetteva di dare il via al Progetto Cafaggiolo……). La nostra proposta a questo punto è che la futura amministrazione Comunale di Scarperia e S. Piero, sul cui territorio ricade metà della tenuta di Cafaggiolo, pretenda anzitutto che il nuovo Consiglio venga messo a conoscenza dello stato attuale del Progetto e delle modifiche apportate discutendone approfonditamente con la popolazione, che deve poterne conoscere gli esatti termini e fare eventuali controproposte.

Fenomeno di abbassamento del terreno nell’area dell’Autodromo che tocca anche gli abitati di Scarperia e Luco: nel Giugno 2015 abbiamo appreso con grande preoccupazione da un articolo de La Nazione ripreso anche dal giornale on line “Il Filo”, che un gruppo di ricerca del Dipartimento Scienze della Terra dell’Università di Firenze dall’anno 2003 aveva accertato e monitorato un fenomeno di subsidenza, cioè di abbassamento del terreno in una vasta area tra Autodromo Scarperia e Luco. Mediante rilevamenti satellitari è stata prodotta una documentazione per immagini, messa in rete dal Ministero dell’Ambiente, che consente di apprezzare le evoluzioni nel tempo dei vari punti del territorio soggetti a sprofondamenti, colorati in verde quelli rimasti fermi, in giallo e ancor più in rosso quelli che hanno avuto cali anche di due cm. l’anno, e poiché il fenomeno è iniziato nel 2003, si stimano in alcuni punti cali fino a 30 cm. La causa degli sprofondamenti, secondo il gruppo di studio, starebbe nell’escavazione di un pozzo che pesca alla profondità di 380 mt. che la proprietà dell’Autodromo ha fatto scavare per sopperire alle necessità idriche dell’impianto, dopo l’essiccamento di una falda già utilizzata dall’Autodromo provocata dai lavori dell’Alta Velocità. Alla preoccupazione si aggiungeva l’indignazione perché a quanto riferito dall’articolo, il Comune di Scarperia e San Piero e la Direzione dell’Autodromo, debitamente informati dall’Università, non aveva mai informato né il Consiglio Comunale né la popolazione, né dato notizia di provvedimenti presi. Per di più, risultava che lo studio dell’Università era cessato. Il gruppo Consiliare Liberamente a Sinistra aveva quindi rivolto al Sig. Sindaco e alla Giunta una interrogazione. Su questa questione, al momento “messa in sordina”, bisognerà che la prossima Amministrazione sviluppi la massima attenzione, trattandosi di un problema ambientale estremamente rilevante.

Impianti produzione catrame e inerti via Massorondinaio: l’impianto, costituito nel 1964 in riva al fiume Sieve per dragare rena e ghiaia (e perciò tutt’ora conosciuto in paese come “ la draga”anche se da decenni non fa più tale estrazione), con la condizione che avrebbe funzionato lo stretto necessario per l’escavazione degli inerti presenti nel terreno adiacente al fiume, aveva poi ampliato la propria attività alla produzione di conglomerati bituminosi e lavorazioni inerti di cava (cava del Carlone) pur essendo a tutti gli effetti un insediamento abusivo. Nominalmente si trattava di due imprese, Piandisieve e Bitumi Mugello, ma la proprietà è sempre stata la stessa. Nel 1985 l’impianto, dopo una chiusura disposta dal Sindaco del Comune di San Piero a Sieve a causa del disturbo recato alla popolazione Sieve per i miasmi, la polvere e il rumore, riuscì ad ottenere un provvedimento di sanatoria approfittando di una Legge Nazionale che consentiva, a certe condizioni, di regolarizzare situazioni simili. Le migliorie apportate non ebbero i risultati sperati e 25 ininterrotte furono le lamentele della popolazione. E’ da notare, che nella seduta di Consiglio del Comune che approvò il piano di sanatoria fu unanime il riconoscimento che si trattava di un provvedimento temporaneo per salvaguardare l’occupazione, e che la localizzazione dell’impianto troppo a ridosso delle case doveva essere spostata nella zona di Cardetole in piena campagna, non appena fosse stata completata la viabilità. Nulla di ciò accadde e invece all’inizio del 2000 fu autorizzata dall’Amministrazione Comunale al proprietario dell’impianto la lottizzazione del terreno adiacente per costruire 38 abitazioni, velocemente realizzate e vendute con la promessa verbale agli acquirenti di spostare di lì a poco l’impianto in piena campagna. Accanto venne realizzato un parco pubblico e impianti sportivi, con i fondi di compensazione dei danni ambientali dell’Alta Velocità. Le lamentele incessanti negli anni successivi ebbero un’impennata allorchè l’impianto ebbe dalla Provincia nel 2010 l’autorizzazione in atmosfera di una linea di produzione di conglomerato bituminoso da rifiuti, cioè riciclando i materiali risultanti dalla scarifica del manto stradale ( fresato) che rese l’aria ancora più irrespirabile. Fu fatto un esposto degli abitanti più vicini all’impianto, fu presentata una interrogazione in Consiglio Comunale, furono coinvolte ARPAT e ASL che conclusero che si trattava di un problema urbanistico, il Sindaco ( eletto nel 2009) invitò la proprietà a cercare soluzioni prospettando anche la dismissione dell’impianto. D’altra parte il Piano Strutturale del Comune approvato nel 2007 aveva bollato già l’area Lavacchini come “destinazione d’uso incongrua” per la vicinanza al centro abitato, in prossimità di aree e strutture di interesse pubblico (parco) e artistico-monumentale ( Fortezza di S Martino). Nuovi interventi di miglioramento sul camino non ebbero risultati e nel 2013 l’impresa decise di interrompere la produzione di conglomerato bituminoso con fresato fino a nuova comunicazione. Nel frattempo però chiese alla Provincia l’autorizzazione ad una nuova linea di produzione di inerti utilizzando anzichè inerti da cava, materiali da demolizioni edilizie, cioè rifiuti. Nel corso della Conferenza di servizi la Sovrintendenza Beni culturali e Ambientali (arch. Rosania) contestò la legittimazione dell’area su cui si trovava l’intero impianto in base alla normativa sulla protezione del paesaggio essendo ai margini del fiume Sieve, in quanto la sanatoria era carente della prescritta relazione Paesaggistica, che era stata inviata alla Comunità Montana anziché al Ministero Beni Culturali. La Provincia riconobbe fondata la contestazione e negò l’autorizzazione. Seguì il ricorso al TAR Toscana della Piandisieve contro Provincia e Sovraintendenza che si costituirono, mentre l’Amministrazione Comunale si defilò accampando motivi pretestuosi dimostrando ancora una volta il trattamento di riguardo sempre accordato all’ impresa. Nell’attesa dell’esito del ricorso al TAR l’attività per quel che riguarda il conglomerato si ridusse quasi del tutto con enorme sollievo dei viciniori che molto sperarono nel pronunciamento del Tar che arrivò solo nel Novembre del 2016 ( sentenza n.1615/ 2016) stabilendo che il diniego dell’autorizzazione era stato motivato male e che quindi la Ditta poteva rifare tutte le procedure per regolarizzare l’insediamento. Nel giro di pochi mesi la Ditta Piandisieve (che nel settembre 2016 aveva incorporato la Bitumi Mugello) ottenne dal Comune di Scarperia e San Piero (nel frattempo unificato a seguito fusione alla fine del 2013) l’agognata autorizzazione paesaggistica e nella stessa data del 7 Luglio 2017 L’AUA ( autorizzazione unica ambientale) della Regione Toscana con Decreto dirigenziale n.9705 con durata quindicennale. Da evidenziare che nell’AUA la Regione autorizzava solo l’attività di lavorazione di inerti da cava e nulla si diceva della produzione di conglomerato bituminoso, che fosse da materia vergine o da fresato, che compare incidentalmente solo nell’Allegato “A” dell’AUA stessa. La popolazione residente era stata tenuto all’oscuro (secondo una prassi del fatto compiuto già seguita dal Comune per le vicende dell’ autorizzazione delle pale eoliche su Monte Gazzaro e dell’impianto a biomasse nel PIP di Petrona, entrambe poi sventate dai comitati con ricorsi al giudice amministrativo) e ne venne a conoscenza casualmente solo a Novembre a tempi scaduti per il ricorso. Ottenuta l’AUA, l’attività dell’impianto si è subito scatenata nella produzione del conglomerato bituminoso mediante come si è saputo poi, un affitto dell’impianto stesso alla Ditta Cores che aveva vinto l’appalto della Città Metropolitana di Firenze del rifacimento delle strade del Mugello per 4.milioni e 500mila euro da realizzare nell’arco di tre anni. L’appalto , a seguito del tentativo di corruzione da parte della CORES nei confronti del funzionario della Città Metropolitana ( come 26 riportato sui giornali) perché chiudesse un occhio su varie inadempienze e irregolarità sui materiali contestate alla CORES, fu prima sospeso e poi recentemente revocato. La popolazione della zona, ma a questo punto anche gli altri abitanti, asfissiati dall’incessante attività del conglomerato bituminoso per tutta l’estate e autunno del 2017 le cui emissioni si spandevano per tutto il paese, e ben presto indignati con l’Amministrazione Comunale perché tenuti all’oscuro di ciò che si preparava con l’AUA di durata quindicennale, cominciarono a far fioccare le segnalazioni a tutte le autorità e articoli sui giornali locali, si costituì un Comitato con raccolta di firme e fondi per il ricorso alle vie legali. Dal 1° dicembre 2017 la proprietà dell’impianto stipulò un nuovo affitto fino al 2022 tacitamente prorogabile, per la parte dell’attività di conglomerato bituminoso, con un colosso del ramo, la Ditta Bindi di S.Giovanni Valdarno che aveva appena ricevuto un appalto dall’ANAS di ben 21 Milioni di Euro per il rifacimento del manto stradale di parte dell’ autostrada Fi –BO, nonché un altro appalto per il rifacimento di somma urgenza della pista dell’aeroporto di Firenze. La richiesta della Bindi alla Regione Toscana di autorizzare l’affitto fu respinta, con la motivazione che in realtà si trattava di un nuovo impianto e quindi dovevano essere rifatte tutte le autorizzazioni. Nel ricorso al TAR la Bindi ebbe gioco facile a lamentare un danno irreparabile e il TAR osservò che la Regione Toscana non aveva motivato bene le ragioni del diniego e soprattutto se ci fossero interessi generali pubblici tali da bloccare una attività indispensabile alla Ditta per eseguire l’appalto. Infatti la disponibilità di un impianto nelle vicinanze è requisito essenziale per la corretta esecuzione del lavoro di asfaltatura che fa fatto con il materiale molto caldo, come pure essenziale era poter lavorare nell’impianto anche di notte perché l’appalto esigeva tempi di esecuzione immediati. Così il TAR Toscana con Ordinanza 161 del 22.03.2018 ha accolto l’istanza cautelare e ammesso la Bindi all’esercizio dell’attività di produzione di conglomerati bituminosi nell’impianto, fino alla pubblica udienza per il definitivo esame del ricorso fissata per il 31.10.2018. La protesta popolare a questo punto si è fatta martellante, l’istanza al Sindaco perché si facesse garante della salute dei cittadini ha avuto un risposta risibile e la rassicurazione che tutto fosse a posto è stata smentita dall’ARPAT che in data 4 aprile ha prodotto, a seguito di sopralluogo, un report di 15 pagine sulle criticità dell’impianto e poi una integrazione in data 12 aprile in cui si ipotizzano anche una serie di reati. Nel frattempo sono intervenuti anche i Carabinieri Forestali ( Stazione di Borgo S.Lorenzo) che a seguito di sopralluogo hanno inviato un rapporto alla Procura, il cui contenuto però ancora non si conosce. Il 27 aprile è stato infine presentato alla Procura un esposto firmato da oltre 700 cittadini “ in relazione alle omissioni e lacune autorizzatorie per l’impianto gestito dalla Piandisieve”. La Consigliera Regionale Monica Pecori del Gruppo Misto, che era stata già interessata nell’estate del 2017 sulla vicenda ed aveva effettuato un ricognizione a febbraio all’esterno dell’impianto constatando l’irrespirabilità dell’aria, ha presentato in data 15 maggio 2018 una interrogazione a risposta scritta alla Giunta Regionale sulle nocività causato dallo stabilimento evidenziando in particolare tutte le incongruenze dell’AUA concessa alla Piandisieve il 7 Luglio 2017. A seguito di un soprallugo eseguito da ARPAT in febbraio 2018 sono state riscontate delle irregolarità tanto che La situazione per emanazioni e rumore è peggiorata a tal punto che la Regione Toscana ha ritenuto, previa diffida alla Ditta Bindi, di revocare l’Aua in data 26 ottobre 2018 per la parte del conglomerato bituminoso. Si è quindi instaurato un contenzioso giudiziario davanti al TAR che alla fine ha consentito alla Ditta di riprendere l’attività a condizione di apportare modifiche importanti all’impianto, in particolare per eliminare le emissioni diffuse. Però la Ditta a tutt’oggi non ha apportato le modifiche e così dal Novembre 2018 l’impianto è rimasto fermo e la popolazione ha tirato un gran respiro di sollievo. Ma non bisogna farsi illusioni perche in data 19 Marzo u.s. è stata rilasciata alla Ditta una nuova AUA e c’è logicamente da aspettarsi che riprenda l’attività di produzione di asfalto appena eseguiti i lavori di modifica impiantistica dei quali per la verità ancora non si vede traccia. La popolazione quindi, in particolare i “viciniori “ all’impianto che in virtù di tale condizione sono legittimati a stare in giudizio, si vedono costretti fare un costoso ricorso al TAR contro la concessione dell’AUA entro il termine del 18 Maggio. Ciò a meno che non emergano strategie per ora imperscrutabili della Ditta affittuaria o della proprietà Lavacchini, che predevano 27 finalmente una diversa destinazione dell’area. O che il Sindaco, attuale o futuro, il cui intervento è stato tanto invocato dalla popolazione, ricordandosi finalmente di essere il garante della salute dei cittadini, intervenga in maniera decisa e nelle forme che la legge gli consente, a porre fine ad un tormento durato più di 50 anni. La proposta che facciamo a riguardo, è di spostare l’impianto di bitumi in modo da poter prevedere quella zona come esclusivamente residenziale.

Diritti degli animali 

All’Ente Locale, grazie ai movimenti per la difesa ed il riconoscimento dei diritti degli animali, sono attribuite dalle leggi importanti competenze sul loro benessere: in particolare il Sindaco è responsabile del controllo e della vigilanza sul benessere e la tutela di tutti gli animali presenti sul proprio territorio, siano essi d’affezione, da reddito, da cortile, selvatici o esotici, nonché titolare degli animali senza proprietario. Il Piano d’Azione dell’Ente Locale riteniamo debba anzitutto prevedere l’incremento delle adozioni e delle sterilizzazioni dei cani e dei gatti randagi e non solo, estendendo- in caso di adozione- agli animali di proprietà l’accesso all’ambulatorio veterinario ASL di Pratolino . Facilitazioni economiche e di accesso devono essere previste per la cura degli animali appartenenti a persone anziane e/o in difficoltà economica. L’accesso ai tutti i giardini pubblici e spazi verdi deve essere consentiti ai cani muniti di guinzaglio e se occorra, di museruola con l’obbligo per i proprietari di raccolta degli escrementi. Le condizioni di vita delle numerose colonie di gatti, tutti piuttosto malconci, presenti sul territorio comunale devono essere urgentemente migliorate, favorendo e difendendo da attacchi malevoli i volontari che già se ne occupano e che non possono per legge essere disturbati in alcun modo. In collaborazione tra vigili e guardie zoofile deve essere effettuato un controllo capillare preventivo del territorio per individuare situazioni di maltrattamento di qualsiasi tipo di animale, allevamenti inclusi, con prescrizione di termini entro i quali provvedere, nonché – per quel che riguarda i cani di proprietà – il controllo dell’iscrizione obbligatoria all’Anagrafe Canina. Si ribadisce qui che i problemi che possono nascere dalla convivenza con gli animali, incluso i problemi causati dai piccioni, devono essere affrontati con metodi etologici che, oltre che eticamente accettabili, sono gli unici efficaci, escludendo in ogni caso i metodi cruenti, illegali e diseducativi, ciò valga anche per il lupo che va protetto essendo elemento essenziale per l’equilibrio dell’ecosistema, come ha recentemente ribadito il Ministro dell’Ambiente Costa, con il nuovo piano per la difesa del lupo, che ha escluso categoricamente che si possono invocare deroghe al divieto di abbattimento. Sulla piaga dei bocconi avvelenati, che purtroppo ha afflitto tutti i Comuni del Mugello (un po’ meno S.Piero, dopo i noti fatti dell’inizio degli anni ’90), bisogna prevedere interventi di informazione/sensibilizzazione per la popolazione, i proprietari di animali, gli agricoltori ed i gestori di riserve, esplicitando il fermo proposito dell’Amministrazione di procedere, nel malaugurato caso di avvelenamenti sul proprio territorio, con il massimo dei provvedimenti restrittivi consentito dalle disposizioni in materia. Perché il Piano d’azione sia efficace a lungo termine, dovrà essere supportato da un’attività educativa a cominciare dalle Scuole e dai proprietari di animali che aumenti la conoscenza del mondo animale e crei una cultura naturalista. Per la sua attuazione prevediamo di istituire una Consulta Comunale per gli animali composta dalle associazioni animaliste e ambientaliste, ma anche da privati cittadini che hanno a cuore il benessere degli animali.

Gestione dei rifiuti

La raccolta porta a porta, di per se, non è sufficiente ad una corretta gestione dei rifiuti. Per essere 28 eco-sostenibili occorre principalmente diminuirne la produzione; non soltanto con il suo riciclo, ma soprattutto, diminuendo l’uso degli imballaggi ed avviando al recupero tutto quanto riutilizzabile. Ed a questo dovrebbe puntare anche il nostro comune. Sarebbe anche l’unico modo per diminuire il costo dello smaltimento dei rifiuti, diminuendone la produzione. Per questo riteniamo indispensabile la creazione di un centro di recupero ingombranti, fatto eventualmente anche attraverso una cooperativa sociale. Un’altra strategia in questa direzione potrebbe essere quella di prevedere un giorno la settimana o al mese, di poter lasciare fuori gli ingombranti ancora utilizzabili, la mattina presto, in modo che chi vuole può prendere quello che gli occorre (così non diventerebbero subito rifiuti), e prevedendo un giro di Alia per il ritiro di quanto non preso in tarda mattinata. In questo senso riteniamo ingiusta la sanzione prevista per chi prende ingombranti depositati per il ritiro di Alia, per darne nuova vita. Per una diversa gestione dei rifiuti il Comune deve tornare ad essere soggetto attivo nelle scelte e negli indirizzi non subendo passivamente le decisioni di Alia (gestore in servizio dal 2018) ma battendosi per difendere gli interessi dei cittadini, dell’ambiente e i diritti dei lavoratori impiegati nel settore. In quest’ottica, riteniamo sbagliata la scelta di impostare la gestione del ciclo rifiuti attorno agli impianti di incenerimento. Il fulcro centrale dovrebbe essere la diminuzione della produzione, il riciclo e il riutilizzo. Discariche e inceneritori non sono la soluzione. Ancora meno i cosiddetti inceneritori di nuova generazione (ipocritamente chiamati termovalorizzatori) che producono micidiali polveri sottili. L’esistenza di questo tipo di impianti oltretutto disincentiva la raccolta differenziata e il riciclo in quanto hanno bisogno di stare sempre accesi alimentati da grandi quantità di rifiuti. In questo senso proponiamo la creazione, con modalità partecipative, di un Osservatorio permanente sulla gestione del servizio di Igiene urbana. Riteniamo altresì necessario il parere dei consigli comunali quando le decisioni da assumere implicano il coinvolgimento diretto dei cittadini del Comune in qualità di utenti che a causa di decisioni societarie (e successive approvazioni dell’ATO) si trovano a dover far fronte all’andamento gestionale della società con aumenti tariffari o peggioramento dei servizi. Varie esperienze dimostrano che è possibile fare a meno di costosi e pericolosi impianti e dare concretezza alla “strategia rifiuti zero”, che non rappresenta un “sogno” irrealizzabile, ma l’insieme di azioni-scelte impiantistiche coerenti e graduali che consentono di ridurre sempre più la parte residua da smaltire. Non un’utopia ma un obiettivo che, se perseguito con convinzione e determinazione, può produrre risultati tangibili e concreti. Per il futuro noi proponiamo di puntare sui seguenti indirizzi.

Prevenzione, riduzione e differenziazione spinta dei rifiuti:

  • attivando un percorso partecipato di coinvolgimento e verifica con la cittadinanza per trovare il modo migliore di conferimento dei bidoncini di raccolta, in particolar modo per le zone extraurbane;
  • realizzando un centro raccolta nel nostro comune, dove i privati cittadini si possono recare direttamente per smaltire i rifiuti. I cittadini devono usufruire della possibilità di conferire gratuitamente tutti i materiali della raccolta differenziata che non possono come le Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche, ingombranti, oli esausti, inerti, ecc.; ciò deve essere integrato dalla raccolta puntuale di tutti i materiali recuperabili e riciclabili presso aziende produttive e commerciali.

Adozione di buone pratiche:

  • promuovendo l’utilizzo di imballaggi pluriuso, il recupero delle merci invendute (non solo il non sporzionato della mensa) con distribuzione gratuita alle mense per indigenti e alle associazioni del volontariato per fini assistenziali;
  • la progressiva eliminazione dei prodotti monouso;
  • il ritiro delle apparecchiature elettroniche e dei vecchi computer per un recupero/riutilizzo, ed una maggiore attenzione all’impiego di materiali più facilmente riciclabili.

Stipulare accordi locali con i punti vendita presenti per:

  • prevedere l’incremento nella distribuzione di prodotti alla spina come detersivi per piatti e lavatrici, 29 legumi, pasta ed altro;
  • agevolare ed evidenziare i prodotti provenienti dal Mugello (filiera corta);
  • reintrodurre il “vuoto a rendere”;
  • incentivare le pubbliche amministrazione ad acquistare prodotti provenienti dal riciclo come carta, oggetti in plastica (sedie, giochi per bimbi ecc) organizzando anche annualmente una fiera del riciclo.

Piena valorizzazione dell’impianto di compostaggio di Faltona e commercializzazione in loco del compost chiudendo la filiera con il riutilizzo del prodotto D. applicazione della tariffa puntuale, come prevista dal Decreto Ronchi, sulla base del principio guida “chi meno produce e più differenzia, meno paga”.

Incentivi appositi per le aziende volti alla riduzione/differenziazione rifiuti.

Verifica e rimessa in discussione nella assemblea di ATO (Ambito Territoriale Ottimale) del nuovo Piano Rifiuti, sulla scelta di costruire nuovi inceneritori considerato che gli obiettivi della Regione, sono incentrati sulla gestione dei rifiuti basata sul porta a porta, sul recupero/riciclaggio spinto dei materiali e sul trattamento della parte residua di indifferenziata con impianti di trattamento “a freddo”. Partendo dal concetto che il rifiuto è un “tesoro” cioè una risorsa da non sprecare, devono essere individuate soluzioni che permettono ulteriori possibilità di recupero di materie prime e che siano un’alternativa ai grandi impianti di smaltimento in discarica e di incenerimento che determinano alte concentrazioni di inquinanti, contaminanti e fumi zeppi di sostanze pericolose per la nostra salute (diossine, metalli pesanti, polveri fini…) e rifiuti pericolosi come ceneri e scorie, oltre al 30% dei materiali bruciati, che poi non si sa più come smaltire ; G. L’ impegno a mantenere e sviluppare la gestione pubblica dei rifiuti, il contenimento delle tariffe secondo i criteri sopra esposti, la creazione di una filiera che recuperi materiali dalla raccolta differenziata e possa creare nuova occupazione stabile nel settore del riciclo e del riutilizzo. Soltanto la diminuzione della produzione dei rifiuti, attraverso la diminuzione dell’utilizzo degli imballaggi e del riutilizzo, oltre al riciclo, di quanto riutilizzabile, contro le politiche capitalistiche del consumismo sfrenato attuate fino ad oggi, potrà portare ad una gestione dei consumi ecosostenibile nonchè ad una diminuzione dei costi delle tariffe per la gestione degli stessi.

Diritto alla salute e servizi socio-sanitari

Cosa succede in Europa in Italia e in Toscana con la politica dei tagli alla Sanità? Secondo il “Rapporto sui costi dell’austerità”, se gli stati membri dell’Unione Europea continueranno ad attuare politiche di Austerity, le ricchezze europee finiranno inevitabilmente per concentrarsi ancora di più nelle mani del 10% della popolazione più ricca. Questa situazione di pesante attacco alle condizioni di vita delle persone passa, in misura importante, dalla sanità. Dall’inizio della crisi, l’opinione pubblica è bombardata da una campagna stampa terroristica sui pericoli del “debito sovrano” e dello “spread” per l’economia nazionale. Una serie di trattati europei, siglati dai Governi che si sono succeduti negli ultimi venti anni, impone ferree politiche di austerità, come il famigerato “Fiscal Compact” che, inserito direttamente nella Costituzione italiana come “pareggio di bilancio”, imporrà per oltre venti anni politiche economiche di “lacrime e sangue”, attraverso l’automatismo del taglio medio di oltre cinquanta miliardi annui sulla spesa pubblica. Per realizzare queste politiche vengono applicati tagli ingenti e la famigerata “spending review”, che deve recuperare grandi risorse economiche a copertura di un “debito” prodotto da speculatori finanziari, banchieri e industriali. 30 Politiche nazionali di taglio alla sanità. Anche in Italia come negli altri paesi dell’Europa, i costi della sanità sono nel mirino dei provvedimenti governativi come responsabili dell’eccessiva spesa pubblica e del debito. Un’incessante propaganda mediatica afferma che il sistema non è più sostenibile e che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre risorse. L’intenzione vera è quella di determinare le condizioni per una modifica sostanziale del sistema sanitario, che consenta di fare della salute, della malattia e della sofferenza occasioni di mercato, di profitto e di speculazione, determinando anche per il diritto alla salute una divisione di classe, tra chi può rivolgersi al privato convenzionato pagando il minimo contributo (ricordiamo che questo è dovuto anche a chi nel pubblico è esente ticket) e chi non può ed è costretto a migrazioni nel territorio e ad i lunghi tempi di attesa del pubblico. Si sono compiuti da poco i 40 anni dalla nascita del Sistema Sanitario Nazionale e questo è quello che ci ritroviamo: Dalle 695 Usl del 1978 alle 101 Asl attuali; dai 500mila posti letto dei primi anni Ottanta ai poco più di 200 mila di oggi (da”Il Rapporto Sanità 2018” che fotografa i 40 anni dalla nascita del Ssn tra contesto demografico e articolazione territoriale, offerta ospedaliera, operatori sanitari e mobilità interregionale). Non propriamente roseo lo scenario delineato, tra servizi sanitari – inclusa l’assistenza ospedaliera – virati sempre più verso l’ambito privato, insufficienza di personale del Ssn, scarsità di medici di base, esodi di pazienti verso strutture di altre regioni, il tutto in un contesto demografico caratterizzato da un progressivo invecchiamento della popolazione. In questi quattro decenni è stata abbattuta più della metà dei posti letto (da oltre 500 mila apoco più di 200 mila) e dimezzata la durata media dei ricoveri (da quasi 13 giorni a meno di 7). E l’assistenza ospedaliera diventa sempre più privata: Oggi a livello nazionale il rapporto tra posti letto privati e pubblici è di 1 a 4 contro l’1 a 6 di 40 anni fa con un’evidente eterogeneità fra le regioni: mentre in Liguria e in Basilicata si rileva un letto privato ogni 19 pubblici, in Campania e in Calabria si arriva a contare un posto letto privato ogni due pubblici. Ulteriore caratteristica, l’aumento di assistiti, soprattutto al sud – in particolare da Puglia e Calabria – che ricorrono a ricoveri ospedalieri fuori dalla propria regione. Tra le più gettonate Lombardia ed Emilia Romagna, alle quali si aggiunge la Toscana. Per quanto riguarda gli operatori, l’ultima rilevazione del Conto annuale del personale (2016) indica in circa 104.500 medici e quasi 262.500 infermieri le risorse su cui può contare il Ssn, complessivamente 367mila professionisti dipendenti. Quasi 70mila in più rispetto all’esordio, numero tuttavia inadeguato di fronte all’aumento della popolazione e soprattutto al suo invecchiamento. Ma a livello territoriale anche questo quadro non è omogeneo: se la media nazionale è di 17 medici ogni 10mila abitanti, nel Lazio i medici sono soltanto 13 ogni 10mila contro i 26 della Sardegna. Così come la presenza di infermieri in Friuli Venezia Giulia è doppia rispetto alla Campania. Intanto i 53 mila medici di base si trovano a fronteggiare assistiti sempre più anziani e sempre più spesso anche pazienti in età pediatrica. Complessivamente, dunque, il numero di operatori rispetto agli abitanti risulta in calo a livello medio nazionale e in quasi tutte le regioni, in particolare in quelle settentrionali, mentre il quadro demografico evidenzia il progressivo aumento dell’indice di vecchiaia e della speranza di vita, quest’ultima salita di ben 8 anni nell’arco dei quarant’anni descritti. Abbiamo visto negli ultimi anni, oltre alle lunghe liste di attesa e alle prestazioni offerte nel pubblico lontane dal territorio di domicilio, inserire nuovi ticket, super ticket come contributi di digitalizzazione, revisione dei LEA che hanno tolto ad esempio le prestazioni odontaoiatriche nel pubblico ai non indigenti, nonchè la sanità integrativa nei contratti di lavoro. Tutto questo a favore di uno spostamento importante verso il privato con il rischio di venir meno dell’universalismo delle prestazioni, ma verso la direzione di avere prestazioni sanitarie di 3 livelli Privata (per chi può permettersi un’assicurazione) Assicurativa (diversa a seconda dei contratti di lavoro, come le vecchie mutue) Pubblica (per gli inoccupati, i precari, i pensionati) Ed a tutto questo si stà aggiungendo il pericolo del regionalismo differenziato, che con il 31 finanziamento della sanità regionale derivante principalmente da IRAP e IRPEF regionale, rischia di creare un ulteriore divario di prestazioni tra le varie regioni. In Italia la spesa sanitaria del 2018 si attesta all’8,9% del Pil, meno di Germania, Francia e Belgio. Da venti anni riduzioni e ristrutturazioni bersagliano il settore della sanità, a cominciare dall’introduzione di logiche aziendalistiche che colpiscono le conquiste ottenute negli anni ’70 che andavano verso un sistema uguale per tutti e finanziato dalla fiscalità generale, senza “compartecipazioni”, come realizzato dalla L.833 del 1978. L’affidamento poi “al mercato” di privati convenzionati di servizi basilari (con conseguenti rimborsi per prestazioni da parte della Regione al privato convenzionato e non al pubblico), chiusura di interi distretti sanitari e di ospedali delle zone periferiche, sta determinando una spinta verso il potenziamento della sanità privata e di quanti fanno profitto sulla salute oltre al fatto che le strutture private, per accaparrarsi i servizi, offrono prestazioni a prezzi concorrenziali ed a liste di attesa 0. Cosa succederà però quando determinate prestazioni saranno fruibili soltanto nel privato o nel privato convenzionato, perchè nel pubblico mancheranno i finanziamenti? Potranno, avendo l’esclusiva, esigere il rimborso per la prestazione senza eccessivi vincoli concorrenziali. Siamo al punto poi che oramai 9 milioni di italiani rinunciano a curarsi per mancanza di risorse economiche. La lista LiberaMente a Sinistra per Scarperia e San Piero ritiene che debba essere bloccata ogni esternalizzazione/privatizzazione della salute. Pezzi importanti della tutela sanitaria ed assistenziale sono stati già di fatto privatizzati o esternalizzati. Questo è un altro fronte importante della battaglia della riconversione pubblica dei servizi essenziali; si pensi alla grande questione dell’ assistenza domiciliare, delle RSA, dei Centri Diurni e di altri centri alternativi, al ricovero ospedaliero, al settore odontoiatrico (dove le liste di attesa nel pubblico sono esageratamente lunghe), al settore della fisioterapia (dove sempre a causa delle lunghe liste di attesa molte persone sono costrette a rivolgersi al privato), per non parlare della specialistica, ai troppi Istituti privati di analisi convenzionati con le ASL, per non parlare del Settore farmaceutico. Una vera sanità pubblica, non può lasciare il monopolio della ricerca e della produzione di farmaci in mano al mercato ed alle Multinazionali del Settore, ma occorre perseguire l’esatto contrario. Chiediamo una espansione e qualificazione della rete di farmacie pubbliche comunali. Una sanità efficiente, gratuita e accessibile a tutti può esistere e funzionare solo se pubblica e sotto il controllo pubblico. Quello per cui lotteremo come gruppo LiberaMente a Sinistra è l’affermazione di un sistema sanitario pubblico gratuito e universale, basato su un’idea di solidarietà e di convivenza in cui nessuno mai sia escluso, abbandonato a se stesso e senza diritti, poiché la salute non è un bene disponibile per il profitto, garantito dalla fiscalità generale. Al tempo stesso, salvaguarderemo il più ampio diritto alla salute, inteso come difesa contro tutte le azioni che, anche nel nostro territorio, minano condizioni di benessere globalmente inteso, economico, ambientale, del territorio, dell’aria e delle acque, come per esempio le grandi opere e gli impianti di trattamento dei rifiuti quali discariche e inceneritori. Cosa succede in Toscana? La Toscana del centro–sinistra sta accelerando il processo di privatizzazione/dismissione del Servizio Sanitario Regionale. La riduzione dei fondi per il sociale ha già portato anche in Toscana a escludere dall’accesso ai servizi (es. RSA, servizio domiciliare) molti anziani e persone non-autosufficienti. Delibere regionali e regolamenti di attuazione, rivedendo i criteri di valutazione del bisogno, hanno di fatto escluso dall’accesso a molti servizi anziani e disabili, riversandone i costi sulle famiglie e mettendo in crisi i lavoratori del settore. La Toscana, prevede un’organizzazione mista pubblico/privato, dai settori della diagnostica e della 32 specialistica, dove il privato sta progressivamente sostituendo pezzi di sanità pubblica. La legge regionale del dicembre 2012 per il contenimento della spesa sanitaria e la delibera 1235 ridisegnano il Servizio Sanitario Regionale e in alcuni punti stanno addirittura peggiorando i provvedimenti del governo: – Riduzione dei posti letto a 3,15 ogni mille abitanti, peggiorando quanto già stabilito con la riduzione a 3,7 dal Governo (la media europea è 5,6 ogni 1000 ab), con un taglio di oltre 2.000 posti letto. Questi tagli stanno colpendo principalmente i piccoli ospedali con riorganizzazioni e ristrutturazioni che tendono a togliere servizi essenziali, costringendo i cittadini a spostarsi verso i grandi ospedali. – Riorganizzazione dei distretti territoriali: Gli interventi riducono la presenza dei servizi territoriali e delle prestazioni rendendone l’accesso e l’utilizzo sempre più difficile. Molti servizi territoriali saranno accorpati in pochi luoghi, servendo vasti territori e persone, creando così bolge infernali per gli utenti e disagi per gli spostamenti delle persone più deboli – Abbandono di attività di prevenzione, incentivi all’impianto di radiodiagnostiche private, riduzione del servizio di ambulanze 118 e incremento dei servizi di emergenza affidati alle sole organizzazioni del volontariato, accorpamento servizio interruzione di gravidanza, fantomatica costituzione di “Case della Salute” che prevedono un irresponsabile affidamento di attività improprie ai Medici di famiglia. Tutto questo in un contesto dove importanti servizi, ad esempio la riabilitazione, le R.S.A., sono già da anni quasi totalmente affidate al privato. – Rinegoziazione dei contratti di appalto con un taglio fino al 7%: i tagli sui servizi di pulizia e sanificazione, oltre a mettere a rischio posti di lavoro, mettono a rischio anche la sicurezza igienica e sanitaria e la salute di chi si ricovera, mentre i tagli sui servizi socio sanitari gestiti dalle cooperative smantellano buona parte dei servizi del territorio ad esse appaltati (psichiatria, anziani, disabili). – Esplodono anche i casi di malaffare legati a veri e propri furti (scandalo alla ASL di Massa, con 400 milioni di ammanchi) e alle politiche immobiliari delle ASL. Le politiche dello smantellamento dei piccoli ospedali, della “svendita” degli immobili con lo spostamento di risorse per la costruzione di grandi ospedali unici con il meccanismo del project financing, dove la costruzione dei nuovi ospedali è affidata al privato al quale vengono assicurati per circa 20 anni i servizi non sanitari erogati al suo interno senza alcuna concorrenza, sono destinate ad alimentare il debito che la sanità toscana sta creando verso i giganti del cemento e del mercato immobiliare, che hanno costruito i nuovi ospedali. Nella Regione Toscana ne sono stati costruiti quattro con questo meccanismo, Lucca, Pistoia, Prato e Massa, ma altri sono in fase progettuale, come a Livorno. Che fare a livello territoriale? L’impegno per la difesa del diritto alla salute e la riconquista del futuro. Occorre difendere l’Ospedale del Mugello e la permanenza di tutti i servizi, chiedendo le risorse necessarie (umane e strumentali) affinché continui l’erogazione servizi di qualità. Occorre anche essere determinati affinché venga realizzato l’adeguamento sismico dell’ospedale stesso. Perché siano garantiti a livello territoriale i servizi essenziali alla persona, sociali e sanitari, occorre estendere la capacità dei Consigli Comunali di intervenire in settori di competenza dell’attuale SDS e sottoposti, fino ad oggi, al controllo esclusivo della Conferenza dei Sindaci, con relazioni periodiche ai Consigli Comunali dei livelli di rilevazione del bisogno e della quantità e qualità dei servizi erogati. Nel Mugello, per le carenze dei servizi pubblici, è in aumento il ricorso al settore privato sanitario anche senza convenzioni, quindi a pagamento, per servizi sanitari, servizi specialistici, fisioterapia, odontoiatria, diagnostica, certificati medico legali, ricorrendo spesso per chi può, anche all’intramoenia. Consultori familiari Occorre lottare affinché il consultorio familiare nel nostro Comune venga ripristinato (visto che la L. 34/96 prevede un consultorio familiare, comprensivo di tutte le figure, in zone rurali e semiurbane ogni 33 10.000 abitanti) a tutela soprattutto delle donne più deboli, con la presenza di ostetrica, ginecologo, psicologo, assistente sociale e con possibilità di avere l’appoggio di un mediatore culturale (tutte figure che devono poter essere presenti almeno quando necessario, anche sotto forma di “proiezione” di un consultorio principale al quale afferiscono le 8 figure professionali necessarie e previste da normativa nazionale), in modo che possa essere un vero sportello di prossimità ad accesso libero, così come prevede il POMI, D.M. del 24 Aprile del 2000. In questo modo potrebbero essere evidenziati e prevenuti anche eventuali abusi nella donna e nei minori. In questa direzione, nella scorsa legislatura abbiamo presentato ben 2 mozioni, sia nel comune di Scarperia che in UMCM. Il Consultorio dovrà svolgere una funzione mirata ai seguenti obiettivi:

  • Educazione: non soltanto attraverso l’apertura dello sportello in orari in cui tutti possano accedervi (apertura anche a turnazione nella fascia di 12 ore, 7-19), ma anche attraverso percorsi educativi su sessualità, concepimento, contraccezione ed appoggio alla donna in ogni sua scelta, per garantirne l’autodeterminazione verso una maternità cosciente e responsabile, così come prevede la piena applicazione della L. 194. Questo a protezione anche della fascia adolescenziale. E’ stato visto infatti che gli aborti spontanei nelle adolescenti sono in aumento (potrebbero essere la conseguenza di aborti clandestini mal riusciti, forse perché non sanno che possono ricorrere al giudice tutelare per interrompere un’eventuale gravidanza non desiderata).
  • Prevenzione di malattie e gravidanze indesiderate: e’ stato visto che le adolescenti non usano contraccettivi (infatti nelle minori stanno aumentando le gravidanze e le malattie sessualmente trasmissibili). La distribuzione a titolo gratuito di profilattici, e contraccettivi, insieme ad una buona educazione alla sessualità, potrebbe diminuire questa problematica.
  • Appoggio alla donna in ogni sua scelta: a proposito di maternità cosciente e responsabile, una donna deve essere appoggiata concretamente sia se vuol portare avanti una gravidanza, dandogli la possibilità di avere alloggio e reddito, offrendogli eventualmente lavoro qualora ne avesse bisogno, sia indicando i percorsi più idonei per l’eventuale interruzione della stessa.

Politiche sociali. A fronte delle drammatiche conseguenze prodotte dalla crisi economica, che hanno aumentato in modo esponenziale i bisogni e le necessità di sostegno e di servizi per una fascia sempre più ampia di popolazione, le scelte operate negli ultimi anni dai governi che si sono succeduti hanno portato ad un taglio di circa il 75% del Fondo per le politiche sociali. Il Fondo costituisce la principale fonte di finanziamento statale degli interventi di assistenza alle persone e alle famiglie e il suo drastico taglio sta privando dei servizi di assistenza le fasce più deboli del paese, che in questo modo sono state letteralmente abbandonate al proprio destino. A ciò si aggiungono le drammatiche conseguenze per i lavoratori del settore che si sono visti tagliare insieme ai fondi, i posti di lavoro. Una società solidale ed etica, fondata sull’interesse generale dei servizi ugualmente accessibili a tutti, garantiti da una fiscalità generale e proporzionale al reddito, lascia il campo sempre più ad una civiltà individualistica e consumistica, fondata sui servizi differenziati per fasce diverse di popolazione a seconda della condizione sociale. L’impegno della prossima amministrazione dovrà essere rivolto a contrastare gli effetti antipopolari che i tagli operati stanno producendo e produrranno, adoperandosi per garantire un adeguato livello dei servizi sia sul piano quantitativo che su quello qualitativo affrontando le problematiche sia dal punto di vista dell’assistenza che su quello della prevenzione. Riteniamo prioritario il mantenimento di un livello adeguato di servizi per le categorie e le fasce bisognose cercando in primo luogo di attingere dalle risorse messe a disposizione dalla Regione Toscana. In particolare da: 1. Il prestito sociale, per sostenere con prestiti fino a 3.000 euro (senza garanzie e senza interessi) le persone e le famiglie in situazioni di particolare difficoltà o fragilità socio- 34 economica; 2. Il Fondo per la non autosufficienza, al fine di sostenere ed estendere il sistema pubblico dei servizi sociosanitari integrati a favore delle persone non autosufficienti, disabili e anziane; 3. Il contributo a favore delle famiglie con figlio disabile (Un figlio disabile non sarà un figlio escluso) ; 4. Il Fondo per le famiglie in difficoltà, istituito per agevolazioni tariffarie e/o erogazione di contributi; L’attuale situazione è caratterizzata da notevole incertezza relativamente al modello che sarà utilizzato in Toscana per la gestione dei servizi sociali e socio sanitari, con una messa in discussione delle Società della Salute. La riorganizzazione operata attorno a quel modello, oggi lo possiamo dire dati alla mano, non ha portato ai risultati che erano stati prospettati. I costi di gestione sono aumentati, la burocrazia è cresciuta, non c’è stata alcuna razionalizzazione delle risorse e spesso, anche da un punto di vista di riassetto del personale, incertezza sui compiti e sulla divisione dei ruoli. Noi riteniamo che l’integrazione debba rimanere un principio di base, e che in quest’ottica sia necessario ridare centralità e riqualificare i Distretti socio-sanitari. Pertanto riteniamo utile fissare alcuni punti per noi imprescindibili riguardo alle prospettive:

  • E’ necessario che il Consiglio Comunale sia pienamente investito delle politiche sociali e socio-sanitarie del territorio, riappropriandosi di quelle funzioni che con la SDS sono diventate prerogativa esclusiva del Sindaco.
  • Valorizzare e rendere trasparente il fondamentale apporto dell’associazionismo e del cosiddetto Terzo Settore nel sociale: pubblicità delle convenzioni con il costo delle prestazioni effettuate, dei resoconti economici, dell’assetto organizzativo, dei dipendenti (delle loro condizioni lavorative e salariali).

Il Comune dovrà comunque svolgere il proprio ruolo di MONITORAGGIO E COSTANTE VERIFICA evitando di delegare alle associazioni la gestione del servizio e delle problematiche. Proponiamo inoltre:

  • di ripartire da un’inchiesta sociale dei bisogni del territorio, dalla mappatura partecipata delle questioni su cui intervenire, come base delle politiche sociali. Occorre sviluppare e sperimentare forme partecipate di analisi dei bisogni in maniera costante e periodica.
  • La partecipazione al costo delle prestazioni e dei servizi sociali deve avvenire sulla base di criteri certi e ispirati a principi di progressività e gradualità, prevedendo un’ampia gamma di fasce e individuando una soglia di esenzione per le famiglie con un reddito netto inferiore ai 15000 euro con blocco delle tariffe per i redditi inferiori ai 22000 euro annui.
  • Nel caso di persone non autosufficienti va assicurata l’applicazione delle leggi che vietano la rivalsa sui parenti della persona assistita.
  • Fondamentale anche una semplificazione delle procedure per la richiesta delle esenzioni e delle agevolazioni. In questo senso pensiamo ad implementare i servizi già esistenti (URP) Politiche sociali a sostegno delle famiglie in difficoltà Tutti sappiamo di come i tagli allo stato sociale colpiscano maggiormente nelle famiglie le donne. A queste viene chiesto infatti di sopperire ai servizi che lo stato non eroga più. Visto che sosteniamo la necessità di pari opportunità negli individui, a maggior ragione nelle donne, occorre dare concreto sostegno alle famiglie per la gestione di bambini, anziani, disabili, con erogazione di servizi almeno in orario diurno (vedi ad esempio costruzione di asili nido), per rispondere ai bisogni che emergono dalla popolazione. I locali dell’ex H2 potrebbero rispondere bene a questo scopo, potrebbero essere adibiti in parte a centro diurno per anziani ed in parte a semplice centro di aggregazione apolitico e non confessionale, privo di slot machine per tutti i cittadini (bisogno espresso numerose volte nella scorsa legislatura da parte dei cittadini, sopratutto dei giovani, di Scarperia). 35 Sostegno alle persone più fragili

La condizione degli anziani. Gli anziani sono un insostituibile patrimonio di sapienza, conoscenza, esperienza e memoria collettiva, e la vera qualità della vita si misura proprio dalle condizioni materiali, sociali e culturali della loro vita e dalla adeguatezza dei servizi loro necessari. Nei prossimi anni, almeno in Italia, arriveremo al picco più alto mai conosciuto nella storia per l’età media della popolazione. Si tratta di un fenomeno che comporterà una serie di necessità e di provvedimenti per fare fronte a questa emergenza. In termini generali ne citiamo solo alcuni:

  • rete capillare di Centri diurni con gestione PUBBLICA graduati per autosufficienti e non, dotati di impianti ed attrezzature, palestre, piscine per mantenimento e riabilitazione, servizi fisioterapici, spazi di lettura, intrattenimento ecc, per iniziative culturali servizi mensa, servizi di assistenza medica, prelievi, soluzioni alternative ai ricoveri ospedalieri;
  • rete capillare di RSA integrate nella comunità, dove gli anziani hanno vissuto e dovranno continuare a vivere, graduate per tipologia di autosufficienza gestiti dal settore pubblico, in quanto l’Assistenza pubblica deve coprire almeno l’80% del fabbisogno di RSA, quindi capovolgere la scelta di lasciare questo settore in mano al privato e al profitto, al lavoro precario e non tutelato, alle cliniche poco interessate alla vita umana e alla storia di ogni singolo individuo.

Occorre inoltre sviluppare riflessioni e strategie su:

  • problemi di organizzazione dei trasporti pubblici dai centri diurni alle abitazioni;
  • riconfigurazione dell’edilizia residenziale che strutturalmente risponda a criteri di compatibilità con la popolazione anziana;
  • l’aumento esponenziale di necessità di manodopera per assistenza domiciliare e non, (per ora prevalentemente assolto da personale immigrato) che è destinato ad assumere dimensione gigantesche e che, senza un intervento pubblico massiccio in questo settore, avrà un risultato inevitabilmente drammatico.

La RSA S.Francesco, di proprietà e gestione del terz’ordine francescano, è una qualificata RSA convenzionata nella nostra realtà, comunque rimane un obiettivo ineludibile che il Mugello si doti di una serie di RSA pubbliche e centri diurni attrezzati, per i vari gradi di non autosufficienza, inserite nella comunità dove gli anziani vivono e devono continuare a vivere. Nel territorio di Scarperia e San Piero, abbiamo una assoluta carenza di spazi, strutture, luoghi per consentire agli anziani (ma anche ai giovani.) un livello accettabile di socializzazione, relazione, partecipazione, spazi dove poter fare attività ricreative e culturali. Noi proponiamo di intervenire subito anche con iniziative e soluzioni provvisorie, ma principalmente progettare assieme a tutti loro le risposte urgenti alle loro necessità. Abbiamo fatto alcune proposte, tra le quali il Centro diurno è il principale. Potrebbe poi esserci la possibilità di predisporre un bocciodromo in pineta o nel campo delle cortine. Pensiamo che vadano sviluppate iniziative per stimolare gli anziani a svolgere attività motorie e di socializzazione in tutto il territorio comunale. A tal fine incrementeremo le attività già presenti a Villa Adami, fornendo tutto il territorio comunale di un trasporto pubblico finalizzato a garantire l’opportunità di partecipazione alle attività in oggetto, amplieremo poi gli investimenti per convenzioni specifiche con palestre, piscine, rivendicando al contempo anche un servizio di fisioterapia pubblica. Ci proponiamo infine di effettuare un’indagine conoscitiva per individuare altre priorità e soprattutto per rendere gli anziani protagonisti decisionali sulle risposte possibili alle loro esigenze.

Diversamente abili. Quanto detto sopra vale anche per i diversamente abili; occorre incrementare le attività del centro diurno presente a S. Agata, rendendolo facilmente accessibile con adeguati trasporti a tutti gli utenti, e arricchendolo di attività di aggregazione, culturali e ricreative. L’urgenza sono i giovani che non hanno più posto nelle strutture esistenti e all’uscita dal ciclo scolastico sono destinati a stare a casa in lista di attesa per accedere ai centri diurni o residenziali, 36 totalmente a carico delle famiglie a parte servizi tampone presenti sul territorio come la ludoteca, il teatro, l’ippoterapia a cui però devono essere accompagnati dalle famiglie se non hanno qualche ora di educativa domiciliare. Ci sarebbe da creare almeno una nuova struttura sul territorio del Mugello per soddisfare questi bisogni, intanto si potrebbe puntare al passaggio del centro di S. Agata da centro di aggregazione a centro di socializzazione; Nella realizzazione di un possibile centro di aggregazione nei locali dell’ex H2 dove, tutti i cittadini, potrebbero trovare i propri spazi di espressione, compresi anche i diversamente abili. C’è poi tutto il capitolo degli inserimenti scolastici degli alunni disabili: accanto agli insegnanti di sostegno nella scuola sono presenti le figure degli educatori, che sono finanziate dai comuni attraverso il conferimento di fondi alla Società della Salute. Le ore di educativa scolastica integrano quelle del sostegno e dovrebbero consentire la frequenza scolastica degli alunni disabili, per i casi più gravi fino al completamento dell’orario di lezione. Negli anni i tagli alla spesa sociale hanno ridotto le ore di educativa scolastica erogate a tutti i ragazzi disabili, i più penalizzati sono stati i soggetti meno gravi che hanno perso del tutto o quasi il sostegno educativo, ma generalmente tutti i ragazzi disabili hanno perso ore di educativa. Un altro capitolo è quello dell’abbattimento delle barriere architettoniche: molte parti dei nostri paesi hanno marciapiedi impraticabili dalle persone in carrozzina con impianti sconnessi, pali nel mezzo dei marciapiedi, panchine che riducono lo spazio pedonale, assenza di scivoli, ecc. Si vedono, nei nostri centri, persone con carrozzine elettriche costrette a muoversi nella strada, con rallentamento del traffico, pericolo di incidenti e rischio dell’incolumità fisica del disabile, in violazione del codice della strada perché dovrebbero circolare sui marciapiedi. Alcuni luoghi/uffici pubblici sono difficilmente raggiungibili dalle persone in carrozzina, come le biblioteche comunali e, se raggiunte, non completamente accessibili in tutti i loro spazi. I giardini pubblici di Scarperia con il fondo di ciottoli, così come l’area di accesso alla ludoteca comunale, non sono facilmente percorribili da persone in carrozzina. Parliamo poi di abbattimento delle barriere culturali: è ora di cominciare a lavorare ad una cultura del rispetto delle diversità e quindi della disabilità. L’ente deve essere un esempio per la cittadinanza: concessione dei posti riservati ai disabili non deambulanti, nel rispetto dei regolamenti comunali e in accordo con la normativa vigente, in tempi congrui; certezza e celerità della sanzione per coloro che occupano indebitamente i posti dei disabili; rispetto delle leggi nazionali nella predisposizione di un adeguato numero di parcheggi per disabili ben realizzati (anche per camper) nella progettazione e realizzazione di aree pubbliche di parcheggio, acquisto di un mezzo comunale adeguato (scuolabus) anche per il trasporto di bambini disabili. Promuovere una cultura dell’inclusione, un paese a misura di disabile con percorsi d’arte e naturalistici senza barriere, incentivare anche un turismo di nicchia (le famiglie dei disabili sono spesso viaggiatori camperisti). Un altro servizio è quello di assistenza domiciliare per le persone non autosufficienti: anziani, malati, disabili. Anche questo servizio si è precarizzato molto con i tagli al bilancio sociale e prevede un rinnovo annuale e liste di attesa per l’accesso. E’ un servizio di base, fondamentale per le famiglie che possono accedervi quando hanno in casa persone molto gravi, spesso viene erogato un aiuto minimo, come 1 ora a settimana per aiutare a fare il bagno alla persona non autosufficiente e spesso dopo un’attesa di mesi. C’è poi il grande e angoscioso capitolo della riabilitazione a cui i minori disabili con handicap cognitivo e psichico della nostra ASL accedono solo parzialmente con cicli di logopedia di circa due mesi l’anno fino agli 8-10 anni. La fisioterapia non viene praticata, così come la psicomotricità, che non esiste proprio come servizio pubblico nella ASL 10 Mugello. Il tutto per mancanza di risorse umane ed economiche e, allo stato attuale, anche di professionalità specifiche. E’ una battaglia annosa, riguarda la AUSL e non i comuni, ma aggrava una situazione di forte disagio e criticità nello sviluppo dei bambini disabili. Non c’è visione a lungo termine, investire di più in età pediatrica significa attivare maggiori autonomie e spendere di meno in età adulta (che è ben più lunga dell’età pediatrica). 37 Accoglienza e integrazione di stranieri e migranti Per l’accoglienza e integrazione di quanti sono fuggiti e fuggono tutt’ora da fame, disastri climatici, guerre, persecuzioni, dittature, riteniamo sia necessario che la nuova Amministrazione sostenga sotto tutti gli aspetti le realtà di accoglienza esistenti nel nostro Comune, e cioè i CAS ( Centri Accoglienza Straordinario) di S. Agata, S.Gavino, Fagna e lo SPRAR (Sistema di Protezione per richiedenti asilo e rifugiati) di S.Piero, che sia pure con tutti limiti, hanno rappresentato in questi anni una risposta a tanto dolore, e che oggi rischiano di essere completamente travolti dalle disposizioni del Ministro Salvini. Con essi rischiano di essere travolti e messi in mezzo alla strada anche i tanti operatori che si sono prodigati tra mille difficoltà a creare relazioni umane e percorsi di integrazione, sviluppando capacità umane e professionali preziose, che verrebbero così disperse, come pure gli sforzi profusi dai volontari. Se però andrà avanti il tentativo messo in atto dal Parlamento europeo di bypassare il decreto Salvini, erogando direttamente a Regioni e Comuni che accolgono migranti fondi europei senza dover fare domanda ai ministeri, potrà aprirsi un campo di azione per l’ente locale di eccezionale valore. E’ necessario promuovere nella nostra Comunità con opportune iniziative di incontro la conoscenza reciproca e la collaborazione, affinchè cadano tanti pregiudizi e si riesca a far emergere quanto di positivo può nascere dall’incontro con altre culture. In particolare si dovranno favorire, nelle varie forme già in atto nella nostra zona per opera di Associazioni di Volontariato, l’accoglienza in famiglia di stranieri e migranti.

Diritto a una tassazione equa e solidale

Proposta di modifica dell’addizionale comunale IRPEF per Scarperia e San Piero: dopo una approfondita analisi sulle addizionali comunali IRPEF, che individua Scarperia e San Piero come uno dei comuni d’Italia con la più alta aliquota unica, quando invece altri territori confinanti presentano una tassazione più moderata e articolata, il gruppo LiberaMente a Sinistra propone una revisione di questa addizionale, modificando l’attuale tasso unico (0,8%), applicato per tutti i redditi imponibili, attraverso un sistema progressivo analogo a quello nazionale e regionale, anche se con diverse aliquote fisse, crescenti per fasce di reddito . Tale impostazione permette di raggiungere i seguenti obiettivi:

  • possibilità di applicare un livello di esenzione per redditi inferiori a 10.000 euro;
  • alleggerire il peso dell’addizionale Irpef, anche se in misura modesta, sui redditi più bassi, mantenendo sempre un buon livello di trasparenza;
  • applicare nel territorio comunale un principio di tassazione analogo ad altri comuni del Mugello e in linea con quanto previsto dall’art.53 della Costituzione. proposta scaglioni: 0-10.000 esenti (per norma fino a 7.500) da 10.000 a 15.000 = 0.60 % da 15.000 a 26.000 = 0.65 % da 26.001 a 55.000 = 0.70 % da 55.001 a 75.000 = 0.75 % da 75.000 e oltre = 0.80%.

Diritto all’istruzione

Il sistema dell’istruzione è una risorsa fondamentale per la crescita della comunità locale. Le scuole vanno valorizzate come centri di promozione umana e culturale, di aggregazione sociale e di partecipazione democratica. Il diritto allo studio, che deve essere uguale per tutti, deve essere garantito da una scuola pubblica e laica. Al fine di favorire l’accesso al sapere dei cittadini e delle cittadine, con prioritaria attenzione per le fasce sociali deboli e a rischio di abbandono scolastico, è necessario promuovere una serie di interventi che diano centralità alle politiche della conoscenza nella dimensione locale. Sarà compito dell’amministrazione, all’interno dei Piani per il diritto allo studio, fornire risorse alle scuole perché possano continuare ad effettuare gli interventi nei confronti dei ragazzi che hanno maggiori necessità, prestando particolare attenzione anche all’integrazione dei soggetti disabili. Il comune dovrà provvedere a garantire l’accesso alle istituzioni scolastiche da parte dei disabili anche attraverso la fornitura di servizi di trasporto speciale, di materiale strumentale e didattico e di personale specializzato. Sulle Scuole dell’infanzia e gli Asili nido pubblici, noi riteniamo che debbano essere considerati un servizio per la collettività e quindi dovranno essere accessibili a tutti. La politica dell’amministrazione comunale dovrà essere rivolta, per quanto di competenza, a garantire

Sugli asili Nido:

  • eliminazione delle liste di attesa, rispondendo in pieno alle necessità attraverso un ampliamento dell’offerta;
  • riconoscimento del diritto al servizio a prescindere dalla situazione lavorativa dei genitori (lavoratori o disoccupati) partendo dal convincimento che chi è disoccupato debba avere il diritto di poter cercare un lavoro, l’accudimento dei figli non può diventare un impedimento alla realizzazione lavorativa;
  • parificazione delle tariffe tra nidi pubblici e convenzionati. Non soltanto: riguardo agli asili nido, almeno per i residenti l’UMCM, andrebbe prevista una tariffa agevolata in base all’ISEE non soltanto per i residenti nel comune, ma anche per i bambini che hanno i genitori che semplicemente lavorano, senza essere residenti, nel comune nel quale vorrebbero iscrivere il bambino al nido.

Sulle scuole primarie:

  • il riconoscimento delle richieste di orari scolastici a 30 e 40 ore settimanali, a partire dalla validità del modello didattico fondato su moduli e tempo pieno;
  • l’adeguamento e il miglioramento dell’edilizia scolastica e della sicurezza delle nostre scuole;
  • il potenziamento e il continuo miglioramento qualitativo dei servizi di assistenza scolastica (refezione e trasporto), operando una politica delle tariffe che salvaguardi i redditi più bassi;
  • l’ampliamento dell’offerta formativa delle scuole di ogni ordine e grado presenti nel Mugello;
  • la piena fruibilità dell’attività formativa da parte degli alunni disabili (garantendo adeguate ore ed educatori di sostegno);
  • il mantenimento e il riconoscimento giuridico nelle sedi territoriali (comuni) degli Istituti comprensivi di tutto il Mugello, al fine di evitare pesanti disagi nella mobilità di tutti i lavoratori. In particolare, vanno mantenuti autonomi giuridicamente, le sedi di Scarperia e San Piero e quella di Firenzuola.

Visto il grosso onere per le famiglie per l’acquisto dei libri di testo, oltretutto in questo momento di forte crisi lavorativa, c’è la necessità che i libri delle scuole primarie (e soprattutto secondarie) rimangano in uso almeno per cicli completi, in modo da poterli riutilizzare per gli studenti degli anni successivi. Non dimentichiamo poi che i figli che vanno a scuola spesso sono figli di lavoratori che non entrano 39 dopo le 8.30 e non escono prima delle 16.30. La scuola, in collaborazione con l’amministrazione comunale deve essere messa in condizione di potersi fare carico delle esigenze di flessibilità per rispondere ai bisogni di bambini e genitori (ad esempio coppie che lavorano a turni, madri separate senza supporti parentali, ecc…) e per rispondere a queste esigenze occorrono soluzioni che non gravino ulteriormente sulle famiglie. Il problema dell’accoglienza dei bambini prima delle 8.30 del mattino e dopo le 16.30 del pomeriggio è un problema urgente da affrontare, costruendo soluzioni costruttive che non siano di solo parcheggio ma momenti di attività creative. Una proposta di attività creativa potrebbe essere, in momenti post scuola, con personale qualificato, agevolare lo scambio interculturale con l’insegnamento da parte dell’alunno straniero, di lingua e tradizioni del suo paese d’origine. Dai dati statistici nazionali e territoriali risulta che il numero di bambini a rischio “disagio” sia in aumento. Tutte le iniziative messe in atto come corsi, colloqui con i genitori eccetera, potrebbero risultare inadeguate a contenere un fenomeno in costante espansione con problematiche abbastanza complesse. Riteniamo quindi sia un problema da tenere sotto osservazione per comprenderne soprattutto la possibile origine sociale o economica. Su questo aspetto, vogliamo ribadire con forza che quando il disagio proviene dallo stato di insicurezza e precarietà delle famiglie, a causa spesso di crisi economica e disoccupazione, soltanto un adeguato sostegno sociale da parte dell’amministrazione comunale può aiutare a risolverlo. Altro aspetto ineludibile è quello di garantire che il diritto di non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica divenga effettivo e praticabile, con progetti e programmi adeguati, quali ad esempio la conoscenza e la storia di tutte le religioni del mondo che si sono succedute dal passato fino ad oggi, e dei conflitti che queste hanno generato.

Trasporti, Viabilità e Sviluppo turistico del territorio

Riguardo alla linea ferroviaria faentina, che oltre a supportare il pendolarismo può incrementare l’attrazione turistica delle nostre zone, abbiamo avuto diversi acquisti in meno di treni diesel, rispetto a quanto promesso. Sono però arrivati dei Minuetto. Ben poco in confronto ai 31 miliardo promessi per l’elettrificazione della linea, che anche se non elettrificata, dovevano servire ad investire nella linea stessa! I treni che utilizziamo oggi, hanno uno scarso numero di corse e, oltre a registrare spesso notevoli ritardi, spesso sono guasti e sovraffollati. Per evitare il sovraffollamento, servono oltre ad un incremento delle corse, anche nuovi vagoni, edi in questa direzione la nuova amministrazione si dovrà impegnare. La presenza di una scuola alberghiera nel nostro territorio,sforna ragazzi ogni anno di professioni molto richieste nell’ambito della ristorazione. Non tutti saranno assorbiti dalle strutture della vallata mugellana e magari non tutti ambiscono a lavorarci. Non che Firenze offra chissà quali migliori contratti, ma si limita l’opportunità, senza corse notturne, ai giovani e alle giovani di trovare lavoro o fare stage, a Firenze, nel settore ad esempio dei bar e della ristorazione, perchè gli si impedisce, vista la mancanza di corse notturne, di poter viaggiare con i mezzi pubblici. 40 Per questo è importante il treno serale, che oltretutto, lo scorso anno era già stato sperimentato con successo. Questo però non deve limitarsi soltanto a pochi mesi o ad una sola corsa, ma deve continuare per tutto l’anno, con almeno 2 corse, affinchè ne possano usufruire sia chi scende a Firenze per divertirsi, sia chi scende per lavorare. Sicuramente avere più mezzi di collegamento, invoglierebbe maggiori nuclei familiari, a trasferirsi nel nostro territorio. Anche i collegamenti con l’Emilia romagna andrebbero incrementati, sia per il potenziamento dell’attività turistica, che per aumentare le possibilità di lavoro. A tal fine, per rispondere alle esigenze dei cittadini, sarebbe importante un tavolo tra amministrazioni locali, regione e RFI, per pianificare una strategia almeno quinquennale che parta dai problemi quotidiani di qualità della linea fino ad arrivare ad un suo rafforzamento nell’ottica di un treno metropolitano. Tutti sappiamo come il pendolarismo verso la città, per lavoro, per studio, per iniziative ricreative e culturali, sia molto diffuso tra la popolazione mugellana. Tutti sappiamo anche come, sempre nel Mugello, ci sia una maggior incidenza di incidenti stradali con lesioni gravi, rispetto al resto del territorio della regione. Ciò è dovuto forse anche alla mancanza di una adeguata offerta di trasporto pubblico. Incrementare soltanto il trasporto su gomma rotaia però non basta; occorre anche prevedere che dalla stazione di San Piero ad ogni arrivo del treno ci sia la possibilità di avere un treno od un pulmino che possa permettere di raggiungere almeno l’abitato di Scarperia, il prevedere, nell’arco di tutto l’anno, alcune corse da tutte le frazioni, frazioni che si sono viste tagliare quasi completamente il servizio. Infatti è importante garantire un trasporto pubblico adeguato da e verso Firenze, all’interno del Mugello e del comune, anche in orario notturno e festivo. In questo modo potremmo permettere anche alle persone più deboli come minori, diversamente abili, anziani e persone che non possiedono una macchina, una vita in autonomia e in sicurezza. Rafforzamento dei trasporti pubblici locali Consideriamo il sistema del trasporto pubblico come un bene comune attinente al diritto alla mobilità. I tagli al settore apportati negli ultimi anni dai governi che si sono succeduti hanno causato uno stravolgimento dei servizi e l’apertura di nuovi processi di privatizzazione, precarizzazione del lavoro e peggioramento della qualità. Gli annunciati indirizzi di riorganizzazione, efficientamento e omogeneizzazione (integrazione ferrogomma) del settore hanno prodotto nei fatti solo tagli e riduzione dei servizi. La situazione è ben nota ai pendolari: numerose le corse degli autobus tagliate, sia a livello di zona Mugello (collegamenti tra i vari comuni), sia verso la città di Firenze, sia all’interno del territorio comunale stesso. Nei festivi poi la situazione è disastrosa (soprattutto per il trasporto su gomma), dato che molti pendolari non hanno una corsa o un treno che permetta loro di essere in tempo al lavoro e quindi li costringe a recarsi a Firenze in auto, con ulteriore spesa di carburante, inquinamento e difficoltà a parcheggiare soprattutto se il luogo di lavoro è in centro. La nostra azione amministrativa sarà rivolta a:

  • rivendicare con estrema forza e convinzione (al fianco del Comitato dei Pendolari e in linea con quanto fatto in questi anni) il rispetto degli accordi sottoscritti, a partire dal 1995, riguardo alla linea Faentina: un potenziamento infrastrutturale della linea (aumento delle tratte a doppio binario), l’acquisto di nuovo materiale rotabile e l’aumento delle corse;
  • tutelare in ogni modo e con ogni mezzo i diritti dei pendolari, rivendicando qualità, efficienza, comfort e dignità nei confronti di Trenitalia e Regione;
  • aumentare le corse di autobus-navetta da e per la Stazione Ferroviaria verso tutte le frazioni;
  • rivendicare nei confronti delle società di trasporto e verso la Regione una riduzione del prezzo 41 dei biglietti e degli abbonamenti (sia degli autobus che dei treni);
  • rafforzare le corse Ferroviarie e su gomma per poter andare o tornare da Firenze anche nelle tarde ore serali
  • integrare attraverso un servizio di bus Comunale, per studenti e pendolari che utilizzano il treno, corse in orari non coperti da autobus, anche verso le frazioni.

La nostra amministrazione sarà in prima linea al fianco del Comitato dei Pendolari per rivendicare il riconoscimento dei loro diritti da parte di Trenitalia e Regione, riconoscendone la piena titolarità, favorendone l’accesso alle informazioni, l’espressione di proposte e indicazioni. Verificheremo poi, finché non sarà attivato un trasporto pubblico da e verso Firenze soprattutto in orario notturno, la possibilità di attivare il servizio “a chiamata”, magari per andare a vedere un cinema o per fare un giro in centro Firenze, o per chi lavora nel turismo, nell’ambito della ristorazione, nei locali ad apertura serale di città. Nonostante la Regione sia contraria (la Regione però ha il contratto di servizio con Trenitalia e non con RFI), RFI per ottimizzare le spese parlava di togliere gli scambi a Campomigliaio, San Piero e a Dicomano (a Fontebuona l’hanno già fatto). Invece potersi incrociare, scambiare, vuol dire non aspettare a Fiesole Caldine un treno in ritardo proveniente da Faenza o da Borgo, accumulando così un ritardo passivo. A San Piero questo vorrebbe dire togliere il terzo binario, al momento mai utilizzato, ma con un potenziale di utilizzo molto interessante, come per treni turistici, con visite organizzate al nostro patrimonio paesaggistico e Unesco e la relativa ricaduta economica che questi visitatori potrebbero avere sui nostri ristoranti, commercio ed artigianato. Purtroppo però, la Regione ha il contratto di servizio con Trenitalia e non con RFI, ma potrebbe essere sicuramente più incisiva se TUTTI i Sindaci si unissero per vedersi garantite queste richieste. Sarebbe importante anche lo sfondamento della linea fino a Ravenna; avere collegate due città d’arte come Firenze e Ravenna, faciliterebbe anche la presenza turistica in Mugello. Questo “sfondamento” servirebbe per proseguire anche verso Bologna, senza dover per forza avvalersi dei treni ad alta velocità Firenze-Bologna, molto dispendiosi. Per finanziare tutti questi progetti, abbiamo ancora un credito di 31 milioni di euro mai riscossi per gli accordi di COMPENSAZIONE del 1995/97, fra Ministeri, Tav, Provincia e Regione, per il passaggio dell’AV in Mugello. Per la stazione di San Piero, pensiamo non sia più rimandabile sia l’attraversamento, che l’altezza dei marciapiedi, per poter accedere ai treni facilmente anche con le carrozzine. E’ importante poi, nell’ottica di un servizio di qualità, monitorare i disservizi che si presentano lungo la linea Faentina e segnalarli prontamente come amministratori alla Regione. Mobilità sostenibile. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una notevole intensificazione del traffico automobilistico. In alcuni orari, anche a causa di scelte sbagliate da un punto di vista urbanistico Riteniamo fondamentale la diffusione di modelli di mobilità sostenibile e scelte in materia che rendano possibile arrivare ad una riduzione dell’uso delle automobili nel territorio comunale. Noi proponiamo, nell’ottica anche di una futura città Metropolitana:

  • la definizione di un Piano sul traffico e sulla mobilità;
  • la promozione e l’agevolazione dell’uso delle biciclette creando nelle strade e nei viali del paese percorsi ciclabili sicuri.
  • lo stanziamento di adeguate risorse per un trasporto pubblico comunale a rete che possa garantire collegamenti tra il capoluogo le frazioni e la stazione; L’asse portante del trasporto pubblico a San Piero a Sieve e in Mugello è costituito dalle linee ferroviarie Borgo S.L – Vaglia – Firenze SMN – Firenze CM – Pontassieve – Borgo SL (anello del Mugello) e dalla linea interregionale Borgo SL – Marradi – Faenza.

Su queste linee è necessario richiedere alle Ferrovie dello Stato (Trenitalia), alla Regione Toscana ed alla Provincia di Firenze, ma anche ai Comuni dell’Area Fiorentina, un forte impegno per:

  • potenziare il cadenzamento dei treni, con orari regolari e trasporto biciclette inserito negli abbonamenti, esteso anche alla tarda serata (orari di lavoro serali e flessibili, e poi anche cinema, teatro, spettacoli, iniziative pubbliche…), prevedendo per l’anello del Mugello un vero e proprio servizio metropolitano e per la linea di Faenza l’aumento delle corse per avvicinare l’Alto Mugello all’Area Fiorentina;
  • prevedere biglietti multipli e scontati come applicato da Ataf anche per il TPL, oltre gli abbonamenti settimanali e mensili;
  • migliorare la qualità e la manutenzione del materiale rotabile esistente (locomotori e vetture), acquistare nuovi treni;
  • rivendicare che i 31 miliardi di indennizzo dei lavori della TAV vengano investiti nella linea faentina per un’offerta di trasporto maggiore e di qualità e non nelle infrastrutture, che devono essere a carico de RFI, per la tratta della Val di Sieve.

Democrazia partecipata

Gli Enti Locali devono ritornare a giocare un ruolo attivo per orientare le politiche dei Governi, in antitesi ai tagli dei trasferimenti, che tracciano una vera e propria controriforma nel ruolo dei comuni, mettendo in discussione non solo l’autonomia finanziaria, ma anche i diritti sociali della popolazione. I movimenti emersi a livello territoriale, comitato difesa paesaggio S. Agata, comitato rifiuti zero, no eolico selvaggio, coordinamento difesa 194, Millerivoli, comitato contro la centrale a biomasse, NUDM, comitato il suono del Mugello…., hanno dimostrato la volontà da parte dei cittadini di reimpossessarsi del diritto a decidere. Questa volontà nasce da una critica di fondo dei metodi delle democrazie rappresentative moderne, considerate sempre più distanti dalla vita delle persone, incapaci di stabilire legami continui e reali con una cittadinanza di fatto allontanata dall’interesse verso la gestione e l’amministrazione della cosa pubblica. Gli stessi organi rappresentativi, consigli comunali in primis, sono stati di fatto esautorati delle loro prerogative con un accentramento dei poteri decisionali nelle mani delle Giunte, dei Sindaci o dei Consigli di Amministrazione delle società di turno. La crisi della politica si è affermata attorno ad un meccanismo di delega che ha gradualmente ostacolato il coinvolgimento degli individui nel sistema politico riducendolo all’espressione del voto come scelta di affidamento. Riteniamo che il sistema vada totalmente ribaltato: occorre ripartire da un investimento nella partecipazione dei cittadini. Una democrazia funzionante, una comunità efficiente, ha bisogno di cittadini informati, impegnati e messi in condizione di esercitare influenze di interesse collettivo sulle decisioni pubbliche. Proponiamo la sperimentazione di processi partecipativi connessi alla gestione della cosa pubblica come affermazione di un nuovo sistema democratico incentrato su una evoluzione dei diritti politici dei cittadini: dalla determinazione, tramite il voto, di un indirizzo politico alla vera e propria determinazione delle politiche pubbliche, attraverso la partecipazione alle decisioni, mediante procedure di consultazione e concertazione. A tal fine proponiamo una modifica dello Statuto Comunale per il pieno riconoscimento della partecipazione dei cittadini alla promozione dello sviluppo civile , sociale ed economico della comunità, alla formazione e all’attuazione degli indirizzi amministrativi come uno degli obiettivi principali del Comune e la definizione degli organismi ad essa funzionali, per i quali dovranno essere messi a disposizione strutture e spazi idonei.

Assemblee e Comitati di Frazione. La scelta stessa delle forme definitive potrà essere fatta solo dopo un processo di sperimentazione e di valutazione che dovrà coinvolgere la cittadinanza e considerare le specificità del nostro territorio. Quella che presentiamo deve essere considerata come una proposta flessibile da ridiscutere e valutare in modo collettivo. La partecipazione deve essere modalità operativa riguardante le fasi più importanti dell’attività amministrativa a partire dal bilancio e dal Regolamento Urbanistico. Proponiamo che il sistema si basi su due strumenti portanti: le Assemblee di frazione e di zona e i Comitati di frazione e di zona.

Assemblee di frazione e di zona. Le Assemblee dovranno configurarsi come il fulcro della partecipazione e della dimensione collettiva del processo, antidoto alla prevalenza dell’interesse privatistico su quello generale, cura a quell’abbandono nel quale in questi anni sono state lasciate le nostre frazioni e i loro abitanti: attraverso il confronto e la discussione l’interesse di tutti potrà affermarsi su quello individuale. La trasparenza garantita dal momento assembleare sarà il miglior strumento di gestione dei rapporti tra interessi economici e amministrazione.

Comitati di frazione e di zona. Se le Assemblee rappresentano la dimensione collettiva della partecipazione popolare, i Comitati dovranno rappresentare quella permanente. Essi avranno il compito di seguire lo stato di attuazione delle richieste fatte dai cittadini ed eventualmente riferire, potranno portare nuove richieste e dovranno preparare i dibattiti assembleari. “Decido anch’io” In merito al Bilancio il processo partecipativo si comporrà di due momenti fondamentali, corrispondenti ad altrettanti cicli di assemblee: “gli amministratori ascoltano i cittadini” e “decido anch’io”. Nella prima fase la Giunta raccoglie tutte le richieste d’intervento fatte dai cittadini impegnandosi, prima dell’inizio della seconda fase, a razionalizzarle in tre settori distinti: 1) Segnalazioni: Interventi che riguardano l’ordinaria amministrazione, interventi di piccola entità che l’amministrazione non ha realizzato perché impossibilitata o non informata. 2) Interventi di frazione o di zona: Interventi sui quali il potere decisionale è decisivo e la realizzazione di una richiesta può escluderne un’altra; opere che prevedono una spesa di media entità e che per questo sono sottoposte ad una scelta da parte della base popolare. Saranno riportate in apposite schede che saranno consegnate nel secondo ciclo assembleare dove i cittadini potranno esprimere la loro preferenza. La Giunta si impegnerà a realizzare quella più richiesta all’interno di ogni assemblea. 3) Interventi cittadini: Richieste che riguardano tutto il Comune, “macro-interventi” che impegnano il Bilancio in modo importante. Anche in questo caso le richieste verranno portate su delle schede dove i cittadini esprimeranno la propria preferenza. Per questi interventi la Giunta si impegnerà nella realizzazione in funzione delle risorse disponibili ma considererà questo strumento come un orientamento per lo sviluppo condiviso del territorio comunale. La seconda fase, “decido anch’io”, che si svolgerà immediatamente prima della stesura del Bilancio, vedrà i cittadini ancora più protagonisti in quanto: il Sindaco renderà conto delle risposte degli uffici tecnici riguardo alle segnalazioni espresse 44 nell’Assemblea precedente; esprimeranno la preferenza sugli interventi di frazione o di zona: l’intervento più richiesto sarà realizzato entro l’anno; esprimeranno la preferenza sugli interventi cittadini.

Il sistema economico-sociale locale

Il futuro del nostro territorio, le prospettive, gli obiettivi e i traguardi debbono essere pensati nel contesto più generale della zona del Mugello. Una zona in cui le scelte del passato hanno messo in luce tutte le contraddizioni di un modello di sviluppo basato su una concezione prettamente economicistica del termine, in base alla quale il territorio e le risorse ambientali sono divenuti strumenti funzionali alla “crescita” intesa come creazione di profitto. Poiché il funzionamento del sistema economico attuale dipende da risorse non rinnovabili e quindi esauribili il mito della crescita continua mostra evidenti i suoi limiti. Ciò impone di riequilibrare l’ossessione della produzione con la consapevolezza delle necessità di riproduzione, di rigenerazione, di cura delle persone, delle relazioni, dei contesti, dell’ambiente. Si tratta di riscoprire il senso dei beni comuni, dei beni relazionali, sperimentare nuove forme di condivisione, praticare un consumo sociale, una condivisione più profonda. Abbiamo fiducia nella possibilità di istituire una società che metta al centro le persone e le relazioni e non le merci e gli scambi economici e che rivaluti l’importanza dei beni immateriali su quelli materiali. Che valorizzi modi di relazione antiutilitaristici e non strumentali e che sappia dare spazio alla solidarietà e al bene comune, piuttosto che all’interesse privato. Che valorizzi l’ambiente naturale, e le altre forme viventi, per la loro importanza oggettiva e non solo in termini strumentali. Ciò che proponiamo come principio generale è un ripensamento sul modello di società da perseguire che si basi sulla preminenza della qualità della vita sulla qualità dei consumi, sul soddisfacimento dei bisogni fondamentali, sul rispetto dei principi di equità, democrazia partecipativa, rispetto dei diritti umani e delle differenze. Un ripensamento da considerare come traguardo di prospettiva, come risposta ad un pensiero unico e dominante, quello neoliberista, che palesa attraverso la crisi che esso stesso ha generato, al tempo stesso i suoi limiti e la necessità di trovare modelli alternativi. L’attuale crisi economica e finanziaria è stata preceduta da una situazione del sistema economico locale caratterizzata da evidenti segnali di fragilità: pur essendo una zona a chiara vocazione rurale ed ambientalistica, l’agricoltura ha conosciuto una contrazione (nel numero di aziende e nella superficie utilizzata), il turismo di lungo periodo ha risentito della crisi generale. La crisi economica poi, determinando una contrazione degli investimenti e del mercato immobiliare, ha avuto effetti marcatamente negativi anche sull’edilizia. Lo sviluppo del settore ha trovato impulso nella presenza sul territorio delle imprese legate alle cosiddette grandi opere, imprese registrate in Mugello ma non appartenenti al tessuto produttivo locale, e comunque destinate ad esaurire la loro attività con la conclusione dei cantieri. Il trend di crescita che si è avuto in passato, è stato favorito dall’andamento delle costruzioni in abitazioni influenzato non certo da un aumento della ricchezza della popolazione quanto da una sorta di competizione tra alcuni comuni della zona che al fine di attrarre una maggiore quantità di nuovi residenti provenienti dall’area fiorentina (che lì mantengono le proprie attività lavorative e lì spostano la domanda di servizi) hanno di fatto imboccato una strada che rischia di alterare in modo definitivo il settore del commercio, la qualità della vita e l’equilibrio ambientale locale. Fattori peraltro già messi a dura prova negli anni da interventi infrastrutturali e insediativi, subiti troppo passivamente o in taluni casi avallati dalle amministrazioni locali, fortemente impattanti e con conseguenze destabilizzanti: l’AV che non ha portato niente a livello economico per il territorio ma che lo ha colpito duramente da un punto di vista ambientale (100 milioni di litri di acqua dispersa in dieci anni, sorgenti scomparse, torrenti prosciugati e inquinati). La Variante di Valico che ha già provocato problemi di intercettazione di falde e di inquinamento di siti. Ma anche l’Outlet di Barberino che doveva contribuire a risolvere i problemi occupazionali del territorio e che è diventato il tempio della precarietà, del contratto atipico, e del lavoro interinale. Che non doveva interferire con il commercio locale e che invece si stima lo faccia in negativo dando il colpo di grazia ad un settore già in crisi. Che doveva servire a promuovere il Mugello da un punto di vista turistico e si è rivelato nei fatti, come prevedibile, meta di turisti cosiddetti mordi e fuggi, catalizzatore di traffico veicolare consistente con pesanti conseguenze sulla mobilità e sull’inquinamento atmosferico. Alcune scelte e alcune dinamiche, quali l’aumento dei residenti, l’impatto delle grandi opere, le modifiche economiche, hanno eroso la coesione originaria del territorio e il patrimonio ambientale; il modello attuale di governo, decentrando a livello comunale le scelte urbanistiche e insediative, ha prodotto una frammentazione delle decisioni relative all’uso delle risorse e ha finito per produrre periferizzazione e per colpire la qualità della vita. Questo andamento evidenzia la necessità di perseguire un governo di ambito sovracomunale per preservare il carattere tipico di ruralità del territorio e ciò dovrà avvenire a nostro avviso partendo dalla presa d’atto che il modello di sviluppo fino ad oggi praticato, avendo influito su una perdita dell’identità territoriale che è proceduta di pari passo con l’allontanamento dalle sue vocazioni naturali, deve essere riconsiderato. Proponiamo che l’Unione Montana dei Comuni venga eretta a ente di coordinamento dello sviluppo territoriale, e ciò produrrà effetti positivi solo se essa intenderà orientare le proprie scelte verso nuovi indirizzi che puntino ad un recupero della sostenibilità, alla tutela e alla valorizzazione effettiva delle risorse ambientali, prima fra tutte proprio quel territorio sempre più ridotto a strumento accessorio di una crescita economica, quella perseguita negli ultimi anni, priva di prospettive. L’obiettivo di fondo dovrà essere quello di minimizzare lo spreco di territorio a fronte di pressioni infrastrutturali e abitative crescenti (se arriveranno), per contrastare i negativi effetti prodotti da un’urbanizzazione eccessiva, così come previsto dal piano strutturale intercomunale, per non determinare squilibri per l’inadeguatezza delle infrastrutture presenti nel paese e particolarmente nelle frazioni che hanno subito o un consistente aumento della popolazione residente (Sant’Agata, Campomigliaio, Gabbiano, Scaffaia, Tagliaferro, Marcoiano, Ponzalla…), dovremo porci l’obiettivo dell’adeguamento della viabilità, dell’illuminazione pubblica delle strade comunali in corrispondenza dei centri abitati (anche in considerazione della presenza di aree di raccolta della protezione civile), dell’estensione della metanizzazione, del cablaggio in fibra ottica e della rete di banda larga per la connettività ad Internet. Poiché per il Mugello la risorsa più importante è costituita dal valore naturalistico del suo territorio l’idea di sviluppo non potrà prescindere da una nuova relazione tra il settore economico e quello ecologico. La contraddizione più evidente dei modelli fino ad oggi perseguiti, a livello locale, si è manifestata con il perseguimento di una crescita economica che non ha esitato a ridurre il territorio in bene accessorio a disposizione, da usare e consumare, per produrre sviluppo trascurando il limite oggettivo dato dalla limitatezza delle risorse. Il perseguimento di un modello di sviluppo realmente sostenibile non potrà prescindere da indirizzi che favoriscano la crescita di settori potenzialmente prioritari per il futuro socio-economico della zona: primo fra tutti quello turistico, privilegiando il rafforzamento dell’agriturismo, importante per la conservazione del paesaggio e come mezzo di sviluppo della domanda di prodotti tipici, e del 46 turismo naturalistico e sentieristico, fondamentale per promuovere l’area di crinale nella quale l’Unione Montana dei Comuni gestisce una serie di complessi agricolo forestali da valorizzare e per i quali potrebbero essere previsti usi civici tali da contrastare l’abbandono del territorio. Un altro aspetto fondamentale è la tutela e la valorizzazione dei beni monumentali presenti nel nostro territorio. Siamo perciò contrari alla realizzazione del progetto Cafaggiolo, se questo comporta che il Castello Mediceo, che costituisce un’importante testimonianza storica ed un’attrazione turistica, venga deturpato e sottratto alla vista della popolazione. Anche la Fortezza di S. Martino rappresenta un punto di riferimento per la memoria storica del paese ed una potenziale risorsa come possibile elemento di attrazione turistica. Il progetto che prevedeva un utilizzo pubblico-privato della Fortezza non è decollato e nuovi progetti della proprietà dovranno comunque assicurare ampi margini per una fruibilità pubblica e sociale.

Attività produttive. Poiché il settore agricolo rappresenta una risorsa fondamentale le scelte e gli indirizzi futuri dovranno essere rivolti a contrastare una crisi che negli ultimi anni ha portato, per la mancanza di sbocchi commerciali dei prodotti, ad una riduzione notevole del numero delle aziende e della superficie utilizzata: ciò potrà essere realizzato investendo nello sviluppo delle filiere corte, mirando alla crescita delle produzioni biologiche e dei prodotti che possano avvalersi di marchi di qualità e tipicità, nell’ottica di un distretto biologico del mugello a 360°. Per l’industria, l’artigianato e il commercio si dovrà puntare alla specializzazione della aree produttive già esistenti o destinate, dotandole di servizi di punta (non solo strade e parcheggi, ma anche cablaggio, potenziamento delle infrastrutture ecc …) limitando il consumo di nuovo territorio e puntando di più sull’inserimento ambientale degli immobili e sulla eco-compatibilità delle produzioni, e su un’adeguata politica di sostegno ai centri commerciali naturali presenti in particolare nei nostri centri storici, con particolare attenzione al mantenimento e allo sviluppo dell’artigianato artistico tradizionale che è stato e sarà la roccaforte di una economia non inflazionabile in quanto rappresentativa di una cultura ben riconoscibile ed apprezzata internazionalmente, garantendone il futuro anche con l’istituzione di scuole e corsi di formazione.

Piano urbanistico

Proponiamo una netta distinzione tra insediamenti produttivi ed abitativi, con incentivi e disincentivi, per andare verso questa direzione. Altrettanti incentivi e disincentivi, saranno messi in campo per agevolare il recupero di edifici dismessi anzichè di nuove costruzioni. Visto poi che per l’adeguamento sismico della scuola materna di Scarperia, nella posizione in cui siamo i contributi non arriveranno immediatamente, ma potremmo usufruire invece di quelli per l’efficientamento energetico, pensiamo doveroso iniziare l’adeguamento sismico con fondi comunali, in attesa di quelli regionali, da farsi in contemporanea a quello energetico, con fondi già erogabili.