L’autunno “già lo sentimmo venire / nel vento d’agosto,/ nelle piogge di settembre / torrenziali e piangenti / e un brivido percorse la terra”. Eh, sì, la profondità dei versi del Cardarelli la sentiamo ora che siamo “a fine corsa” della nostra vita, ma da ragazzi no, l’autunno, per noi cominciava con l’inizio della scuola, ovvero il primo di ottobre…perché settembre non era altro che il prolungamento dell’estate. Sì, sui banchi di scuola, a ottobre, e andavamo a scuola – non dico quanti anni son trascorsi – con la cartella a tracolla e il grembiulino nero, pestando, durante il cammino, le foglie che, in abbondanza, cadevano dagli alberi lungo i viali… e la maestra faceva portare a ciascuno di noi proprio una foglia per la classificazione: lanceolata, aghiforme, lobata, composta…

Io sono ottobre

che faccio il vino,

vendemmio l’uva

e la pesto nel tino,

porto castagne e

tordi al villano,

ripongo il rospo

sotto il pantano.

Ecco Teresa

che porta le vanghe,

scuote San Luca

col vento le ghiande,

Crispino semina e

Santo Simone

coglie la nespola e

bacchia il marrone.

In campagna si vendemmiava, ma la schiacciata con l’uva si comprava da Francesco Viliani o da “Santi” nel corso e, poi, nella mia soffitta si attaccavano le “picce” dell’uva a essicare e, sulla paglia, le mele cotogne e anche le prime nespole a maturare per fare la marmellata e dalla “Gernandina” e dal Tattone si trovavano le giuggiole, i lupini, le olive sotto ranno . Lo zio Cecchino ci mandava i “pomi” (i diosperi) perché nel sottoscala della sua casa, nei Giardini, ne aveva una stanza piena, raccolti da un poderoso albero nel suo orto…. O ottobre il babbo, appassionato tartufaio, iniziava la ricerca dei tartufi e aveva due bravissimi cani barboni: Nilo e Reno…e non li teneva in casa, ma al cantiere perché – diceva – si glieli “sciupava”, distraendoli e sciupando loro l’olfatto con troppe ghiottonerie. E quanti tartufi: si mettevano anche sott’olio e si disfacevano e così si mangiava l’olio tartufato…lo zio Raoul ci mandava la cacciagione : tordi e allodole ma, talvolta, anche la lepre, e la zia cucinava i “Martinacci”, le grosse chiocciole, che uscivano dopo gli acquazzoni e , dopo esser state messe in purgo sotto il catino con la crusca, venivano messe direttamente in pentola nel soffritto caldo. Ottime… e come le rimpiango! Ma ottobre è anche il mese delle castagne che, allora, si potevano tranquillamente raccogliere nelle marronete… quella castagna a cui Tito Casini, il Virgilio cristiano, ha dedicato addirittura un libro: “E’ Lei (Maria che è stata posta da Dio in cima alla creazione n.p.c.) che nei ricci pone, oggi stesso, verginalmente, senza aprirli, i dolci frutti di cui faremo, col pane, il nostro primo alimento. Dono di cui pareva anche ringraziarla, iersera,a’ suoi primi versi l’antifona che le cantammo penultima: – Benedetta tu sia, dal Signore, o figlia di Sion,perché da Te ci viene il frutto di vita. – Frutto s’intende di vita eterna è Gesù Cristo, suo Figliolo; ma non disdice a quel del castagno, che porta del suo Figliolo e Dio e uomo quasi l’immagine: Dio nella partizione del frutto, che è quella delle Persone eterne(poiché ogni riccio contiene tre marroni) – uomo sulle spine e nella croce da cui il frutto stesso , quand’è il suo tempo, ci viene (…) L’ultima domenica di ottobre, fra il cader dei ricci dai castagni e il bollir delle uve nei tini, cade la festa di Cristo Re.I ricci con le spine e la croce, dicon la corona e lo scettro,; le uve, il regno…” (Cfr Tito Casini ne “I giorni del castagno” pagg.176 – 177 e pag. 231). Ma ci accorgevamo, all’improvviso dell’autunno, perché si faceva buio presto e, costretti in casa – fortunatamente non c’era ancora la scuola oppressiva “a tempo pieno” – la nonna ci faceva il croccante cuocendo lo zucchero in un tegamino e scodellandolo poi sul marmo della tavola della cucina su noci e pinoli… Si cenava presto e poi, dopo cena, era sempre la nonna che prendeva la sua corona e iniziava la recita del Santo Rosario: “Deus, in adiutorium intende” a cui rispondevamo “Domine in adiuvandum me festina”… sì perché era ottobre il mese dedicato alla Madonna del Rosario perché il 7 ottobre ricorre l’anniversario della Battaglia di Lepanto con la quale la Flotta Cristiana sconfisse la predominante flotta turca, salvando così l’Europa, anzi, la Cristianità, dall’invasione turca. Ci spiegava la maestra Ida Pini: “Al termine del pomeriggio del 7 ottobre 1571, mentre il pontefice San Pio V stava esaminando dei documenti insieme al Conte Bussotti: ‘Tutto d’un tratto, come mosso da un impulso irresistibile , si alzò e si accostò a una finestra fissando lo sguardo verso l’Oriente come estasiato; poi…con gli occhi brillanti di una luce divina: “Non occupiamoci più d’affari, andiamo a ringraziare iddio: la Flotta Cristiana ha ottenuto la vittoria ” e andò in cappella a pregare. La notizia della vittoria di Lepanto sarebbe avvenuta quindici giorni dopo. Il Senato Veneto fece porre nella Sala delle Adunanze la seguente lapide: “Non virtus, non arma, non duces, sed Maria Rosarii victores nos fecit” (Non il valore, non i comandanti, ma la Madonna del Rosario ci ha fatto vincitori.)” E, dopo il Rosario, non mancavano, appunto, le castagne, bollite o “ballotte”, oppure arrosto, cotte sul fuoco dopo averle “castrate” (ad ogni castagna un taglietto perché non scoppiasse) in una padella con dei fori… Infine il “migliaccio” o castagnaccio fatto con la farina di castagne (la “farina dolce”) e cotta in forno in una teglia, impastata con acqua, noci e pinoli. E poi c’erano dei Santi speciali ai quali erano legate delle usanze della “cultura contadina”: i Santi Crispino e Crispiniano (25 ottobre) erano i protettori dei ciabattini e in quel tempo si castravano galletti e gallettini per averli capponi per Natale, al quale mancano appena due mesi; il 28 ottobre cade la festività di San Giuda, patrono dei boscaioli e dei maestri d’ascia e di San Simone Apostolo e per San Simone il ventaglio si ripone… e la nespola; poi, per San Simone il galletto si fa cappone (se non si è capponato prima, il 25, per San Crispino).

Certo le tecniche con cui si capponavano i galletti e, forse, da qualche parte, si capponano ancora, o la ricetta per la cottura dei martinacci o dell’istrice,o il modo con cui si uccideva e si uccide tuttavia il maiale, non c’è da farseli sentir dire ora, in questo mondo dove si portano fuori i cani in carrozzina ma i bambini si spediscono al “nido” e dove si mandano i vecchi all’ospizio e si “libera”, così, la stanza per il cane. La cultura contadina aveva un rapporto diverso con gli animali e Pierino Calzolai mi raccontava ieri di un fatto accadutogli, allorché un contadino gli raccontò: “T’avessi visto quell’agnellino che lì, mi vienia dietro e mi rincorrea come un bambino, poi si fermava a guardammi…gli mancava solo la parola…l’altra sera si cosse e viense tenero come i’ buro.” A ottobre noi ragazzi delle elementari, per la “Festa degli Alberi”, venivamo incolonnati e portati al Bosco delle Fonti a mettere a dimora un alberello, dopo il saluto del sindaco e il discorso del dottor Maggioni…poi in classe la maestra ci faceva fare la “Cronaca”… A ottobre poi arrivava il tempo dei funghi e i cercatori di funghi, bugiardi come i cacciatori – oh che bellezza una commedia sulle bellezze della caccia di Giulio Bucciolini recitata dalla Filodrammatica di Borgo: “Settantasette lodole e un marito” – e, con l’autunno, si “riscopriva” la bellezza dei boschi e delle “fungaie” ce ne parlano nei loro scritti due bravi scrittori mugellani : lo scarperiese Giuseppe Baroni e la rontese Elide Lapi Bonifazi: “Un giorno andavo solo soletto verso Le Pergole che era la villa dei Romanelli. Il cielo dopo tanto sfolgorare, s’era fatto tutto mogio. Non spirava un filo di vento, non si moveva una foglia, ogni cosa era ferma e immobile. Il cane stava a cuccia e non abbaiava, gli uccelli non conoscevano più il volo, i polli sotto il carro allentavano le penne e chiudevano gli occhi, ed altri dentro il pollaio erano saliti sui bastoni e sullo scaleo, e nonostante che fossero al coperto, stavano in atto di ripararsi, alcuni su una gamba sola e con la testa sotto l’ala come stanno i polli grulli e gli uccelli malati. Dal pollaio, dalla concimaia, dalla stalla, veniva un forte odore di casa colonica. Che momento particolare era questo? In quel momento stesso si mise a piovigginare fine fine , per benino, e il mio interno cambiò. Capii tutt’insieme: s’annunziava l’autunno. mi sentii rinfrancare e rinascere. Tornavano in me gli umori dimenticati. Prima di me erano stati gli animali, il cane, i polli, gli uccelli ad accorgersi dell’onda di poesia che passava ad annunziare il cambio della stagione. Corsi avanti per forza d’immaginazione e anticipai la foglia che cade dal pioppo, il brusio del passero sull’imbrunire, le pozzanghere che ristagnano, le nebbie, la dolce malinconia della stagione che declina. (Cfr. Giuseppe Baroni in “Mugello antico” pag. 71 Ed Thule, Palermo, settembre 1980). Ed infine Elide Lapi Bonifazi, nella “dolce malinconia della stagione che declina”, in quelle brume mattutine dell’ottobre, ci narra del suo “Cenciuccio” e delle guerre tra rontesi e razzolesi a causa delle donne: “Non appena le donne sapevano che era arrivato Cenciuccio, si attaccavano dietro ai propri uomini come mignatte, perché non lo festeggiassero con una sbornia collettiva e gratuita anche; specialmente la domenica quando scendevano a basso i razzolesi e le botte erano di prammatica, come biada. Fra rontesi e razzolesi covava un vecchio rancore, da generazioni, ormai; originato – si diceva – per motivi di gelosia. I rontesi si erano sempre vantati di far breccia nel cuore delle ragazze sì che i loro maschi alla domenica , si mettevano a montare la guardia all’imbocco del paese con l’intento di proteggerle. Speravano di vietare l’ingresso ai famigerati rontesi che riuscivano, purtroppo, a passare lo stesso da viottoli secondari. E così quando i razzolesi scendevano a Ronta, erano accolti nella stessa maniera, anzi peggio; ché ogni mezzo veniva adoprato per ricacciarli nelle loro tane- Cenciuccio poteva restare inerme in tanto parapiglia? Con le vene rigurgitanti più di vino che di sangue? E non ce l’avrebbe fatta se non avesse cercato di intimorire gli astanti bellicosi con il coltelluccio lungo sì e no due o tre centimetri, che cavava subito di tasca (…) e che gli fruttò un bello squarcio nel basso ventre , per il quale fu ricoverato d’urgenza all’ospedale vicino (…) furono per la madre quelli gli unici giorni tranquilli della sua vita. – Quando vado a dormire – diceva – so almeno dove pensarlo; peccato che presto me lo mandino via! Uscito dall’ospedale, Cenciuccio, non se ne venne a casa (…) Partì per destinazione ignota (…) lo trovarono molto tempo dopo (a ottobre dopo che era partito a Pimavera n.p.c.) lungo il margine d’una strada, forse in procinto di tornare a casa, morto per attacco di cuore.” (Cfr. Elide Lapi Bonifazi in “Maggiolata” – Pucci Cipriani Editore in Firenze, dicembre 1973). Guarda un po’ dove ci ha portato l’Ottobrata Mugellana… a fine mese (e a fine articolo)… quando abbondano i fichi, quelli dottati, dolci come il miele, con la gocciola…

Pucci Cipriani