Una lettera di Pucci Cipriani, dove con affetto e un po’ di nostalgia racconta la sua gioventù a Borgo San Lorenzo negli anni 50’.

“Stavo per scrivere la solita geremiade per la quale prendevamo in giro i nostri nonni, ovvero:Ai miei tempi“, tanto che, con fare saccente, replicavamo ai richiami degli avi che, giustamente, ci facevano rilevare come fossimo cambiati “in peggio” rispetto a loro, con : “Sì, lo sappiamo che ai vostri tempi…uffa” …e allora perché i giovani di oggi non facciano altrettanto con me e con i miei coetanei inizierò con : Nei magnifici anni Cinquanta la gente non aveva molti soldi e, per giungere a fine mese, bisognava “fare ammiccino”,..certo non c’erano i soldi per i balocchi, ma noi ragazzi non conoscevamo la noia e, soprattutto, non eravamo afflitti da una scuola oppressiva che non contenta di tenere i giovani una mattinata in gabbia pretende anche di indottrinarli il pomeriggio togliendoli alle famiglie…E poi ci sono le “mammine ansiose” e  complessate che al “tempo pieno” aggiungono la danza, la musica, le chitarrine, il pattinaggio, la piscina e – ohibò – le arti marziali, femmine comprese, fatte a immagine delle mammine…e, infine, al bar a “fare merenda” con i bomboloni alla crema, le brioches con la nutella etc. etc.

E, invece di vedere un bambino soddisfatto e stanco, lo vedi sempre stanco ma insoddisfatto, annoiato, ciondolante, arrogante e pretenzioso, saccente, senza slanci.

Insomma se per noi, che, a merenda, ci nutrivamo con una bella fetta di pane olio e sale o pane vino e zucchero, il problema era quello di avere il tempo libero; il problema d’oggi è quello di non sapere come impiegare il tempo libero…a cominciare dai giochi.

Ci avviciniamo all’aprile e io ricordo quanto si almanaccava per inventare burle e scherzi e gli scherzi e le burle li facevano anche gli adulti, in questa strana giornata: telefonate ai bottegai perché portassero a casa di qualcuno una “finta” spesa, annunzi di conferenze inesistenti, e, perfino, lettere inviate a più persone in cui si annunziava che nel tal negozio si sarebbe distribuito gratis “un etto di grana padano”…e dal Vignoli la mattina c’era la coda a reclamare l’omaggio…

I ragazzi disegnavano e ritagliavano sulla carta  un pesce (“il pesce d’aprile”) che poi attaccavano dietro al cappotto di un distinto signore o alla pelliccia di una signora…ma il sogno di tutti (mai realizzato) era quello di attaccarlo alla giacca di una “pula” ovvero di una guardia comunale,  – quelle guardie comunali così severe e ligie e, a un tempo, così paterne…anche se noi non ce ne accorgevamo – quelle guardie comunali (ricordo, nel mio Borgo, con nostalgia, il Graziani, “Leone”, lo Squilloni) erano il nostro incubo: quando, trasgredendo alle raccomandazioni dei genitori non andavamo all’oratorio salesiano,  il pomeriggio ci trovavamo da qualche parte, nei vari rioni, in Santa Lucia, di fronte alla tipografia Mazzocchi, nei giardini (guai, allora, a calpestare le aiuole),  ai Vecchi Macelli, dove io abitavo, a Sieve, in Collina, a Cristo Re…ci scambiavamo le figurine dei calciatori o dei ciclisti: ciascuno ne aveva pacchetti legati da un elastico e, velocemente, mostrandole all’altro,  le sfogliava  e, l’altro, guardava attentamente e quando vedeva la “figurina” mancante fermava l’amico con la semplice esclamazione non celo (non ce l’ho) e allora la figurina veniva messa da parte e il ragazzo continuava con celo celo celo celo (ce l’ho) non celo…poi i due si scambiavano i ruoli e le figurine che venivano tolte, via via, dal mazzo, venivano scambiate….

Se poi da questi luoghi dove ci riunivamo passava qualcuno che tornasse da scuola (c’erano i doppi turni: chi andava la mattina e chi il pomeriggio) allora sortiva fuori un pallone e la piazzetta diveniva un campo di calcio e le porte venivano delimitate da due cartelle (la cartella si portava a tracolla e non era certo di pelle ma…di cartone resistentissimo, lucido, impermeabile all’acqua) …poi a un tratto un grido (alcune volte proveniva da una finestra) “ragazzi le guardie”,  oppure una sola parola che riassumeva il dramma: “…la Pula…” e allora era un “fuggi fuggi generale” e a fuggir per primo era, solitamente, il proprietario del pallone, perché, secondo la leggenda metropolitana, la guardia o lo avrebbe bucato con un “succhiello” o lo avrebbe sequestrato…senza contare le salate multe fatte ai “giocatori” e, infine, senza contare il “dramma familiare”, infatti alla trasgressione (quella di non essere andati ai “Salesiani”) si aggiungeva quella di “oltraggio alla forza pubblica” che terminava con l’ammonimento : “Sei la nostra disperazione….andrai a finir male…” Al che seguivano gli “arresti domiciliari” in casa, addolciti -è proprio il caso di dirlo – dal ciambellone consolatorio della nonna…

In casa si giocava ai soldatini, indiani contro le “Giubbe Azzurre” oppure sudisti contro nordisti: io parteggiavo per l'”uomo bianco”, mio fratello per “gli indiani”…mi diceva che quella degli americani era stata un’invasione, un genocidio vergognoso nei confronti del popolo indiano…poi lui parteggiava per l’esercito sudista, per il Generale Lee…io, naturalmente, per quello nordista, e per il Genarale Grant…. e lui mi diceva che fu solo una sporca guerra civile e che lo “schiavismo” non c’entrava nulla (“avevano più schiavi al Nord che al Sud”) e che, in effetti, quella fu una guerra del Capitalismo “delle fabbriche” contro una società agricola…e allora iniziavano le liti.

Quanto avesse ragione mio fratello (e non solo in questo) lo avrei appreso dopo…molto dopo…

Siccome “Tutto il mondo è paese”, come recita un vecchio adagio, e i bambini sono gli stessi a ogni latitudine e lo stesso i giochi; riporto qui i ricordi di un giornalista, una firma cara de “La Nazione”, il fiorentinissimo Giorgio Batini e, penso, che il suo scritto faccia venire alla mente di tutti noi il “buon tempo andato” quando ci si poteva divertire anche senza metter mano al borsellino:

“Bastava un niente, perché i ragazzi di un tempo trovassero il modo di divertirsi, bastava un qualunque cerchietto di metallo perché sei o sette bambine trascorressero un intero pomeriggio a giocare all’anello mio bell’anello (…si tratta di indovinare nelle mani di quale partecipante, una bambina ha deposto un anello che teneva nascosto nelle proprie); bastava un pezzo di canna per fare una cerbottana, bastava un cerchione smesso di bicicletta(…) un cerchione di ferro da botte vinaria per immaginare di possedere il giocattolo più diffuso del mondo, insomma il famoso cerchio da far rotolare sempre più veloce spingendo con colpetti di bastone (…)bastava un carboncino, un gessetto per disegnare su un muro una scacchiera tipo quella della dama per giocare a pecore e lupo (…) bastava un fazzoletto , per giocare a strappabandiera (…) bastava una corda per farla girare come un arco intorno al proprio capo e saltarla a piede zoppo o a ‘piè pari” . Bastava un pettinino e un po’ di carta velina per disporre di un’armonicas a bocca e suonare qualunque motivo di moda; bastava frugare tra i rottami e trovare una vecchia piastra di fornello per avere una muriella da far morire d’invidia i compagni; bastavano due barattoli, un po’di spago, un po’ di pergamena per fare una linea telefonica che nemmeno Meucci; bastava un gessetto o un carboncino per disegnare la campana… E soprattutto bastava una strada che insegnava molte cose, buone e anche cattive – come quella di legare un barattolo alla coda di un gatto troppo fiducioso -ma tutte da conoscere, tutte utili, per sapersi poi muovere nella vita, confrontarsi con gli altri, farsi furbi e arrangiarsi senza la protezione delle pareti casalinghe…”

(Cfr. Giorgio Batini in “Giocavamo per la strada” Ed. Bonechi 1994)

Poi c’erano anche i divertimenti, chiamiamoli “culturali” e allora dovevi spendere : la domenica io e mio fratello compravamo “Il Corrierino dei piccoli”, fondato nel 1908 (ai miei tempi era diretto da Giovanni Mosca, il non dimenticato autore di “Ricordi di scuola”), con le vecchie tavole a colori accompagnate da ottenari in rima baciata… con le “Avventure del Signore Bonaventura”, il quale combinava sempre qualche disastro (in genere per colpa del perfido Barbariccia) ai danni del Marchese Sangueblu (“Il Signor Bonaventura ricco ormai da far paura/ al teatro questa sera, porta il figlio e la mogliera….”), di Sergio Tofano (Sto), e poi “Marmittone” (Marmittone ora è attendente – dei bambini del Tenente -e accompagna quei bambini – spesso ai pubblici giardini – dove tutto il piccol mondo – sta facendo il girotondo – Coi marmocchi compiacente – gira anch’esso l’attendente – lo spettacolo non garba – al Maggiore Bellabarba – che lo manda a meditare – sul contegno militare), “Arcibaldo e Petronilla”, “La Checca”, la mula sfortunata,  alla quale, oggi, avrebbero dovuto cambiare il nome in base alle leggi sulla  transomofobia, Fortunello, e poi la Tordella, Capitan Cocò Ricò, Bibì e Bobò e il Capitano, il Sor Pampurio (disegnato da Carlo Bisi)….

Parte del sabato pomeriggio o, della domenica mattina, dopo la Messa, erano dedicati alla letteura dei giornalini: oltre al “Corrierino dei piccoli”, Topolino (con Minnie, Pippo, Orazio, Clarabella e Pluto), il mitico “Vittorioso”, “Il Monello”, Tex…

Poi c’erano, oltre al gioco del pallone in mezzo alle pubbliche vie, le trasgressioni più gravi, ovvero le “fughe” in campagna a pescare i granchi (nel fosso della Brocchi) o a pescare “a grotta”, con una catinella forata, nelle Cale, a levare i “nidi” o a cercare i “ricci” che mettevamo poi nel nostro orto…quel riccio così plasticamente descritto dai ragazzi di San Gersolè nei loro “Quaderni”:

“Ieri sera, quando si ebbe cenato, venne la Carla con un rinvolto e disse: – Guardate i’ che gli hanno dato al mio babbo dov’è a lavorare, – appoggiò l’involto in terra, lo aprì, c’era uno spinoso tutto appallottolato, sembrava una palla nera tutta coperta di spini.

La mia mamma aveva paura e disse: – Se codesto coso fa uno schizzo, c’è da sapere in do’ va a rifinire!

(…)Si prese un foglio e, quando si ebbe messo lo spinoso sulla tavola, io spensi la luce (…) ci si mise tutti e quattro zitti a vedere se si apriva(…) Ecco come fece : dopo un pochino che si guardava, cominciò a gonfiare sempre più e diventò grosso come un pallone e in un punto ci aveva un grande buco dove aveva il capo, e questo buco si restringeva e diventava sempre più piccino  tanto che, dopo poco, si vide il musino affilato dello spinoso venir fuori piano piano, e quando il viso fu fuori si videro spuntare gli unghiellini , e anche quelli, come il muso, venivano piano piano, e dietro vennero le quattro gambe.

(…) Accesi la luce e si guarda tutti lo spinoso; lui si fermò tutto impaurito dalla luce improvvisa e in un momento si ritirò dietro: La Carla lo prese in mano e disse: – E’ già tornato come prima.

Io: – In codesto rotolo ci sta bene, nell’inverno non trema punto.

(Cfr: Il Riccio in “I Quaderni di San Gersolè” Ed. Einaudi 1963 a cura di Rosa Maltoni – Prefazione di Italo Calvino)

Non parliamo poi – mi entusiasmo tutt’oggi a rievocarle –  delle guerre tra bande e le “Sassaiole”, quando ancora le strade non erano asfaltate e le “munizioni” si trovavano per terra. Praticamente ogni rione aveva la sua banda e, in genere, le dichiarazioni di guerra avvenivano a scuola e si mandavano i messaggeri, durante la ricreazione. Poi c’era l’ordine dato ai membri delle bande (tutto di nascosto sia alle famiglie e soprattutto alla maestra): “Oh, oggi alle 16, la banda di Santa Lucia ci ha sfidato …la battaglia alle Cale, portate le strombole…”

Ed io, soldato semplice, mi trovavo alle quattro agli ordini del comandante, personaggio “Forte” e di carisma, che ci guidava alla pugna e via strombolate e sassate che fischiavano vicino al viso…ogni tanto qualcuno faceva sangue da tutte le parti e allora assistevi alla scena di un genitore che, preso il pargolo per mano, lo portava sotto le finestre del “nemico”: “Guardate – diceva la mamma affranta – come me l’hanno ridotto!”

Poi la vittoria o “la resa” con tanto di bandiera bianca. La “resa” era sempre umiliante infatti il comandante della banda perdente veniva “fatto papa” ovvero messo in mutande…con grande scorno di tutti noi…

Com’eran belle quelle battaglie mitiche e quelle “sassaiole” che mi facevan sentire Leonida alle Termopili. Poi succedeva che mi sentissi afferrare per un braccio dalla zia che, a forza, mi trascinava a casa e tutto andava bene dopo una sua sgridata…(la zia e la nonna non facevano mai parola e mi “coprivano” di fronte ai genitori) ma il peggio era quando i miei lo venivano a sapere da parenti o conoscenti o, peggio ancora, dalla pula o dalla maestra che scriveva sul quaderno di “collegamento” : “Ho visto suo figlio in mezzo a la strada a fare il monello con altri monelli, sono rimasta male nel vedere Pucci con quella “teppaglia”…etc. etc.”

Già la teppaglia, la mia amata “teppaglia”, i miei sodati…

E allora, a sera, di fronte a tutta la famiglia riunita a desco: “Ma non ti vergogni a fare la sassaiola con tutta quella teppaglia…vergognati…guarda cosa ha scritto la maestra…perfino lo Squilloni ce l’ha detto e vi porterà in Comune…prima o poi”. Lo Squilloni era una delle tre guardie comunali, amico del babbo, e le guardie comunali avevano la loro sede in Comune e quindi ero terrorizzato di essere portato in Comune dove il Sindaco, senz’altro, mi avrebbe chiuso – come mi assicurava il babbo – in riformatorio.

Il Processo – sembrava di essere a Norimberga – in genere terminava con la sentenza e gli arresti domiciliari o, in alternativa: “Da domani tutta la settimana a Cardetole con il babbo…” Ed era come una condanna alla Caienna.

E, all’indomani, di primo pomeriggio, via con la Millecento o la “Topolino” del babbo  a Cardetole dove, con la sua impresa, rifaceva la chiesa e, siccome anche il babbo si metteva con tutti gli altri – e più degli altri – a lavorare , io me ne stavo, solo soletto, tutto il pomeriggio, sognando la pesca delle lasche, dei barbi, dei ghiozzi e delle anguille  là nelle Cale, “a grotta”, con la catinella bucata, i ranocchi acchiappati con l’amo e la carta velina rossa, la gara di tiro al passerotto con le strombole,  le sassaiole e, soprattutto, la “teppaglia”…la mia cara teppaglia”.

Pucci Cipriani