Bruciava il sole della mattina, già alto, e il profumo acre del fieno, tagliato da poco, si mischiava all’effluvio della mentuccia, quando il giovane Robert Marie, accompagnato dal becchino che aveva scavato la fossa, entrò nella cappellina dove, in mezzo, troneggiava un freddo tavolo di marmo su cui venne posta la semplice cassetta di zinco,  contenente le ossa, or ora esumate, dopo quaranta anni, dal quadrato destro (terza fossa da sinistra, seconda fila) del cimiterino di Cornacchiaia, piccolo come un fazzoletto, posto proprio a tre passi dalla chiesetta, verso la strada provinciale.

Quindi Robert Marie declinò le sue generalità, il suo grado di parentela con il de cuius affermando che “Il medesimo Signor Robert Marie…ha assistito etc etc” e che “lascia in consegna al sig… custode del cimitero di Cornacchiaia i resti esumati il giorno 16 giugno 2014, alle ore 11,20, antimeridiane, e che “verranno a sua volta, inumati nel loculo n.18 del lato sinistro del muro accanto alla cappella dello stesso cimitero il giorno 18 giugno 2014, come previsto da regolamento della polizia mortuaria…etc etc!

Il professor Eliseo Contini ripeteva tra sé e sé, la lezione sui Crepuscolari che, per quaranta anni era stata il suo “Cavallo di battaglia” e che, immancabilmente, teneva negli ultimi giorni di scuola..

Vi metteva tutta la sua passione nell’insegnamento e il buon seme cadeva in profondità, in un terreno assai  fertile, concimato con sempre nuova pazienza e amore e siglava quella sua lezione, come del resto anche le altre, dopo aver fatto un faticoso lavoro portando a conoscenza (esigeva che le poesie venissero imparate a memoria) dei giovani gli scritti degli autori di cui parlava… per cui, quando, ad esempio, a proposito di Gozzano, parlava della “Signorina Felicita” o di “Totò Merùmeni” gli alunni già conoscevano quei versi che tornavan loro alla mente.

Declamava il professor Contini il paesaggio crepuscolare:

 

Ivrea rivedo e la cerulea Dora

e quel dolce paese che non dico.

 

Poi quando, come seguisse un copione ormai scritto da quarant’anni, si fermava pensoso, gli studenti continuavano cantilenando:

 

Signorina Felicita è il tuo giorno.

A quest’ora che fai? Tosti il caffè:

e il buon aroma si diffonde intorno!

O cuci i lini e canti e pensi a me,

all’avvocato che non fa ritorno?

E l’avvocato è qui che pensa a te.

 

E questa partecipazione dei suoi alunni sembrava suonasse la carica e allora il Contini si gettava a capofitto:

Sì, stamane, come ogni anno, quella sui Crepuscolari sarà la sua ultima lezione. Ma questa volta, a differenza degli altri anni, sarà davvero la sua ultima lezione, dopo quarant’anni di sacrifici…la sua ultima lezione e poi…

Poi, finalmente sarà libero. Libero di dedicarsi ai suoi studi senza l’assillo giornaliero della scuola, la preparazione dei compiti e la loro correzione, gli scrutini, gli esami, le interrogazioni, i colloqui con i genitori, le deprimenti riunioni dei Collegi, le inconcludenti “Assemblee” ideologicizzate, le contestazioni…

In alcuni giorni, dopo cinque ore di lezione, tornava a casa stanco morto, dopo il pasto frugale, si metteva, nello studio, al suo tavolo, continuava il suo lavoro per quella sua “Storia del Genocidio vandeano” (ci lavorava su da trent’anni) e…. volava, volava via, lontano, sulle ali della fantasia, e tornava nel suo paese natìo, nella sua bella Firenzuola  – dove sognava di trascorrere, poi, gli anni della meritata pensione – in mezzo ai castagneti, per goderne l’ombra generosa , in mezzo ai pascoli attraversati da fiumi pescosi, all’ombra di querce secolari durante il giorno quando ti tenevano compagnia le cornacchie, su quelle montagne che imbiancavano a ottobre e rimanevano innevate fino a primavera inoltrata, quando la neve dimoiava e ingrossava i torrenti …e poi le veglie, dopo il suono della “campana del freddo”, davanti al fuoco della cucina della casa paterna…e di tante altre case…tra cui quella dell’amico Tito Casini , anch’egli, come lui, “montanino” , e che vergava i suoi scritti con la sua : “…bella e fresca prosa che sa di Trecento e di Mugello” come ebbe a scrivere Papini quando lo chiamò al “Frontespizio” a  “far la fronda” al Fascismo…quel Casini, coraggiosissimo, che, or ora, aveva pubblicato un suo scritto in difesa della antica liturgia e del latino dal titolo : “La Tunica stracciata” e che Contini aveva presentato a “Lo Sprone”.

Ma il suo sogno si sta avverando e lui tornerà nel suo Mugello…avrà tempo di dedicarsi alle sue battaglie in difesa della lingua latina che il l’iconoclastia conciliare aveva tolto dalla liturgia, mentre “politici dissennati” l’avevano tolto dall’insegnamento della scuola dell’obbligo.

Ora avrà tanto tempo a sua disposizione: la mattina non percorrerà più in autobus (l’undici o il diciassette) quel tragitto da viale dei Mille (viveva nell’attico di uno dei più bei palazzi di via Frusa, con la vecchia governante, di Palazzuolo sul Senio, da quando la sua adorata moglie Elisa era deceduta di parto tanti, tanti anni fa…) a via Martelli, alla fermata davanti alla Libreria “Marzocco” e al suo Liceo, il Galileo, nel quale, in quest’ultimo suo anno, avrebbe portato agli Esami di Maturità, dopo i due anni di Ginnasio e i tre di Liceo, la sua classe…ma lui sarebbe andato come Commissario a Venezia come Commissario esterno, a far gli esami al Collegio nautico “Morosini” dove, prima della fine dell’estate, avrebbe terminato i quarant’anni di carriera scolastica…e poi via, via per sempre dalla scuola…finalmente libero…

Ma giunto al momento tanto agognato il professor Contini non sentiva in cuore quella contentezza, quella voglia di vivere, quella gioia per la “libertà riconquistata”…o almeno non come avrebbe creduto.

Si avvia dunque, con la sua borsa di pelle, verso il portone del Galileo per la sua ultima lezione e, in quei pochi minuti, mille pensieri gli turbinano nella testa e sembrano riapparire davanti ai suoi occhi, come in una pellicola, tutti gli studenti, i vivi e i morti, ai quali, anno dopo anno, ha fatto quella sua ultima lezione…

Sì, oggi, per l’ultima volta, dopo quarant’anni, siederà alla cattedra – non farà l’appello perché è sicuro che, oggi, tutti saranno presenti – e inizierà subito a parlare anche per evitare discorsi d’addio che lo commuoverebbero, nonostante tanto abbia desiderato questo giorno.

Quando entra gli studenti sono tutti in piedi e, inaspettatamente, gli consegnano una scatoletta che lui cerca di aprire e, mentre scarta avidamente, con mani tremanti, alla fine tira fuori una targa d’argento con la scritta: “Al professor Eliseo Contini, Amico e Maestro, gli alunni della III C del Liceo “Galileo” – A.D. 1974 – Anna Balestri – Andrea Canetti …Renata Zanieri…”

C’erano tutti i “suoi” ragazzi anche il piccolo O.V. e l’altra, A.M., quei due che, a ogni pié sospinto avevano da ridire e contestavano il professor Contini, accusandolo di essere un “reazionario” … lui li aveva sopportati pazientemente perché “ormai – diceva – li sopporto perché, grazie a Dio, questo è il mio ultimo anno …poi basta con la scuola perché non è più essa, da quando è entrato il ‘seme dell’odio’ portato dai ‘cattivi maestri’ …Ringrazio Iddio di potermene andare…”

Ma oggi anche il nome dei due “contestatori” è inciso nella targa e sono lì, ora, che non lo guardano con ostilità…

E allora il Contini legge la dedica incisa sulla targa e, suo malgrado, si accorge – lui sempre così controllato e severo – di avere gli occhi umidi e cerca di schiarirsi la voce…e, per darsi un contegno, assai commosso, cerca di pensare a qualcosa: dove metterà quella targa d’argento?

Certamente sulla consolle, davanti alla sua scrivania, dove possa guardarla ogni qualvolta distolga la mente dai “leggiadri studi e le sudate carte” quegli studi a lui sì cari… oltre alla storia della Vandea Militare… il Poliziano e le sue “Stanze”, il Tasso e la sua “Gerusalemme liberata”, il Metastasio, il “Fanciullino” del Pascoli…

Asciugandosi il sudore, e con la voce suo malgrado tremante, dopo essersi assiso in cattedra, iniziò la sua ultima lezione …e quando, alla fine, arrivò, quasi come un saluto corale, lo scrosciante applauso dei suoi ragazzi, forse, per l’emozione, gli entrò in testa una sorta di ronzio…e gli parve che nel suo cervello si fosse liberato un bugno d’api…

Accompagnò, come aveva fatto da quarant’anni, i suoi ragazzi al portone e, muto, li salutò con gli occhi, mentre sciamavano.

Eccolo, finalmente, libero…, già, pensa il professor Eliseo Contini a tutto quello che avrà da fare: intanto – e lo pensava mentre stava salendo sull’undici che lo avrebbe portato a casa – oggi avrebbe scritto il suo “fondo” per il quotidiano svizzero “La Gazzetta Ticinese” e poi “limerà” il testo della sua conferenza sul canto gregoriano che terrà a “Lo Sprone” …. tra breve si trasferirà, come ogni estate, insieme alla sua governante, a Firenzuola e…

E, in questi pensieri, entrò in casa, – oggi era solo, Elsa aveva il suo giorno libero ed era andata a Scandicci, dalla sua nipote – e, meccanicamente entrò nello studio per riporre la borsa…quando uscì, e ancora sentiva in testa un brusio,, si sentì più affaticato del solito, quasi le gambe non lo reggevano…forse l’emozione e il primo caldo…si distende sul divano …si lasciò cadere sopra lentamente distendendosi. Intanto dalla finestra – non era stata tirata la tenda – entrava una bella luce abbagliante…quando fu disteso si accorse che doveva arrivare un temporale perché, a mano a mano, scompariva la luce del sole finché non fu buio…e allora il professor Eliseo Contini cercò di ricordare …ma in quel preciso momento non ricordò più niente…

 

Il ragazzo Robert Marie aveva ventidue anni ed era il figlio di un pronipote di Bianca Maria, la sorella di Eliseo Contini, che era andata in sposa, in Francia, al Barone de Vigny – letto il verbale della polizia mortuaria, firmò per esteso, Robert Marie de Vigny la Tour autorizzando l’inumazione …

Poi il giovane depose sulla cassetta, contenente i resti del prozio Eliseo Contini, un foulard blu con il Cuore della Vandea e i Gigli d’oro di Francia: “Mi raccomando – disse Robert Marie rivolto al becchino – quando metterà la cassetta nel loculo lasci sopra questa bandiera”.

E riguardò il marmo bianco sul quale aveva fatto incidere il nome dello zio con la data di nascita e quella della morte e sotto la scritta: “Sperai – Credetti – Vedo”

Erano le ultime tre parole di una poesia di Louis Veuillot, l’autore francese tanto caro sia allo zio che al pronipote.

PUCCI CIPRIANI