Ho avuto la fortuna di crescere insieme ai miei nonni. Questo mi ha permesso di avere un bagaglio di ricordi e di tempi molto lontani da quelli che sto vivendo. Ho impresse nella memoria le storie che mi venivano raccontate da nonna Rosa e nonno Giorgio.

Una di quelle ricordo in modo nitido è quella di quando mio nonno è stato deportato al campo di concentramento di Mauthausen, in Austria. Il campo di concentramento di Mauthausen fu costruito nel 1938, nell’omonima cittadina, vicino la città di Linz. Considerato impropriamente come semplice campo di lavoro, fu, in realtà, fra tutti i campi nazisti il solo campo classificato di “classe 3”, cioè come campo di punizione e annientamento attraverso il lavoro.

Il nonno Giorgio nasce il 19 novembre del 1927 a Razzuolo, inizia presto a lavorare come la maggior parte dei ragazzi a quei tempi, facendo lavori umili come il carbonaro o il boscaiolo. A 17 anni (nel 1944) le sue idee politiche lo portano in contatto con le formazioni partigiane che operavano sull’Appennino. Pur avendovi aderito non fa in tempo a entrare nella file della Resistenza. Qualche parola spifferata da chi conosceva le sue intenzioni e Giorgio  si ritrovò su un treno che lo avrebbe portato dritto in un campo di concentramento. La segnalazione ai nazifascisti era stata fatta proprio da un suo zio, che ovviamente non aveva le sue stesse idee.

Durante la sua permanenza al campo di concentramento di Mauthausen è stato testimone delle torture con cui i soldati tedeschi brutalizzavano i prigionieri. Tra queste rammentava spesso la decimazione. I tedeschi facevano mettere in fila i prigionieri e poi partendo dall’inizio e dalla fine della fila, i soldati contavano fino al decimo prigioniero e lo fucilavano.

Mio nonno mi ha sempre raccontato che è andato molto vicino a essere ammazzato: più di una volta si è ritrovato ad essere il nono, l’ottavo o l’undicesimo prigioniero della fila. Mi ha anche raccontato che gli altri prigionieri lo chiamavano “Bambino”, per via del fatto che era molto magro ed esile, e riusciva a passare tra le aperture delle assi delle baracche per andare a rubare il cibo e gli scarti di cibo che i soldati tedeschi buttavano via.

La sua permanenza nel campo di Mauthausen è durata circa 11 mesi. Riuscì a fuggire perché fu aiutato da un capitano tedesco che l’aveva preso in simpatia e che sicuramente si era reso conto della follia del regime nazista. Il viaggio verso Razzuolo durò più o meno un mese dato che se lo fece tutto a piedi.

Quando tornò a casa pesava circa 35 chili. Anche negli anni della vecchiaia è sempre rimasto molto magro e esile, forse proprio per questo motivo. Rimase segnato per sempre dall’esperienza; diceva che sarebbe voluto tornare a Mauthausen, ma non ne ha mai avuto il coraggio e il suo viaggio a Mauthausen del 1944 è rimasto l’unico. Non riusciva, a guardare un film ambientato negli anni delle guerre, per più di 20 minuti, perché le scene e i rumori lo riportavano a pensare a momenti terribili.

Morì nell’estate del 1999, a causa di un incidente stradale all’età di 72 anni.

Ricordi raccontati dalla nipote Cristina.