Riflessioni sulla vita contadina

Di Fabrizio Boni, Vicchio

 

 

Quando ero piccolo c’era tutto un mondo intorno, fatto di tante persone che lavoravano nei campi. Uomini e donne senza distinzione di sesso facevano gli stessi lavori agricoli, tutti i giorni dall’alba al tramonto per tutto l’anno. Vi erano brevi periodi di riposo solo per le donne quando dovevano accudire i nascituri.

Esisteva una bella e sana collaborazione tra le persone, anche tra famiglie diverse, che si riunivano quando c’era bisogno di aiuto, per esempio in determinati periodi come d’Estate in occasione della trebbiatura, o nel primo Autunno durante la vendemmia. Così si formavano gruppi di lavoro molto numerosi, che mangiavano tutti assieme in grandi tavolate, un mangiare  tipico a secondo delle stagioni, ad esempio il papero in brodo d’Estate e la polenta d’Autunno.

A volte i capi famiglia dormivano pure fuori casa, senza cioè ritornare alle proprie abitazioni alla fine della giornata, primo perché non possedevano mezzi di trasporto, (tranne qualche bicicletta), secondo, perché nei momenti cruciali dei raccolti, le giornate di lavoro andavano proprio dall’alba al tramonto e non si doveva sprecare del tempo prezioso.

Durante il giorno si riposavano soltanto poche ore, di solito dopo il pasto di “mezzogiorno” quando in Estate la temperatura diventava insopportabile.

Con la luna piena sempre d’Estate, i lavori nei campi proseguivano anche la sera dopo cena e i miei ricordi sono molto nitidi, perché si riferiscono ai tempi della mietitura del grano, quando da bambini uscivamo la sera per catturare le lucciole, che brillavano in moltitudine nei campi di frumento, e dove incontravi appunto anche i contadini che raccoglievano quello mietuto durante la giornata.

Nelle mia terra in provincia di Firenze, più precisamente nel Mugello, negli anni 60′ il grano non era più tagliato e legato a mano, ma era iniziata la meccanizzazione, ovvero  la lavorazione era eseguita tramite l’impiego di una motofalciatrice chiamata “mietilega” che mieteva e legava automaticamente i fasci di spighe in mazzi cosiddetti “manatelli” o manatelle, con una specie di filo di spago.

Gli stessi venivano poi ammassati in un secondo momento per ricavare dei mucchi chiamati “serque”, o “covi/covoni” ; le “serque” si chiamavano così perché erano formati proprio da 12 “manatelli” più il 13° all’apice, mentre i “covi o covoni” erano dei fasci più grossi di spighe legate assieme.

Il lavoro dell’ammassamento era fatto a regola d’arte, ovvero con la parte delle spighe rivolte verso l’interno dei mucchi, in modo da proteggere il grano dai temporali estivi e nell’attesa di essere trasportato a destino cioè nelle “aie” dei poderi, dove venivano formati dei mucchi molto grandi chiamati “barche”.

Nella “barca” poteva essere concentrato il raccolto di più poderi, e il sito era scelto con accuratezza poiché doveva ospitare la “piazzatura” della macchina trebbiatrice.

Il convoglio della trebbiatrice in genere era formato da tre mezzi in linea: il trattore, la trebbiatrice e la pressa.

Il trattore  a ruote o a cingoli da fermo, tramite una lunga e grossa cinghia piatta in gergo “cignone”, trasmetteva il moto alla trebbiatrice, nella quale attraverso un trasportatore (alcune trebbiatrici ne erano prive) venivano introdotti i “manatelli” di grano sciolti al momento, che poi erano frantumati da organi in movimento chiamati “battitore”  e “scuotitore” .

Il grano erano convogliato da un lato su appositi vagli che servivano a eliminarne le impurità, (involucri dei semi “pula”, steli delle spighe, ecc.), mentre la paglia andava in senso opposto all’interno della trebbiatrice, per finire nella pressa, che azionata sempre da grosse cinghie di trasmissione, con un particolare meccanismo ad elevazione e ricaduta procedeva alla formazione delle presse di paglia.

Le presse erano a forma di parallelepipedo rettangolare con delle legature in senso longitudinale eseguite col filo di ferro; i fili di ferro di circa 3 m. di lunghezza, venivano introdotti in punti precisi con l’ausilio di particolari attrezzi chiamati “aghi”.

Questi erano spinti di fianco per attraversare da parte a parte in un punto preciso la sezione della  pressa, mentre, tramite dei canali esistenti sugli aghi stessi venivano introdotti i fili.

Tali operazioni erano eseguite da persone molto esperte, le quali dovevano moderare la quantità di paglia necessaria alla formazione delle singole presse di paglia.

Il grano usciva pulito dalla “coda” della “trebbia” pronto per essere insaccato, dall’estremità opposta del sistema, invece uscivano le presse di paglia che poi erano accatastate in modo accurato, fino a formare il pagliaio (nel Mugello la chiamavano “la pagliaia”, che poteva contare anche fino a 1000 presse).

Occorre fare un passo indietro nel resoconto di questa  immane attività, per chiarire un punto importante nella catena di lavoro, cioè come avveniva la produzione dei fili per la legatura delle presse di paglia.

Questa fase era svolta in genere dai ragazzi, o dai più giovani del “circo”; loro prendevano il filo di ferro ricotto, cioè quello molto duttile, da una matassa di grosse dimensioni, lo stesso veniva poi teso per mezzo di un’attrezzatura chiamata “capra” dove con una manovella  ad un’estremità era attorcigliato in modo da ottenere una specie di cappio stabile, e dall’altra era tranciato a lunghezza fissa con una specie pinza a ghigliottina.

Ho voluto soffermarmi sulla trebbiatura (dalle mie parti si chiamava anche “battitura”) essenzialmente per due motivi: il primo perché tale faccenda era per “noi giovani” il momento dell’anno più atteso, cioè l’aspettativa di vedere all’opera delle macchine così complesse, creava tanta frenesia e una grande attrazione, e perché come ho spiegato sopra, pure ai più giovani venivano assegnati dei compiti, vedi giusto la produzione dei fili per la legatura delle presse, cioè ognuno doveva fare qualcosa con grande responsabilità; in secondo luogo perché mio padre (che ora non c’è più), da operaio agricolo di una grossa fattoria del Mugello, ha svolto per anni il lavoro della trebbiatura proprio come macchinista di quei mezzi di cui in precedenza ho cercato di spiegare in modo semplice il funzionamento.

All’epoca ho seguito spesso mio padre durante le campagne estive e pur essendo soltanto un bambino delle elementari ho fatto tesoro di quel meraviglioso mondo, l’avere cioè accumulato un bagaglio di ricordi così importanti, mi rende veramente entusiasta e ne vado fiero.

In quella gente che lavorava nei campi c’era un’armonia meravigliosa e del tutto infrangibile, cioè era molto difficile che si generassero conflitti o si perpetrassero rancori malvagi, anzi, le famiglie si imparentavano tra di loro allargandosi  ulteriormente.

In certi casi erano le necessità di tipo economico che legavano le famiglie dove la miseria era spietata, cioè con gli apparentamenti si cercava di migliorare la situazione dei nuclei familiari; due braccia in più erano sempre bene accolte, inoltre se nascevano dei figli, questi erano considerati come la “manna dal cielo”, perché grazie a loro, i coloni in determinati periodi potevano contare sugli incentivi fiscali, mentre in altri tempi, il figlio unico di sesso maschile era esonerato anche dal sevizio militare.

In merito all’età, era normale trovare dei ragazzi di 10-12 anni che lavoravano nei campi insieme agli adulti, magari più vicini ai nonni che avevano un po’ più di pazienza e disponibilità verso i nipoti.

Gli anziani tenevano molto ai giovani, ai quali intendevano tramandare i trucchi del “mestiere”, come per esempio l’eseguire una “nesta”, cioè come ricavare una pianta da frutto “domestica” da una agreste, inserendo dei rampolli di una pianta che produceva frutti buoni, in un’altra infruttuosa.

Ma generalmente ai ragazzi toccava accudire gli animali, sia quelli da cortile (pollame vario) che quelli da pascolo, come le mucche i maiali, le pecore, le capre, ecc, ecc.

Tali erano le necessità della struttura sociale italiana di un tempo in cui purtroppo ai giovani era molto limitata la possibilità di frequentare anche le scuole, sia pure quelle dell’obbligo; le cifre riportano che alla data dell’Unità d’Italia, l’80% della popolazione nazionale che contava 22-milioni di abitanti, era dedita all’agricoltura, con una media generale dell’analfabetismo che si aggirava intorno al 70%.

Questo lavoro svolto da tanta gente nel passato, in genere era chiamato “mezzadria”, cioè un sistema colonico in cui  i contadini come abitatori dei contadi (un tempo erano i possedimenti e i domini dei conti) e loro coltivatori di  appezzamenti di terreni agricoli, dividevano a metà con i proprietari i propri raccolti.

A partire dall’inizio del XIX° secolo ma anche nella prima metà del XX°, in Italia era molto diffuso anche il lavoro del “bracciante agricolo”, che si riferiva a un operaio che prestava le sue braccia come forza lavoro, in cambio di una retribuzione in denaro, o in natura, alle dipendenze dei proprietari terrieri, cioè dei grandi latifondisti.

Quanto detto fino ad ora è solo una premessa per introdurre il vero argomento su cui riflettere e cioè “la vita nei campi che non si scrive più”.

Quello che una volta era un tema molto importante per la letteratura italiana, oggi dove nonostante il progresso puoi trovare ancora attinenza, visto che in certe zone d’Italia alcune persone stanno ridedicandosi ai lavori rurali, con un vero e proprio ritorno al passato, la cultura ha grosse difficoltà d’analisi per ciò che riguarda tali scelte di vita e nella riscrittura di quel mondo in modo realistico.

Di seguito farò una brevissima sintesi del mondo letterario italiano,  per raccontare quello che è stato il rapporto della nostra cultura con la civiltà contadina a partire dall’Unità d’Italia, riproponendo in larga parte un interessante editoriale apparso tempo indietro su un quotidiano nazionale e per questo faccio i miei elogi al  direttore di quel giornale.

All’inizio c’è il Naturalismo del Verismo dell’800, con due grandi simboli, cioè Capuana e Verga, i quali nelle loro opere affrontavano la realtà contadina con la capacità di andare al sodo, cioè con durezza nel rappresentare nel modo più reale possibile determinate situazioni, escludendo ogni tipo di pietismo ed ogni forma di trattazione paternalistica, come è accaduto invece in momenti successivi.

Di questa scuola che ha raccontato la vita contadina in modo omogeneo a livello regionale/nazionale nella sua asprezza più assoluta, sopratutto quella vissuta dalle donne anche bambine, bisogna citare Grazia Deledda in “Sardegna”, Matilde Serao in “Campania” e Caterina Percoto in “Friuli”.

Ovviamente, ci sono altre narrazioni “regionali” di quel periodo come le famose “Novelle della Pescara”, di Gabriele d’Annunzio, senza dimenticare gli autori toscani come Federico Tozzi e Carlo Collodi.

Tozzi come ultimo grande scrittore del naturalismo, è stato capace di raccontare con sapienza la miseria della vita, sia fisica che morale delle persone, poi ha avuto come riferimento una scrittore esemplare di grande incidenza sul modo di raccontare il mondo contadino, cioè Carlo Collodi con “Pinocchio”.

In “Pinocchio” pur essendo un racconto che si svolge in un paese tipico di montagna dell’Appennino centrale, è rappresentata la struttura culturale-sociale di quei tempi, che non cambia in tutt’Italia cioè che va da Nord a Sud, dalla Lombardia alla Calabria, dove ci sono i contadini, i padroni che in genere posseggono molti terreni e nel mezzo a far da ponte tra campagna e città, ci sono gli artigiani.

Su quest’assetto della civiltà contadina che dominava in Italia hanno lavorato in tanti, tra tutti bisogna citare il  grande Fellini con il suo altrettanto grande “Amarcord”, mentre Cesare Pavese nel suo romanzo “Paesi tuoi” ha introdotto il concetto delle piccola proprietà contadina in Piemonte negli anni 30′-40′; lo stesso concetto vale se si legge “La malora” e altri testi di Beppe Fenoglio.

In sostanza a raccontare la campagna sono però sempre quelli che hanno potuto studiare, cioè i borghesi e non i contadini, come pure le storie che hanno riguardato lo spopolamento delle campagne con le fughe di un popolo verso le industrie delle città, in virtù dei primi grandi cambiamenti determinati dal miracolo economico del secondo dopoguerra.

Chi ha ridato invece una sorta di centralità a livello ideologico al mondo contadino, sia pure a livello molto propagandistico, è stato il fascismo, poiché Mussolini aveva paura dello spostamento di massa verso le città da parte dei contadini, determinato dalle loro misere condizioni di vita.

Infatti il fascismo raccontò i contadini nella chiave di un’idealizzazione della vita nei campi; il testo più significativo per comprendere il rapporto campagna-città è forse la sceneggiata napoletana “Zappatore”, riportata in auge negli anni 70′ da Merola, riprendendo una produzione proprio degli anni 20′, poco dopo la I^ Guerra Mondiale.

Tale opera rappresentava in modo esemplare il rapporto campagna-città, con oltretutto un fatto abbastanza curioso, in cui cioè Napoli era considerata la “capitale del Sud”.

C’è stato poi un artista pugliese quasi sconosciuto di nome Matteo Salvatore che era un cantautore semi-analfabeta, reduce della II^ Guerra Mondiale, il quale suonava la chitarra e aveva imparato a cantare in napoletano.

Egli era emigrato per tentare la fortuna, così un giorno mentre stava facendo il posteggiatore nella capitale davanti ai ristoranti di Trastevere, lo scoprì il regista De Santis (quello di Riso amaro), il quale stava preparando un film sulle lotte dei contadini pugliesi dal titolo “Noi che facciamo crescere il grano”.

Il regista gli diede dei soldi e un registratore, invitandolo a tornare nella sua terra a raccogliere dei canti popolari da poter utilizzare nel suo film, ma Salvatore tornato in Puglia di canti ne trovò ben pochi, quindi decise di scriverne alcuni lui stesso.

In sostanza ha composto circa 150 ballate, ispirandosi a tutti gli aspetti della vita contadina, e dandoci una chiara rappresentazione di ciò che è stato il mondo del lavoro meridionale.

Quanto sopra non vuole essere una riflessione scientifica sull’argomento di cui abbiamo reso conto, sono convinto però che per scrivere una nuova narrazione, oggi sia necessario uscire dagli schemi ed affrontare un’altra verità.

Per finire voglio proporre di seguito una bella poesia dal titolo “C’era una volta e ora non c’è più” scritta da mia moglie Gabriella in ricordo di quando ella era solo una bambina e viveva in campagna:

 

C’era una volta e ora non c’è più;

una bambola di pezza tanto attesa,

in una scatola a testa in giù.

La grande casa nella prateria con tante forme di vita,

era una vecchia fattoria.

C’era un uomo sull’uscio di casa con la zappa,

che si riposava mentre fumava

e un cane rosso che abbaiava ad ognuno che arrivava

e poi una donna vicino a un pozzo molti panni lavava.

C’era una volta e ora non c’è più;

appesa ad un albero una vecchia gabbia con dentro un uccellino che faceva il suo canto,

forse il richiamo per la compagna scomparsa non da tanto.

All’ombra di grandi alberi di noci un tavolino,

dove le sere d’estate riuniti per un delizioso spuntino,

tra amici e parenti ci scambiavamo opinioni e commenti,

poi giù tante risate tutti contenti.

C’era una volta e ora non c’è più;

il momento più toccante era verso la fine di Dicembre,

quando tutti riuniti di fronte al focolare aspettavamo il Natale.

Mentre noi bimbi col cuore struggente,

davanti a un grande ginepro piantato in un vaso ornamentale addobbato di palline di vetro colorato,

candeline di cera e tanti fili d’oro d’argento,

a festeggiare il grande evento.                                    

Il magico Natale era il momento fatale,

perché a gloria noi bambini aspettavamo un piccolo dono,

da un povero ma buono Babbo Natale.

C’era una volta e ora non c’è più,

oggi c’è tutto ed anche di più,

quello che manca è la felicità di un tempo,

perché il poco che c’era,

era condiviso da tutti ogni momento.