Recita un proverbio :”Febbraio, febbraiuccio corto e cattivuccio” a cui fa seguito : “Marzo pazzerello, esce il sole, prendi l’ombrello” oppure: “neve marzolina, dalla sera alla mattina”…insomma un mese “cangiante” che vede, in successione, la pioggerillina di marzo “che picchia argentina sui tegoli vecchi del tetto, / sui bruscoli secchi dell’orto/ sul fico, sul moro, ornato di gemmule d’oro…” , le ultime nevi che precedono la primavera, il solicello che saluta le primule e le violette, tra le aride foglie che “al ceppo della quercia agita il vento” per cui si respira una “dolce aria che scioglie le dure zolle / e visita le chiese di campagna ch’erbose hanno le soglie…”

Ecco perché c’era (e c’è tuttavia) la credenza che le persone nate in questo mese siano considerate “strane” o “capricciose”….io non son nato in marzo ma, siccome non festeggio il compleanno, ma l’onomastico, allora il 19 marzo, festività di San Giuseppe, il mio Santo, si fa festa grande…

Giuseppe è dunque il mio nome di battesimo : nel bombardamento di Borgo del 1944 morì un mio cugino, il povero “Beppino” – come si diceva nel lessico familiare- figlio di una sorella del babbo  : fu riconosciuto dal sarto perché indossava il vestito che gli aveva cucito poco prima. In casa ero il più piccolo, quindi il più “viziato” e “capriccioso” e, come si diceva un tempo, il “coccolino” del babbo e della mamma e, soprattutto, della nonna paterna e della zia che abitavano con noi e così son sempre stato chiamato con il vezzeggiativo “Pucci” – la maestra addirittura edulcorava il “Pucci” con “Puccino” o “Pulcino” – e non solo in casa….

“Passano gli anni, passano e si muore…” scriveva Ada Negri in una delle sue belle poesie…e, se non si muore, ci si avvicina fatalmente a quell’ora e si cercano dei punti di riferimento;  mi sovviene della scuola dei salesiani e degli “esercizi della buona morte”, che si facevano in chiesa all’inizio di ogni mese, quando don Aleardo Gambaro ci diceva: “Pregate San Giuseppe che vi sia vicino al momento del trapasso!”.

E questo accadeva tanti, tanti, tantissimi anni fa, quando (vi sembrerà impossibile!) si andava in chiesa anche per pregare…

Un Santo importante San Giuseppe, l’unica persona creata che Gesù, un Dio, abbia chiamato “padre”, papà, babbo, un Santo che fu il “castissimo sposo” della Vergine Maria, la Madre di Dio, il capo della Sacra Famiglia, umana e divina…e quando saremo “richiamati” (e nessuno può sapere né il momento né l’ora) avremo bisogno di un protettore per andare in Cielo…e così capisco quelle pratiche che ci facevano fare i padri salesiani dell’oratorio di Borgo San Lorenzo per impetrare l’aiuto nell’agonia e le grazie dal custode della Sacra Famiglia : “Il Sacro Manto in onore del Patriarca Giuseppe”

Santo di “Prima classe” dunque San Giuseppe tanto che quando ci si rivolgeva alla SS. Trinità perché ci facesse “salire in cielo”, lo si faceva invocando : “i meriti di San Giuseppe”, (Nobis, Summa Trias, parce precantibus,/ Da Joseph meritis sidere scandere…) ma questa sua importanza non bastò per fermare la mannaia di un Presidente del Consiglio cattolico  che, in un sol colpo, in nome del troppo “benessere” del “popolo lavoratore” che, a suo dire e pensare, lavorava poco e si riposava troppo, tolse tutte le festività (religiose): San Pietro e Paolo, Corpus Domini, l’Epifania, Ascensione e, naturalmente, la solennità di San Giuseppe…insomma “Bisognava aggiornarsi”, per cui il penitenziere del Duomo di Firenze Mons. Giuseppe Vignini, durante un suo Quaresimale a Borgo San Lorenzo, lesse una sua composizione poetica (ne conservo ancora copia) proprio su l‘aggiornamento e il ritorno alle origini, che, tra l’altro recitava

Oggigiorno trionfa il pantalone

per gli uomini le donne e le donnine

i preti sono in brache ed in maglione

e presto li vedremo in mutandine.

Siam quasi giunti a ciò che si voleva:

esser vestiti come Adamo ed Eva.

Ma, e il caro Mons. Vignini dal Cielo dov’è andato da tempo, non me ne vorrà, la festa di San Giuseppe a Borgo (e non soltanto a Borgo) era famosa soprattutto per le frittelle : San Giuseppe frittellaio, appunto.

E quando la mattina della festa ti alzavi  per andare a Messa in Pieve e a comprare “La Nazione” per il babbo, sentivi, al ritorno, quell’odore acuto e buono di fritto che, davvero faceva e fa tuttavia venir proprio l’acquolina in bocca, perché ,in ogni casa, allora, si friggevano, in onore del padre putativo d Gesù, le frittelle…e noi sognavamo il pranzo di mezzogiorno con le tagliatelle (i “maccheroni”) fatti in casa con il sugo di budelline e la “cipolla” del pollo insieme alla carne macinata, poi il pollo arrosto (allora si mangiava solo i giorni di festa) e infine le frittelle di riso, o di mela (la mela a fettine cotta nella pastella) e di semolino…con l’uvetta.

Bambino, domandavo alla nonna- ed erano gli Anni Cinquanta – il perché della tradizione delle “frittelle” per San Giuseppe, ma lei, così esperta in tradizioni religiose, non mi sapeva rispondere, ci rimaneva male, e borbottava: “Si fanno in onore del Santo”…ma per la leggenda (sottolineo “leggenda” e non “pia tradizione”) San Giuseppe, durante la sua fuga in Egitto, non potendo esercitare il suo mestiere, ovvero il falegname,e, trovandosi in ristrettezze, si sarebbe messo a fare e a vender frittelle…beata fantasia!

Se i giovani d’oggi volessero la ricetta delle frittelle di San Giuseppe non dovrebbero domadarla alla mamma e, forse, nemmeno alla nonna, ma, semmai alla bis o tris nonna…oggi le frittelle non si fanno più in casa, ci mancherebbe, si acquistano (e non solo per San Giuseppe ma, praticamente, per tutto l’anno) nelle pasticcerie borghigiane, peraltro rinomatissime : il Valecchi, Pallino, Paolo del Bar Italia (ma noi lo chiamiamo ancora “I’ Vaticano” ) Cesarino, il Bencini oppure, con pochi “eurini”, al Forno del Viliani o dalla Giulietta..Eppure la ricetta delle frittelle di riso per San Giuseppe viena da lontano, da molto lontano ed è ben descritta nel libro : “Libro de arte coquinaria”  di Maestro Martino de’ Rossi che scrive:

“Fa cocere il riso molto bene ne lo lacte, et cavandolo fora per farne frittelle (…) tonde con mano overo in quale altra forma ti piace, mettendole a frigere in bono strutto o botiro, overo in bono olio, excepto che non gli hai a mettere né caso (cacio n.p.c) né altro lacte” (Cfr Maestro Martino de’ Rossi in “Libro de arte coquinaria” Cap.V – Per ogni frictella – )

E per chi non lo sapesse Maestro Martino de’ Rossi da Como fu un famosissimo cuoco,anzi, “il “Principe dei cuochi” che visse a fine XV Secolo – 1430 ca – e fu anche al servizio di importanti Patrizi dell’epoca.

Ma, principe o non principe, se darete questa ricetta alle vostre mogli, pregandole di farvi le frittelle, un “accidente” non ve lo leverà nessuno…e se avrete voglia delle frittelle dovrete andare a comprarle dalla Carla a “I’ Vaticano” nel Corso….o al Forno di Francesco Viliani, insieme ai “cenci” e al panin di ramerino con lo zibibbo.

Anche nel mio “Natìo Borgo selvaggio”  molte cose son cambiate e negli “anni Sessanta” anche da noi la festa di San Giuseppe divenne la “Festa del papà” dopo che già ai primi del Novecento, in America, si festeggiava la “festa (laica)del papà” e, a maggio, quella della mamma. Un po’ alla volta quella festa americaneggiante ben si sposò con la tradizione cristiana, poi, con il Sessantotto e le nuove teorie del gender anche la “Festa del papà” è passata, come, del resto la figura del padre. Invece sarebbe bene riprendere la tradizione laico-cristiana della festa del papà…anzi, siccome siamo in Toscana e i francesismi (papà etc) ci fanno ridere : “La Festa di’ babbo”, riscoprendo la bella figura paterna, importantissima, come ci assicura lo studioso fiorentino Armando Ermini: “L’assenza del padre indebolisce la costellazione dei valori che orientano la vita della comunità (Ferliga,2010)”  perché : “la figura di riferimento dei valori collettivi è, archetipicamente, il padre. Il depotenziamento del principio archetipico a lui relativo va di pari passo con l’affievolirsi dei valori in cui la collettivitò si identifica…(Meroni 2008)”

(Cfr. Armando Ermini : “La Questione maschile oggi” – Ed. Settecolori 2014)

Ricordo, sempre nel mese di marzo, San Tommaso d’Aquino, il protettore degli studenti e noi, andavamo a pregarlo a fine anno scolastico, prima degli scrutini o degli esami…e sembrava che San Tommaso fosse ostile a noi studenti e non intercedesse abbastanza. Solo tardi capimmo che, invece che agli ultimi giorni di scuola, quando lo pregavamo per la promozione, dovevamo andare a pregarlo i primi giorni…perché ci facesse la grazia di darci la voglia di studiare durante l’anno.

A scuola la maestra ci ricordava : “Per San Benedetto la rondine sotto il tetto”…per dirci che, finalmente, si entrava – seppur cronologicamente – nella primavera ; San Benedetto era (e grazie a Dio rimane)  il “padre” della riforma del monachesimo e a lui si deve la regola “Ora et Labora”. Paolo VI lo proclamò Patrono d’Europa; ma negli anni Settanta, anche San Benedetto lasciò le rondini e divenne un Santo estivo, perché – dissero i novatori – la sua solennità (morì il 21 marzo tra il 547 e il 549, e quindi la sua “nascita al cielo” avviene proprio in quel giorno) disturbava, in quanto cadeva nella Quaresima. Per cui si mise come “dies natalis” l’11 di luglio data – dissero sempre i novatori – della traslazione della sua salma, nel 664, nell’abbazia di Fleury ….data per altro contestata da Alfredo Cattabiani (e da quasi tutti gli studiosi) nel suo celeberrimo: “Santi d’Italia”…e sempre il nostro Mons. Giuseppe Vignini, poteva, con sagace sottigliezza, commentare:

Anche il buon San Benedetto

ha dovuto traslocare,

non può star più sotto il tetto

le sue rondini a guardare.

 

Perché in seguito al subbuglio

nel rimpasto generale

l’han cacciato in pieno luglio

là nel mezzo alle cicale. 

Anche nel mio Mugello (e parlo dei miei tempi) quelli marzolini,ovvero i giorni della Quaresima, eran tempi duri per i macellai; e, in molte trattorie, si metteva fuori il cartello, come per il venerdì : “Per tutta la Quaresima baccalà e ceci”, poi – come scrive il grande Carlo Lapucci – digiuno e cibo di stagione (oggi si direbbe a chilometro zero) cacio marzolino con il sapore delle prime erbe, chiocciole, i primi carciofi, l’anguilla….e, infine, i brigidini per la SS. Annunziata.

E in casa nostra la festività della SS. Annunziata era importante (Maria Annunziata la nonna materna) come era importante la festività dell’Assunzione(Maria Assunta la nonna paterna)…per tutta la vita la mamma, ogni anno, il 25 marzo, andava a Firenze alla SS.Annunziata  a confessarsi e a comunicarsi…poi negli ultimi anni di vita, impedita, chiedeva a me, alla vigilia della festa, in ricordo e “ad memoriam” della nonna, di  andare a fare la Comunione alla SS. Annunziata…quindi, guardandomi con un po’ di dolorosa delusione, proseguiva “….o almeno metti una candela”…cerco di rimediare oggi a quella mia trasgressione d’allora…

Pucci Cipriani