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Storia, storie e leggende mugellane

Ville, torri e castelli

Un aspetto veramente interessante della storia mugellana è indubbiamente rappresentato dai castelli o dai fortilizi che furono costruiti nella valle in varie epoche storiche. Se avessero la voce, chissà quante storie segrete e affascinanti potrebbero raccontaci, urlare, sussurrare, quante emozioni potrebbero trasmetterci! Purtroppo, di molti manufatti rimane ormai quasi soltanto la leggenda! Questo è anche il caso del castello di Mangona, i cui modesti ruderi sono ormai inglobati in cantine e abitazioni private. Solo qualche antico sasso incastrato in un muro porta i segni dei fasti di quello che fu un fortilizio molto importante per il Mugello medievale. Lo stesso piccolo abitato di Mangona è oggi ormai una località “fuori rotta” anche per i mugellani. Eppure, questo è un luogo importante, sede di una contea e che ha fatto la Storia. Partendo dall’inizio, si potrebbe dire che c’era un volta, in un tempo molto lontano, un temibile condottiero che scese dalle montagne d’Appennino con al seguito degli animali mostruosi, enormi e con un naso smisurato che incutevano terrore. Poveri elefanti, dai, sono invece così simpatici e carini, e poi quando Annibale arrivò in Toscana è probabile che li avesse persi già tutti nella terribile traversata delle Alpi! Comunque sia, sui nostri monti le truppe cartaginesi si divisero per evitare i romani e le imboscate. Guidata nelle impervie foreste dai Liguri Magelli, loro alleati, una colonna condotta dal capitano Magone (fratello di Annibale) si accampò per alcuni giorni su un rilievo fondando un villaggio che qualcuno chiamò Magone o Mangone, in onore di quel valoroso capitano. Questo (molto all’incirca) è quanto dice la leggenda rammentata dal Codice capponiano conservato alla Biblioteca Nazionale di Firenze. Il luogo non era lontano da Vigesimum, località rammentata sull’antico Antonini itinerarium. Comunque sia andata questa storia, è certo che il castello di Mangona non esisteva ancora quando s’insediarono nella zona i conti Cadolingi; passò agli Alberti dopo il 1113, quando i castelli di Vernio e di Mangona toccarono in eredità alla contessa Cecilia, vedova di Ugo dei Cadolingi e sposa in terze nozze del conte Bermardo Tancredi detto Nontigiova. La famiglia feudale aveva avuto antiche legittimazioni, a seguito di contatti tra suoi esponenti e quel “gran pezzo di re” di Carlo Magno, diventando padrona di vasti territori a Prato e stringendo alleanze trasversali con signori longobardi e fiesolani. L’espansione del feudo “albertino” avvenne intorno al X-XI secolo in direzione nord, nel Mugello appunto, dove acquisirono terre e fortilizi a Montecarelli, Montepiano e Mangona. Proprio a Mangona, dove nel frattempo era sorto un frequentato mercato, alla metà dell’XI secolo la famiglia ricostruì un potente maniero al centro di una fertilissima campagna. Le mura, con case attaccate tutt’intorno, si estendevano (racconta il Niccolai,  non so sulla base di quali documenti) per 800 braccia di perimetro, ovvero circa 500 metri, il mastio o torrione interno misurava 300 braccia di circonferenza. Due enormi portoni lo difendevano e c’era persino un’uscita segreta. All’interno sorgeva un angusto Palazzo, una chiesa e due ampie cisterne, una delle quali profonda 18 metri. Dal 1164, con l’avvento del conte Nontigiova e fino alla scomparsa del conte Alberto (1325), il castello di Mangona fu la residenza preferita degli Alberti. Scoppiò nel XIII secolo una violenta faida familiare, che non sto qui a raccontare per motivi di spazio, tra i figli di Alberto V, tra cui il ribelle Napoleone, il quale s’impadronì con la forza di Mangona e Vernio; Firenze, però, distrusse i citati castelli e lo scacciò rimettendo al potere il fratello Alessandro (1259). Alterne vicende condussero il potere su Mangona nelle mani di Benuccio Salimbeni, sposo di Margherita di Neroni Alberti, e alla morte di Benuccio la vedova si trasferì a Santa Fiora e vendette il castello al genero Piero di Gualtieretto de’ Bardi e a suo fratello Andrea. Piero era un tipaccio violento e ambizioso il quale, forte dell’amicizia con il Duca d’Atene, attaccò briga perfino con i monaci di Montepiano. Finì per escogitare una congiura di stampo ghibellino contro il governo fiorentino, scoperta nel 1340 pare anche a seguito del tradimento del fratello Andrea. Andò a finire che fu rimosso dal potere dai fiorentini e condannato alla forca in contumacia (1341). Di lì a poco si giunse però a un accordo con il quale i parenti di Piero vendettero il castello e i terreni limitrofi al Comune per 7750 fiorini d’oro. Negli anni seguenti gli Alberti non riuscirono a riconquistare il castello di Mangona, e tutti i tentativi finirono tragicamente con la morte dei protagonisti (il figlio di Piero, Sozze, fu bruciato sul rogo, così come fece una brutta fine il ribelle Tano da Montecarelli). Firenze stabilì infine la decadenza completa dei diritti degli Alberti “banditi a suon di tromba…” (1345). Perciò dopo la morte di Piero il castello non ebbe più feudatari e Firenze v’insediò in seguito un Podestà che esercitava la giurisdizione anche sulla vicina Santa Reparata a Pimonte. Le indagini sui castelli del contado disposte da Firenze, ricordano che nel 1365 il castello aveva un capitano e ben 12 guardie, cappelle e chiesa (santa Maria), per la quale il rettore pagava a Firenze un gravoso tributo annuo: “due lepri e due para de capponi” (cfr. Archivio Storico fiorentino). Si segnalava pure la presenza di un castellano “… a dì 10 di gennaio fummo a Mangona e vi è per castellano Iacopo Malesici…” e le principali esigenze d’approvvigionamento e rinforzo della rocca “… si debia armare di quatro pezi d’arme, cioè di cervelliere pavese o ver rotella, spada o ver coltello lancia o ver balestra….”. Nel complesso, fino all’inizio del XV secolo la zona era molto operosa, tanto che nel 1416 furono emanati gli Statuti della Lega di Mangona e Santa Reparata, il cui contenuto, trattandosi di una zona prettamente boschiva, contengono norme che regolano lo sfruttamento delle foreste. Dai documenti risulta che nel 1455 a Mangona c’era ancora un castellano “Arcis seu castri Mangone”, però il degrado era ormai evidente. Il podestà di Mangona, un certo Niccolò Bonvanni, segnalò a Cosimo de’ Medici la situazione con queste eloquenti parole: “Magnificho Gonfaloniere, Giuliano di Leto gli esporrà le necessità della comunità di Mangona, all’interno di una podesteria che versa in grande povertà, pur trattandosi di buoni servitori. La presenza di due uditori consentirebbe meglio di comprendere e risolvere i bisogni di Mangona; ora che lo stesso Cosimo è stato messo al corrente della situazione potrà provvedere in merito..” (Archivio mediceo “Avanti il principato”). Gli aiuti dei Medici, purtroppo, non arrivarono mai, e così la situazione degenerò a tal punto che la chiesa di Santa Maria diventò un rudere e i privilegi furono trasferiti in quella di San Bartolo (cfr. bollettino storico del Mugello). Il colpo mortale fu inferto dall’invasione del condottiero Cesare da Napoli che depredò i dintorni ai danni dei poveri contadini. Una storia o forse più una leggenda racconta che presso le mura di Mangona un gruppo di contadini inferociti si prese un’effimera vendetta su quelle devastazioni. Nella rovente estate del 1530 tre mercenari guidati da un certo Francesco Strinati, perfido tirapiedi del condottiero, venivano bruciando e depredando le casupole intorno al castello. Lo Striniati era crudele e non aveva paura di nulla, tanto che con i suoi tre tirapiedi finì per prendersela con una giovane ragazza di Mangona dai lunghi capelli neri che fu issata a forza dal lestofante sul destriero e non fece mai più ritornò alla famiglia. Gli amici, disperati, tesero allora un agguato allo Striniati; quando il lugubre quartetto passò vicino alle mura castellane, trovò i mangonesi ad aspettarli. Colti di sorpresa, i quattro furono massacrati a colpi di pietra da una decina di ragazzini mugellani che andarono all’assalto gridando rabbiosamente “carne, carne!”. Grido tanto più raccapricciante se si pensa che i contadini locali erano ormai così affamati che si sussurrava di atti di cannibalismo nei dintorni. In seguito, l’abbandono e i terremoti diroccarono il castello di Mangona, e i contadini locali utilizzarono i sassi per le abitazioni e la ricostruzione della canonica, come ben testimoniavano alcune pietre con incisi i nomi dei podestà fiorentini e dei capitani responsabili del sito. A sentire il Niccolai, anche la campana grossa del castello fu rimossa e inviata a Firenze per abbellire, pensate un po’, il … Palazzo del Bargello! Fino a cent’anni fa erano ancora visibili due cisterne, tracce di mura e pochi ruderi del cassero, effimere testimonianze della gloria di quel tempo antico, come scrisse Giuseppe Baccini in un articolo del Messaggero del Mugello del 1893. In una rilievo di fronte al paese sorgono oggi alcune case. Se ci armiamo di pazienza e analizziamo le fondamenta, ritroveremo le ultime vestigia dell’antico castello feudale. Chiudiamo gli occhi e accarezziamo una di quelle fredde pietre; abbandoniamo la mente, lasciamoci cullare dal ricordo di quell’incredibile mondo entrando nella macchina del tempo. Io un giorno l’ho fatto veramente, e ho sentito distintamente intorno a me il vociare dei soldati, i nitriti di cavalli al galoppo, il suono delle campane dell’antica chiesa e un grido che usciva improvviso e violento dalla gola di un giovane mugellano esasperato: carne, carne!

(di Fabrizio Scheggi)

Caratteristiche del paesaggio della Romagna Toscana, assicuravano il controllo delle vigne e non solo.  

Pubblichiamo un ampio estratto di un saggio di Filippo Bellandi dedicato alle “Torri da Vigna” un tipico manufatto di architetettura rurale che tra il settecento e l’ottocento si duffuse nel firenzuolino  nell’AlMugello e nella Romagna toscana.  Bellandi con ricchezza di documentazione e di argomentazioni storiche, spiega il perché della presenza di queste curiose costruzioni nei territori dell’Appennino tosco romagnolo

 Le torri da vigna caratterizzano (o meglio caratterizzavano, visto l’esiguo numero sopravvissuto) il paesaggio agrario del territorio di Firenzuola e degli altri comuni dell’Alto Mugello e della Romagna Toscana(bellissima quella di Portico di Romagna, provincia Forlì-Cesena). Qualcuna è rimasta, quasi irriconoscibile, anche in Mugello nel territorio di Barberino (una nella valle del torrente Aglio e una lungo la strada che porta a Rezzano presso Gagliano). Le torri si innalzavano sempre isolate nella campagna e punteggiavano varie zone del firenzuolino. Pur espressione dell’architettura rurale minore, fino alla prima metà del secolo scorso svolgevano un ruolo importante tra le popolazioni della montagna. Oggi che sono quasi tutte scomparse, rimangono pressoché sconosciute e misteriose ai più (qualcuno le scambia per torri medievali) e non hanno lasciato tracce neppure nell’immaginario collettivo, se non in qualche raro vecchio abitante. Ma qual è stata la loro origine e la loro funzione? Cosa ci fanno le torri da vigna in zone dove oggi  di vigne non c’è più la minima traccia?

Il quadro storico

Coltivare una vigna in montagna e in alta collina, com’è gran parte del territorio di Firenzuola  e degli altri comuni della fascia appenninica, non é mai stato facile né conveniente a causa del clima generalmente proibitivo. E se anche si riesce a produrre un po’ di vino è sicuramente di qualità scadente. Tant’è vero che da decenni in queste zone le vigne sono completamente scomparse.

Alcuni secoli fa però la situazione era diversa. Da metà del Settecento la popolazione aveva preso ad aumentare a ritmo sostenuto sia nelle città che nelle campagne e continuò intensamente per tutto il secolo successivo (il comune di Firenzuola dai 4.014 del 1745 passa ai 6.446 abitanti del 1821 e balza ai 10.252 del 1881). All’aumento delle bocche da sfamare, le popolazioni rispondono con la ricerca di sempre nuove terre da mettere a coltura,  quindi con l’abbattimento di macchie e di boschi e con il dissodamento  di terre incolte. La gran parte delle terre strappate al bosco, all’incolto e alla sterpaglia veniva coltivata a cereali (base dell’alimentazione di tutta la popolazione, contadina e non, e prodotto tra i più remunerativi sul mercato), oppure ridotta a pascoli nelle zone più alte. Ma i proprietari terrieri grandi e piccoli–sollecitati dalla richiesta del mercato e dalla riserva di braccia a buon prezzo – spingevano i coloni a incrementare la coltivazione delle viti, nonostante le note difficoltà ambientali e climatiche e la conseguente produzione di vini di scarsa qualità, che tuttavia erano assorbiti dalla domanda locale. Si ricercano così le zone più idonee ad accogliere le vigne: non importa se di piccole o piccolissime dimensioni, l’importante è che siano ben orientate “a solatio”, cioè a sud o sud-est, per assicurare  una migliore maturazione dell’uva, e abbiano terreni ben sciolti e quindi drenanti come richiede la vite. Da notare che nei territori appenninici la vite era coltivata in vigne specializzate e non distribuita nei tradizionali filari promiscui e ben distanziati che connotavano il paesaggio agrario delle zone collinari e di pianura del Mugello. Il clima poco confacente alla vite era dunque una variabile secondaria rispetto alla esigenza di produrre comunque un po’ di vino, comunque assai remunerativo, e anche alla necessità di trovare qualche occupazione alle torme di pigionali senza lavoro.

Si diffondono le vigne

Così a partire dal Settecento, la coltivazione della vite (presente sull’Appennino già dal Medievo, come attestano documenti dell’epoca e anche alcuni capitoli degli Statuti di Firenzuola del 1418) vede una certa espansione anche nei territori  poco vocati del firenzuolino. Ne è testimonianza la sopravvivenza dei tanti toponimi derivati da vigna (La Vigna, Le Vigne, Vignale, Vignali. Vignoni e simili)  che oggi denominano  o la casa di un antico podere o –appunto -una piccola torre in genere circondata da terre incolte (come ad esempio quella nelle vicinanze di Firenzuola, lungo la strada per San Pietro), o località ora abbandonate e ridotte a sterpaglie o boschi. Nessuno di questi luoghi farebbe oggi immaginare che un tempo era una vigna, ma il toponimo dalla esplicita etimologia  e il comune e indispensabile orientamento verso sud o sud-est confermano l’antica presenza delle viti . La stessa  diffusione  del cognome Vignoli  e derivati nei comuni dell’Alto Mugello è una traccia evidente di una lontana e diffusa viticoltura. Talvolta si ha invece la presenza di una torre, anche imponente come quella vicino alla chiesa di San Pellegrino, che si stenta a definire “da vigna”perché ora è letteralmente scomparso il requisito principale, cioè la sottostante terra per accogliere le viti. Là dov’era la vigna infatti ora passa la strada “imolese”, strada che prima transitava molto più in basso, lasciando quindi una area libera sufficiente per una piccola vigna, come attestano le piante del catasto leopoldino degli anni 1820-30, e come mostra anche una vecchia foto pubblicata in P.C.Tagliaferri, Brento, San Pellegrino, Casetta di Tiara, Angelini Photo Editore, 2011.

La piaga dei furti campestri

Se l’uva è da sempre un prodotto prezioso ovunque e quindi da sorvegliare dall’inizio della maturazione fino alla vendemmia, lo è particolarmente nelle zone appenniniche dove la produzione è più difficoltosa e rara. Tanto più in tempi in cui – a partire da metà Settecento  –si aggrava il fenomeno della disoccupazione nelle campagne e quindi dei furti campestri. Con la crescita demografica infatti aumentano sensibilmente anche nelle  zone di montagna le masse di pigionali senza terra e senza occupazione, che sbarcano il lunario con lavori saltuari e mal retribuiti, e diventano una temibile minaccia per i raccolti agricoli. I furti campestri tuttavia costituivano da tempo una piaga sociale endemica delle campagne cui i proprietari di poderi e i piccoli agricoltori non riuscivano a far fronte. Ma la situazione si aggrava ancora di più quando nel 1774 il Granduca Pietro Leopoldo dà il via alla vendita a privati dei “beni comunali” e alla soppressione degli “usi civici”. Erano queste norme consuetudinarie di origine medievale che assicuravano  ai membri di una comunità il diritto di sfruttare, in parte e in determinati periodi, alcuni pascoli (ius pascendi) e boschi (ius lignandi) di proprietà pubblica, ma anche di privati. In tal modo i numerosi pigionali, braccianti  e piccoli fittavoli che da sempre vivevano ai margini del mondo contadino, si vedono privati della possibilità di integrare le misere entrate allevando per esempio una capra, una pecora o un maiale, o raccogliendo un po’ di legna.  In pratica sentono minacciata la loro stessa  sopravvivenza (per approfondire la questione: Filippo Bellandi, Dalla foresta al podere. Storia sociale del bosco dalla preistoria a oggi in Mugello AltoMugello e Val di Sieve, Edifir, Firenze 2007). Dilagano ulteriormente perciò i furti campestri  e il malcontento diffuso  si manifesta con sollevazioni popolari un po’ in tutta la Toscana, compreso il Vicariato di Firenzuola sulle cui vaste montagne ricche di pascoli e boschi vivevano schiere di braccianti e pigionali senza terra.

La torre per sorvegliare la vigna

Alla crescente  necessità di controllare i preziosi frutti delle vigne, minacciati da una massa di nullatenenti e indigenti che campavano alla giornata,  è probabilmente legata la diffusione delle torri da vigna. Dei sistemi di controllo ravvicinato, come strutture più o meno precarie in legno o in muratura costruite direttamente “sul campo”, esistevano verosimilmente anche prima, ma ora con l’ impennata demografica e poi con  le riforme di Pietro Leopoldo, pur ispirate a principi di liberalizzazione e di modernizzazione dell’economia, la pressione delle popolazioni disperate diventa drammatica. E i proprietari si difendono moltiplicando le strutture stabili per il controllo continuato delle vigne, giorno e notte nella stagione della maturazione. Alcune  delle torri superstiti nel comune di Firenzuola – in gran parte dislocate lungo la valle del Santerno da Firenzuola a Moraduccio e nelle valli limitrofe come quella del Diaterna e del Rovigo- sono datate in anni di poco precedenti alle riforme leopoldine ( 1769? quella di Rovigo, 1771 quella di Rapezzo) segno di una già diffusa risposta concreta ai furti nelle vigne. Quella di Casalino nei pressi di Visignano è invece del 1813, assai successiva alle riforme leopoldine, ma – se la data corrisponde all’origine e non a un rifacimento/ingrandimento di una precedente– appartenente comunque a un periodo in cui la difesa della vigna continuava ad essere indispensabile. Le altre torri sopravvissute, anche se prive di data incisa, si possono attribuire, sulla base delle ricorrenti caratteristiche costruttive, al periodo che va all’incirca da metà Settecento a metà Ottocento.

Struttura e funzioni

La funzionalità delle torri per il controllo è assicurata dalla loro particolare struttura. Sono a base quadrata di circa tre metri- tre metri e mezzo di lato, quindi, considerato anche lo spessore dei muri, assai anguste all’interno, ma sufficienti ad accogliere una o due persone. In altezza variano da due fino a quattro piani internamente  realizzati con tavolati di legno e collegati da una scala sempre di legno. Le aperture sono su un solo lato: la porta d’ingresso e sopra una finestrella per piano. Talvolta al piano terra c’è un caminetto, come in quella di Rapezzo. All’interno si aprono su ogni lato delle strette feritoie svasate (ampie all’interno e strette all’esterno) che permettono la visione completa della sottostante vigna.  Rispetto all’area della vigna, le torri sono collocate sempre al margine nord, in posizione dominante per garantire la migliore osservazione e per non fare uggia alle piante. Il materiale da costruzione impiegato  è esclusivamente pietra in bozze più o meno regolari. Come si presentavano esternamente le torri? Difficile dire com’erano all’origine, ma le foto più antiche di fine ‘8oo-primi ‘900, ce le mostrano intonacate. Attualmente in quasi tutte le torri superstiti si notano ancora ampi residui di intonaco, mentre in altre,  come quella di Rovigo che ha subito vistosi rifacimenti nella parte alta, è meno evidente.  In tempi recenti alcuni interventi di restauro di torri da vigna, seppur meritevoli per aver consolidato la struttura e il tetto  e averne quindi allungato la vita, hanno riportato il paramento murario a faccia vista e stuccato a cemento, in omaggio al moderno gusto del rustico. Ma  hanno purtroppo chiuso  i caratteristici  fori per i rondoni  cancellando così la testimonianza della loro importante funzione alimentare. Le torri erano attrezzate  infatti  anche per catturare rondoni e allevare piccioni, indubbiamente   risorse alimentari preziose per le popolazioni rurali. Tutte le torri nella parte alta corrispondente all’ultimo piano avevano dei fori circolari ben distribuiti sui quattro lati per l’ingresso dei rondoni che andavano a covare all’interno in apposite cassette di legno: quando i giovani rondoni erano fatti venivano catturati aprendo la cassetta/covo. Per i piccioni il metodo era simile, ma i fori erano  più grandi e talvolta concentrati su una o due lastre di pietra appositamente lavorate. Quei fori in file sovrapposte e ben ordinate, oltre ad assicurare proteine nobili assai rare allora nella maggior parte della popolazione, producevano – forse inconsapevolmente –  anche un gradevole effetto decorativo che, con l’alternarsi di pieni e vuoti,  ingentiliva  la struttura alleggerendone la compattezza. Solo alcune presentano all’esterno un altro elemento decorativo: una cornice marcapiano in pietra che gira su i quattro lati (Torri di Moraduccio, San Pellegrino, Rovigo e Bordignano).

Il declino e la scomparsa

Le torri da vigna cominciano a diminuire di importanza fino a perdere il loro significato in seguito ai mutamenti economici e sociali avviati dai primi del Novecento, mutamenti  che investono in primo luogo le terre marginali, attratti dalle migliori condizioni di vita e di lavoro offerte da aree più favorevoli vicino ai paesi e alle città. Le vigne vengono abbandonate e le piccole torri subiscono la stessa sorte.  Alcune di esse, quelle non isolate e magari ben servite da una strada, vengono ingrandite  con l’aggiunta di qualche vano adiacente, e ridotte a  piccole abitazioni, come si può notare ad esempio nei pressi di Trapoggio (Monti), di Virli (Coniale) e anche a San Pellegrino.

(Filippo Bellandi)

C’è come un sottile velo di nebbia che avvolge le vicende antiche di Striano e dintorni. Per diradare questa nebbia, proverò per voi a usare uno strano ventilatore, il nome del luogo, che termina nella desinenza latina “anum”. Striano potrebbe derivare da Histrianus-histrianum, che in antico significava “terreno ghiaioso con scanalature”. Vero è che lo stesso nome era dato in età Augustea alla regione romana della penisola d’Istria. Non posso perciò escludere che proprio a Striano siano venuti ad abitare in antico alcune famiglie di quelle zone. E’, infatti, nota una grande migrazione, nei secoli di Roma imperiale, di cittadini dell’impero verso la penisola per esigenze militari, o per stabilirsi in fondi assegnati per donazione o confisca. Comunque sia andata questa noiosissima faccenda del nome, vi dico subito che l’origine romana del luogo è fuori discussione, fondando le radici sulla presenza della vicina Pulicciano, il “fundus Publicianus” appartenuto alla gens Publicia, uno dei più importanti siti romani del Mugello. La collina di Striano, che si trovava nel mezzo dei domini ubaldini, fu sempre legata ai destini di Pulicciano. Ho saputo pure da una soffiata di un mio informatore che qua vicino abitava un fidelis, un certo Ghozzus Michaelis che ebbe una controversia con il procuratore di Firenze, Bonaiuto di Borgo di Salto. Per difendere il territorio dall’avanzata fiorentina, i feudatari ubaldini eressero a Striano una torre d’avvistamento, che però servì a ben poco. Nel 1260 Pulicciano e Striano erano già comprese tra i territori fortificati per difendere Firenze dalle invasioni da nord e dai signorotti locali. Lo dice il Libro di Montaperti, dove un’intera disposizione è dedicata a Pulicciano; si ordinava agli uomini di quel castello di non  andare in guerra, per carità, ma rimanere a guardia della contrada, data la sua importanza strategica, tanto che il castrum fu detto “la sentinella del Mugello”. La torre feudale di Striano rappresentava una specie di “succursale” difensiva, e nel tempo aveva visto nascere intorno alcune case fino a formare un piccolo borgo medievale contadino. Allora il luogo era chiamato “Villa di Striano”, intendendo non una casa signorile, bensì la presenza di un “villaggio” citato nel Libro delle Riformagioni del 1290. Gli abitanti di Striano furono coinvolti negli epici assedi che interessarono la rocca di Pulicciano per almeno due secoli tra il XIII e il XV. Da ricordare l’episodio dell’assedio di Scarpetta degli Ordelaffi che nel 1303 circondò la fortezza di Pulciano, da poco tornata fiorentina. Dopo una resistenza di dieci giorni, stava per arrivare la fine, quando ecco all’orizzonte la polvere dei nostri, la cavalleria senza tromba guidata dal podestà di Firenze, Fulcieri da Calvoli. Narra il Villani “…Vennero in Mugello con ottocento cavalieri e seimila pedoni, …e presono senza contrasto il borgo e poggio di Pulciano, e assediarono una fortezza che vi teneano i fiorentini…”. Un altro antico storico, Dino Compagni, ci racconta uno strano episodio. Uno dei capi dell’assalto, il priore Donato Alberti, fuggì a piedi verso le case di Striano ma, essendo cicciottello, si rivelò “tanto lento che fu preso e menato vilmente su un asino con una gonnelletta d’uno villano al podestà, e tanto procurò il podestà che li fu conceduto di tagliarli la testa.”. Le cose andavano così al tempo: processi veloci e sentenze …definitive! Nel 1351 vi fu un nuovo assedio dell’Oleggio mandato dai Visconti. Incendiò Striano, Ronta e Mucciano; poi, si accorsero che il castello aveva un lato “difeso solo da un vile steccato”. L’Oleggio, pur avendo con sé molte truppe, non riuscì a sconfiggere gli assediati, anzi, in uno degli ultimi assalti, un giovane capitano fu ucciso dai difensori e il cadavere fu fatto volare dalle mura sugli assalitori. La cosa destò una grande impressione tra i mercenari che si ritirarono. Intendiamoci, si deve pensare a questi assedi in maniera diversa da quello che si vede nei film; erano scaramucce, combattimenti all’arma bianca, scale ribaltate, resti di animali gettati nei castelli per diffondere malattie, bastonate, sassaiole, scazzottate, morsi, pedate e via dicendo. Anche i sistemi di difesa erano piuttosto grezzi, pur avendo Pulicciano strutture per gli arcieri (le cd bertesche). Talmente grezzi che, e vi rivelo un segreto, nella conca tra Pulicciano e Striano c’era una terribile arma di difesa: balzi inselvatichiti, con piante e rovi a intralciare il passo! Non erano lì per caso, le macchie erano lasciate di proposito a difesa, come scritto negli Statuti della lega di Borgo: “…circa Castrum Pulicciani…nessuna persona predicta possa debba ne ardisca tagliare nessun arboscello… o pruni che fossero…et oltre a ciò non arrischino di pasturarvi capre pechore ne altro bestiame…”. Il fosso qui vicino era insomma selvaggio, e… severamente proibito alle pecore! Nel 1440 vi fu ancora un’invasione con Niccolò Piccinino, ma Pulicciano resistette ancora una volta. Due difensori, Agnolo d’Anghiari e Francesco Duti, s’incontrarono di notte con alcuni abitanti di Striano, e insieme riuscirono a depredare con una sortita le scorte alimentari, cavalli e armi del nemico. Il Piccinino, venuto a sapere delle razzie, abbandonò l’assedio. Le devastazioni subite e la mutazione dei percorsi stradali mugellani indussero poi gli abitanti di Striano ad abbandonare il vecchio paesino, e la zona rimase deserta. Dopo la costruzione di un primo caseggiato nel XVI secolo sulle rovine (una struttura quadrata con torre), si formò la villa con l’acquisto della famiglia Franceschi che ebbe anche il patronato di un vicino Oratorio. Poi arrivò nell’Ottocento Michele Gordigiani, egregio ritrattista allievo del Bezzuoli, che ebbe quattro figli. L’ultima, Giulietta, nacque nel 1871 e frequenterà Striano fin da bambina, sposandosi poi nel 1899 col banchiere e musicista barone Robert von Mendelssohn, il quale abbellì la villa. Uno degli aspetti che più ha mosso la morbosa curiosità popolare, è il fatto che nella villa di Striano abbiano vissuto verso la fine dell’Ottocento, Eleonora Duse e Gabriele D’Annunzio. Dal 1897 al 1904, il grande poeta soggiornava a Settignano e faceva frequenti puntatine a Striano, specie nelle estati roventi. Come rovente doveva essere il suo rapporto d’amore con Eleonora Duse, a sua volta amica dei Gordigiani, e in particolare di Giulietta, di dodici anni più giovane. La ragazza era una virtuosa del pianoforte e aveva una voce d’oro; capricciosa e lunatica, portava in giro una bellezza non comune. In un batter d’occhi D’Annunzio perse la testa per lei. Gli succedeva spesso. La ragazza, però, non ne voleva proprio sapere di cedere le sue grazie a quel vecchierello bassetto. Le malelingue dicono che allora la Duse, pur di tenere vicino l’amato, decise di “anticipare” il (futuro) tradimento del poeta donnaiolo. Eleonora al tempo si portava Giulietta nei viaggi all’estero come pianista, e la ragazza subiva il fascino della diva. Così, la convinse a cedere alla corte nemmeno troppo elegante del poeta. Non voglio essere sfacciato e dire che iniziò un piccante rapporto a tre, un triangolo di fuoco; di sicuro, però, c’era nell’aria una strana tresca che durò mesi, almeno fino a quando… Giulietta non si sposò. Aveva trovato stabilità? Non saprei dirvelo, però in una lettera del 1908 la Duse sottolineava l’abisso che si era ormai creato tra di loro. Che sia poi vera o no la storia del torbido amore (ci sono alcuni indizi in proposito negli archivi del Vittoriale) è indubbio che D’Annunzio fu più di un amico per Giulietta: balli appassionati nella villa di Striano fino a tardi, sorrisi e chiacchierate con risatine e sospiri vari. In ricordo di questa passione, il poeta scriverà l’opera “Il fuoco”, dove c’è pure Giulietta, nelle seducenti vesti della “cantrice” Donatella Arvale, la quale si muoveva “con le reni falcate, con il corpo agile e robusto di una vittoria senz’ali tutta armata della sua verginità”. Quale sarà stato il segreto con le donne di quest’ometto sgraziato? Un grande amatore? Può darsi, più facile che fosse semplicemente l’effetto della sua fama e il fascino romantico e irresistibile della sua poesia.

(di Fabrizio Scheggi)

Chiese, conventi e abbazie

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Preistoria, Etruschi e Romani

I tortelli di patate sono  un simbolo, sempre più conosciuto, della cucina e della cultura mugellana. Parlarne non fa più notizia. Ma il cuoco dell’Osteria del galletto ha avuto un’idea per una ricetta che rivisita e rinnova il famoso piatto e al tempo stesso lo accomuna alla storia se non addirittura alla preistoria del Mugello. Il piatto ligure per eccellenza sono le trofie con il pesto. Per esser ligi alla tradizione assieme al pesto sono d’obbligo i fagiolini e le patate lesse. Il cuoco dell’Osteria ha usato questo condimento per i tortelli mugellani, escludendo le patate che sono già nel ripieno. Ne è risultato un abbinamento delicato e gustoso che ha trovato tanti estimatori. Il piatto non poteva che chiamarsi “Tortello dei Magelli”. Infatti in un’epoca a cavallo tra storia e prestoria è accertato che una tribù Ligure, I Magelli appunto,  migrarono lungo gli appennini e si stabilirono nella vallata del Mugello. C’è chi sostiene che il toponimo Mugello derivi proprio dal nome di questa popolazione ligure insediata nel nostro territorio prima degli etruschi. Probabilmente i Magelli non conoscevano né il pesto alla genovese, né i tortelli alla mugelana, ma l’unione tra queste due prelibatezze non può che portare il loro nome.

(P. Mercatali)

La Flaminia, strada costruita dai romani, da Bologna saliva nei pressi dell’attuale Passo della Futa, attraversava il Mugello e arrivava a Fiesole. La strada seguiva un percorso già tracciato dagli Etruschi e da altre antiche popolazioni. Su un percorso totale da Bologna a Fiesole di circa 94 km, si possono contare, da Bologna al fiume Sieve (località Bilancino) ben 71 chilometri seguendo un tracciato tutto di cresta con lievi pendenze e perfettamente in asse con la direttrice voluta: da Bologna (m 54) sale al Poggiaccio per 50 km, poi scende per 21 km fino al fiume Sieve (m 206), nei pressi della località Bilancino. Si tratta di un vero e proprio “ponte naturale” fra i due versanti, indubbiamente frequentato dagli Etruschi, soprattutto nell’epoca della loro massima espansione in Pianura Padana (secc. VI e V a.C.). A questo punto il percorso più lineare, dopo avere attraversato la Sieve ad ovest del Bilancino, per evitare le paludi più a est, saliva verso San Giovanni in Petroio, fino al Trebbio (m 435) e ridiscendeva a Tagliaferro (m 250). Da questa località le possibili piste verso Fiesole potevano essere due. Una lungo la valle del torrente Carza dove, oltre Vaglia saliva sul versante ovest di Poggio Torricella fino alla località “L’Uccellatoio” (m 489); da qui ridiscendeva fin oltre Trespiano (m 266), poi, dopo la Lastra, volgeva verso il torrente Mugnone (m 100) raggiungendo Fiesole.. Un’altra, attraversato subito il torrente Carza, iniziava la salita sul versante opposto verso Briano, Casa Altare, passando per Bivigliano (m 585), Poggio Capanne (m 608), Vetta le Croci (m 516) e Montereggi (m 441). La storia ci insegna che Fiesole e Felsina sono stati i capolinea dei maggiori traffici commerciali fra l’Etruria tirrenica e l’Etruria adriatica e la fortuna economica di queste due città è derivata, appunto, dalla loro posizione ai piedi dei due versanti appenninici. Una importante testimonianza della presenza etrusca su questo tracciato si ha dal ritrovamento, murata all’interno di una torre nel castello del Trebbio, di una stele etrusca in arenaria di forma trapezoidale, rastremata verso l’alto, decorata con una figura di guerriero, databile al VI secolo a.C.  Una stele attribuibile alla stessa arte locale e allo stesso periodo fu ritrovata a Sant’Agata. Passando al versante nord presso Firenzuola furon trovate nel 1728 rovine di un tempio etrusco tra cui si raccolsero una statuetta arcaica e due lamine, una di piombo e l’altra di bronzo, recanti ciascuna una iscrizione etrusca. La frequentazione di questo percorso in tempi antichissimi è inoltre attestata dalla scoperta  di tre castellieri celto-liguri al Monte Bastione, a Poggiaccio ed a Poggio Castelluccio, allineati sul percorso ed in vista uno dell’altro. A Poggio Castelluccio sono state rinvenute tracce di un abitato dell’età del ferro. Il luogo esplorato presenta tracce di un antichissimo insediamento e numerosissimi frammenti di ceramiche di impasto del tipo diffuso in Etruria settentrionale a partire almeno dal IX – VIII secolo a.C. Seguendo sempre la dorsale da Poggio Castelluccio verso nord, la sua antichissima frequentazione èi confermata anche dal ritrovamento, più a sud di Monte Venere in località Sassorosso, di una fornace per laterizi, la cui utilizzazione è cessata fra il 330 a.C. ed il 130 d.C., visto che la datazione dei resti dei carboni rinvenuti nel fornello è compresa in questo ampio periodo di tempo. È attendibile quindi che il primo impianto sia stato costruito dagli Etruschi poi riutilizzato dai Romani.

Un evento che conferma la presenza, se non la permanenza degli etruschi sull’Appennino Tosco-Emiliano, o meglio, su quelle Alpi Fiorentine che sovrastano e penetrano il Mugello, nel territorio del Comune di Firenzuola.

La scoperta di 16 bronzetti, fatta da un socio del Gruppo Archeologico di Bruscoli, nel territorio del Comune di Firenzuola, sul versante del Fiume Setta, se di per se può sembrare l’ennesimo ritrovamento di reperti  archeologici già noti, in realtà rappresenta una nuova porta aperta alla conoscenza di questi monti Appennini nel loro ruolo di unione tra differenti entità territoriali e culturali. La scoperta sembra la fotocopia di un altro evento, quello del Lago degli Idoli del Monte Falterona, ove dagli inizi dell’800 sono venuti alla luce, in una situazione geomorfologica del tutto simile, più di mille bronzetti, dei quali, quelli salvati al saccheggio, sono esposti al Museo Archeologico di Bibbiena. Questo abbinamento valorizza la scoperta odierna, perché consegnata intonsa ad una indagine scientifica sotto la supervisione della Soprintendenza e che quindi può partire da una situazione non inquinata da precedenti rozze depredazioni commerciali come fatte al Falterona, secondo Warden “svelato troppo presto”. Forse gli specialisti e gli estimatori coinvolti nell’evento son un po’ vittime della loro passione per la conoscenza del passato e di tutto ciò accaduto in principio, ma la visione è paragonabile ad una stanza buia, i nostri monti, ove si accendono delle fievoli luci che ancora non svelano nulla ma, sempre citando Warden, pongono degli interrogativi. Questo territorio come altri crinali appenninici, sono da sempre terre di confine ove le persone passano e poche si fermano ove la grande storia non lascia pagine scritte, ma dove restano comunque tracce che parlano sempre della storia di uomini. La scoperta offre l’occasione per capire, questa volta il tempo degli Etruschi. Il fatto rappresenta anche una esemplare sinergia che inizia con il senso di responsabilità civica dello scopritore e del proprietario dei terreni interessati, prosegue con l’impegno del Gruppo Archeologico di Bruscoli e della ex Soprintendenza Archeologica della Toscana, con il sostegno ed il patrocinio del Comune di Firenzuola e certamente quello del P. Gregory Warden, in collaborazione con la Facoltà di Architettura di Firenze, il CNR, ed altri soggetti del mondo scientifico-universitario che hanno mostrato interesse ad entrare nell’avventura.

Una statuetta votiva di guerriero prima del restauro, stimato  del V-VI sec. A.c.

Il Lago degli Idoli è situato sul monte Falterona nel Parco delle Foreste Casentinesi nel Comune di Pratovecchio vicino al confine di quello di san Godenzo. Si tratta del più grande sito votivo etrusco mai rinvenuto. Venne scoperto casualmente nel 1838 da una pastorella, che rinvenne la statuetta dell’Ercole, attualmente al British Museum. Nell’estate dello stesso anno (1838) una società appositamente fondata tra i proprietari dei terreni dette il via agli sterri che portarono al rinvenimento di oltre 650 statuette votive e a migliaia di altri reperti in bronzo e ferro (armi). Nello stesso tempo venne completamente svuotato il piccolo stagno, noto fino ad allora come “lago delle ciliegeta”: il sito da quel momento venne denominato Lago degli Idoli. Il lotto dei reperti venne offerto in vendita al Granduca, che però rifiutò. Poi, a più riprese nel corso della II metà dell’800, i pezzi andarono all’asta: delle oltre 650 statuette, oggi solo per una ventina conosciamo l’ubicazione, ossia i prestigiosi musei del Louvre, del British Museum, della Biblioteca Nazionale di Parigi e della Walters Art Gallery di Baltimora. Dopo un poco fruttuoso tentativo di scavo nel 1972 ad opera della Soprintendenza, il sito è stato oggetto di un complesso progetto di ricerca interdisciplinare, che ha unito all’aspetto storico-archeologico anche quello ambientale. Dal 2003 al 2007 gli scavi, diretti dalla Soprintendenza, hanno interessato l’intera superficie del sito. Gli scavi hanno portato al quasi inaspettato rinvenimento di oltre 100 statuette votive bronzee oltre che di migliaia di reperti in bronzo e ferro e di altre categorie di oggetti, sconosciute ai ritrovamenti ottocenteschi, quali statuette di animali, vaghi di collana in pasta vitrea, strumenti in selce lavorata e piccole lamine d’oro incise.. L’analisi dei reperti ha permesso di stimare l’arco di vita del santuario fra il VI e il IV sec. a.C. La sua importanza, oltre che dalla probabile interpretazione dello specchio d’acqua come sorgente dell’Arno (l’attuale Capodarno dista solo alcune centinaia di metri) è probabilmente dovuta dal trovarsi lungo un’importante viabilità transappenninica e dalle caratteristiche dell’acqua, ritenuta in qualche modo medicamentosa dagli etruschi (come si intende dai votivi anatomici rinvenuti, quali gambe, piedi, braccia e mani in bronzo). Tutti i reperti rinvenuti fra il 1972 e gli scavi 2003-2007 sono esposti presso il Museo Archeologico del Casentino “Piero Albertoni” a Bibbiena.

Dal Medioevo al Settecento

Pier Luigi Farolfi, cultore di storia locale originario di Portico di Romagna, ha iniziato oltre vent’anni fa a interessarsi della storia del brigantaggio romagnolo nel decennio successivo alla prima guerra d’indipendenza (1848-49). Le sue ricerche si sono svolte presso gli Archivi di Stato della Toscana, prevalentemente in quello di Firenze, e presso gli Archivi romagnoli, fra i quali l’Archivio del Comune di Modigliana e quello della Diocesi di Faenza-Modigliana. Il titolo del libro (“Facinorosi pontifici – Storie di briganti fra Legazioni e Granducato”) riprende la definizione coniata dai funzionari statali toscani per identificare i banditi provenienti dallo Stato della Chiesa. L’Autore ha portato alla luce materiale inedito, tra cui molti documenti delle autorità e delle forze dell’ordine del Granducato, in particolare della sottoprefettura di Rocca San Casciano, e atti dei procedimenti penali a carico dei briganti e dei loro fiancheggiatori. Accadeva infatti con frequenza che le bande armate del Passatore, di Lazzarino, di Lisagna sconfinassero dalla Romagna pontificia nella Romagna toscana fino all’Alto Mugello, sia per trovarvi rifugio e accoglienza, a volte forzata e a volte compiacente, sia per compiere anche in queste terre assalti e ruberie. Le vicende narrate si svolgono quindi prevalentemente nella Romagna toscana, la parte del Granducato compresa nel versante padano dell’Appennino tosco-romagnolo, detta comunemente anche “lo Stato di sopra” per la morfologia alpestre del territorio, e in parte anche nella Romagna pontificia, ovvero le Legazioni di Forlì, Ravenna, Bologna e Ferrara, dette anche “lo Stato di sotto” per le caratteristiche pianeggianti. Il personaggio principale della ricerca è un sacerdote del quale finora poco è stato scritto, don Pietro Valgimigli, soprannominato don Stiffelone, arciprete della parrocchia di San Valentino, fra Tredozio e Modigliana. In un rapporto ‘riservatissimo’ del capo della pubblica sicurezza al sottoprefetto di Rocca San Casciano, don Pietro veniva definito “capace di ogni delitto, spregiatore delle cose più sacre, dedito soltanto allo sfogo delle più brutali passioni”. Nel rapporto si aggiungeva che il sacerdote aveva creato scompiglio in alcune famiglie “coltivando illecite tresche con donne specialmente coniugate, i mariti delle quali tacciono sul proprio disonore per tema d’incorrere nella vendetta inesorabile di quell’uomo temutissimo da tutti. Trovare le prove per mettere in galera il parroco di San Valentino fu però impresa difficile. Solo nel 1858, sparsasi la voce che il sacerdote stesse addirittura organizzando una banda di malviventi per invadere Tredozio, il ministro dell’Interno del Granducato ordinò di procedere al suo arresto. Non essendoci testimoni attendibili che confermassero i capi d’imputazione più gravi, don Pietro fu condannato a soli tre anni di reclusione, che scontò nel carcere delle Murate. Dopo la scarcerazione non ritornò più in Romagna. Un altro sacerdote colpevole di favoreggiamento dei briganti fu il parroco di Querciolano, don Antonio Tassinari, condannato per questo reato a due anni e otto mesi di carcere e a cinque anni di libertà vigilata. Farolfi elenca inoltre, con meticolosa precisione, numerosi altri preti della Romagna toscana che furono riconosciuti responsabili di comportamenti boccacceschi: i parroci di Galeata, San Zeno, Castrocaro, San Michele a Casanova (Firenzuola), Fantella (Premilcuore), San Jacopo in Ontaneta (Rocca), Castagnara (Modigliana), Cannetole (Portico). Questi sacerdoti subirono sanzioni penali e provvedimenti di sospensione a divinis. Se alcune delle piccanti narrazioni delle gesta di questi sacerdoti potranno far sorridere i lettori, tutt’altro effetto avranno le storie delle rapine e dei feroci assassinii compiuti dai briganti. La strage più efferata fu compiuta il 5 aprile 1851 al Casetto di San Carlo, un podere fra Modigliana e Tredozio, dove gli uomini della banda di Lisagna uccisero con armi da fuoco e da taglio Giuseppe Lombardi e tutta la sua famiglia – moglie, figlio, figlia e genero – perché il Lombardi aveva segnalato alle autorità la presenza in zona di uomini della banda. Una rapina che suscitò scalpore e grande allarme fu quella messa a segno all’alba del 15 agosto 1852 nei pressi del podere Razzolo, “un miglio sopra Bocconi andando verso San Benedetto”. Sette briganti, ciascuno armato di fucile a due canne, pistola e coltello, assaltarono un consistente gruppo di commercianti che tornavano in calesse dal mercato di Dicomano e li derubarono di tutto il denaro che avevano. Compiuta la rapina i banditi si allontanarono lasciando a piedi i commercianti; i loro calessi furono poi ritrovati in cima al monte Busca. In quegli anni, nell’Alto Mugello, gli abitanti vivevano sotto la minaccia continua di assalti e rapine dei briganti che, dopo avere sconfinato dallo Stato Pontificio, arrivavano direttamente o attraverso gli altri territori della Romagna toscana quali quelli di Modigliana, Tredozio e Rocca. Farolfi riferisce di un appello alle autorità del Granducato da parte dei possidenti di Marradi, spaventati dalle bande armate pronte a fare scorrerie sulle loro terre. Riporta anche la notizia che la banda del Passatore, così era soprannominato il brigante Stefano Pelloni, fosse sul punto di occupare Piancaldoli. Pelloni non riuscì tuttavia nell’intento, probabilmente grazie al tempestivo invio da parte del governo di Firenze di guardie e soldati per presidiare la piccola frazione di Firenzuola e per meglio sorvegliare il confine con lo Stato Pontificio. Le bande, peraltro, dopo avere varcato il crinale, si spinsero anche sull’altro versante dell’Appennino, in Mugello e Val di Sieve. Il 17 maggio del 1856 presero d’assalto le locande di Carbonile e Specchio, sulla strada che porta al Passo del Muraglione, fra Dicomano e San Godenzo.

 (di Massimo Ragazzini)

 

È lì dà secoli, ma se ne erano perse le tracce. Sul muro della Vecchia Propositura nella Piazza dei Vicari a Scarperia c’ è un lungo solco. Una cretta, un segno del tempo, un particolare insignificante si è probabilmente pensato e da decenni nessuno ha fatto più caso a quel segno sul muro. Poi l’osservazione e l’intuito di Paolo Gucci, appassionato di storia scarperiese ha fatto capire che quella traccia era ciò che restava di una meridiana spaziale; uno strumento diffuso fin dal medievo e che serviva non a misurare il tempo, ma lo spazio. Indicava i quattro punti cardinali ai viaggiatori e con molta probabilità a tecnici e funzionari che dovevano fare misurazioni, determinare l’orientamento di edifici, fare rilievi e perizie. Si spiegherebbe così anche il fatto di esser collocata accanto al palazzo dei Vicari, principale sede fino all’ottocento, delle autorità amministrative del Mugello. Sempre a cura di alcuni appassionati è stato ora ricollocato lo gnomone, il perno che serviva a proittare l’ombra per dare l’orientamento in base alla posizione del sole. Il Comune di Scarperia e la pro loco, con l’aiuto di alcuni studiosi tra i quali la prof Carla Romby, stanno svolgendo ricerche storiche per ricostruire le vicende di questo strumento, le caratteristiche tecniche e la sua funzione. L’intenzione è quella di presentare al pubblico l’esito di queste ricerche il prossimo 19 novembre e di collocare sotto la meridiana una lapide con un testo esplicativo della sua storia  e delle sue funzioni.

(P.M.)

Nel mese di settembre del 1353 avvenne l’assedio del Castello di Vicorati a Londa da parte del Conte Guido da Battifolle e dei suoi “prodi” uomini. Vicorata, ossia Vicorati in Val di Sieve. Castellare che dà il titolo ad una chiesa parrocchiale (S. Andrea con due annessi, S. Ansano a Londa e S. Michele a Moscia) nel piviere di Rincine, Comunità Giurisdizione a circa miglia toscane due e mezzo a scirocco di Dicomano, Diocesi di Fiesole, Compartimento di Firenze. È  situato in collina la cui base meridionale scorre la piccola fiumana Moscia, dirimpetto al Castello di Londa circa mezzo miglio, contornata tuttora da un forte recinto di mura con porta d’ingresso. Fu già Vicorata uno de’ feudi de’ conti Guidi di Battifolle, confermato ai medesimi da un privilegio del 1220 di Federigo II. Il castello del Pozzo con il suo distretto nell’anno 1337, e Vicorata inclusive, furono venduti dai Conti Guidi a Piero di Gualterotto de’Bardi. Nel settembre 1353 il Conte Guido di Battifolle, avendo raccolto gente de’ suoi fedeli e del conte Roberto Guidi, mentre Andrea di Filippozzo de’ Bardi, signore dei castelli del Pozzo e di Vicorata, era in bando (esiliato – ndr) del Comune di Firenze, all’improvviso di nottetempo vennero armati a Vicorata, e con alcuno di quelli del castello avendo tenuto trattato, il dì seguente entrarono nel primo recinto; sicché Andrea con altri suoi fratelli si rinchiusero nella torre, che il conte si preparava mediante i suoi edifizi a farla tagliare. Ma pervenuta notizia alla Signoria di Firenze, nonostante i Bardi fossero in bando, mandò comando al conte Guido di lasciare quell’impresa, il qual conte sebbene fosse egli stesso bandito della Repubblica, di presente ubbidì agli ordini di quei Signori, i quali poco appresso chiamarono l’una parte e l’altra a Firenze, e dopo aver fatta pace fra loro, le trasse entrambe per grazia di esilio. Ciò nonostante i conti Guidi successori del conte venditore contrastarono più volte ai Bardi quella piccola contea, sino a che nel 1378 cotesti ultimi venderono i castelli del Pozzo e di Vicorata con tutte le loro pertinenze al Comune di Firenze che incorporò tutto al suo contado.

Questa cache è legata ad un episodio di brigantaggio del secolo scorso. Gaspare Lapi, detto “Cencione” per la sua mole, tornava sul suo cavallo da Marradi a Ronta quella sera del 29 Maggio 1874, in una tasca portava i pochi soldi del guadagno di quel giorno di mercato. Giunto in prossimità del Passo della Colla di Casaglia, ad una curva, fu affrontato, derubato e ucciso in un agguato. La cosa fece molto scalpore, vicino al corpo gironzolava un cane: era il cane dei fratelli Pieri che abitavano al Passo della Colla. Del delitto furono incolpati i due fratelli che erano assolutamente innocenti. Non erano tempi di garantismo, nonostante non fossero stati trovati ne’ l’arma del delitto, ne’ i soldi, i due fratelli vennero condannati a 20 anni e rinchiusi nel carcere delle Murate a Firenze. Il minore dei due fratelli si ammalò e la moglie due volte al mese andava a trovarlo A PIEDI e a piedi tornava. Tra andata e ritorno erano un centinaio di chilometri, finché il giovane morì. Anche l’altro fratello stava per fare la stessa fine, ma c’è alfine una giustizia, una sera in una osteria di Marradi un certo Stoppa, fama di fannullone e attaccabrighe, già sbronzo, minacciò un avventore dicendogli: “Bada che lo schioppo che ha ammazzato Cencione ce l’ho ancora!” Furono chiamati i Carabinieri e Stoppa confessò il suo delitto, di cui forse sentiva il rimorso; fu arrestato e condannato e il fratello superstite liberato, ma due innocenti avevano pagato con la vita. I briganti dell’800 avevano un loro codice d’onore e raramente uccidevano le vittime, vedi il famoso Passatore (su questa strada a Maggio si corre la 100 km del Passatore); Stoppa era più un rubagalline da strapazzo che un brigante, forse uccise perché da Cencione era stato riconosciuto. Questa storia veniva spesso raccontata sulle piazze dei paesi nei giorni di mercato dai cantastorie, c’era un certo Gabbanino che con la sua fisarmonica sapeva catturare l’attenzione dei presenti e muoverli fino alle lacrime; dell’episodio resta, sulla statale Brisighellese-Ravennate, una croce di ferro nel punto del delitto alla curva detta per questo “La Curva di Cencione” ed un cartello malandato. La croce è arrugginita, anche il cartello è finito nel dimenticatoio dell’Anas, la fisarmonica di Gabbanino tace per sempre, ma ho voluto ricordare questa storia, perché questo ricordo viva, un ricordo che commosse e commuove ancora le genti del Mugello e della Romagna. Al passo della Colla c’è il Ristorante La Griglia d’Oro, dove si mangia bene, qui si sposano cucina toscana e romagnola, qui confluiscono tortelli e ribollita, cotechino e bistecche, funghi a volontà quando è stagione, dolci fatti in casa, tutto annaffiato da Chianti e Sangiovese (cosa volete ancora?). Per chi vuole farsi un panino/piadina e una birra c’è l’imbarazzo della scelta. Questa cache è dedicata anche agli “smanettoni”, ai patiti delle due ruote. Il Passo della Colla è il punto di ritrovo dei motociclisti che vengono dalla Toscana e soprattutto dalla Romagna, vera patria del “mutòr”. Quando il “team vericol” era ancora composto da solo due componenti venivamo spesso in moto, anche d’inverno, anzi il 1° Gennaio venire quassù e ritrovarsi era quasi un rito: birre, grappini (per me un tè caldo) pacche sulle spalle, e via, si ritornava giù, ognuno dal suo versante, incuranti del freddo, per queste vecchie strade che ad ogni curva raccontano un storia.

Risorgimento e Italia unita

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2° Guerra Mondiale e Resistenza

Sul giornale “Il Galletto” n°1319 del 9/9/2017 è stata pubblicata la lettera con foto di un gruppo di lettori vicchiesi, con la quale invitavano a restaurare le pile del Ponte a Vicchio, che in effetti si presentano assai deteriorate. Un plauso ai lettori-segnalatori, cui “sta a cuore la cosa pubblica”. Se chi di dovere interverrà, raccomanderei di “non alterare lo stato dei luoghi” delle 2 pietre del rinfianco che è proprio di fronte all’entrata del Ristorante “La Casa del Prosciutto”, al di là del muro di spalletta. Si nota ancora (si notava benissimo 20-30 anni fa, quando i licheni non avevano attaccato pesantemente la pietra di punta dell’ultimo concio esterno, – e il tempo non aveva sfarinato la pietra arenaria più chiara attigua a tale pietra-) la faccia di una donna con aureola (la Madonnina), e nella pietra accanto – scalpellata – una falce e martello. La faccia della Madonnina era quella che c’era in cima al ponte passando la sommità, alla quale i viandanti potevano rivolgersi e recitare una preghiera o chiedere qualche grazia o depositare il loro ex voto. Era lì da circa 700 anni, ossia dal 1295 (data di edificazione di tale ponte che collegava Firenze con la “terra nuova” di Vico – ora Vicchio di Mugello -). Perché la medesima è murata sulla pila di rinfianco e non c’è più traccia del tabernacolo sul colmo (vedi ponte di Annibale o altri ponti antichi – vedi anche immagine seguente di altro ponte con il tabernacolo religioso nel bel mezzo-)?  È presto detto, e svelo l’arcano. Accadde nel 1944 che per far passare i carri armati e i materiali bellici inglesi la spalletta e il tabernacolo di colmo furono velocemente demoliti, e tutto finì in Sieve, così come pure la chiesetta del XIII° secolo che c’era dove c’è ora lo slargo a sud (e l’innesto con la strada provinciale), che fu demolita per fare lo slargo di manovra sia ai carri armati, sia agli autocarri militari tre assi, con attaccati al seguito pezzi di artiglieria e altri  mezzi militari.

Dopo la fine della guerra, solo la faccia della Madonnina fu ritrovata in Sieve, e sorse il dilemma sul “dove collocarla”. Dato che stavano eseguendo il rifacimento dei parapetti, l’impresario, il Tecnico (o chi per esso) chiamò il Capomuratore e gli ordinò di far murare tale reperto nel rinfianco della pila del ponte lato sud (così si proteggeva dalle intemperie, ed era di nuovo visibile dal popolo di Vicchio). Popolo che andava e veniva giornalmente, attraversando il ponte; e soprattutto nelle ricorrenze e festività religiose si portava in processione a Montesassi dove -illo temporeesisteva un’altra ampia chiesa. 4 La processione paesana percorreva un’antica strada posta alla destra del Ponte a Vicchio, passava di lato al Castello dei nobili Adimari (con altra chiesetta tuttora esistente di proprietà privata), per inerpicarsi fino all’edificio religioso su in cima al cocuzzolo. Infatti dalla parte in destra della Sieve (fra Sagginale e Cistio per intendersi) esistevano già dal Medioevo le ville o castelli di campagna delle nobili famiglie fiorentine (a memoria i Pazzi, i Gondi, i Michelozzi-Roti, i Salimbeni, giust’appunto gli Adimari, ecc.). I vicchiesi vedevano il volto della Madonnina e si ricordavano quando era posizionata nel tabernacolo in cima al ponte, dove la pendenza si inverte. Il Capomuratore (o Caporale) diede incarico a un muratore subalterno, il quale non potette esimersi dal murare tale immagine sacra nella posizione ove indicatogli (facendosi posto con ferro e mazzuolo) accanto alla pietra principale. Ma siccome era un comunista sfegatato (e all’epoca c’era una fortissima conflittualità politica – al limite del parossismo -, dato che la guerra era appena passata, il ventennio era finito, il Re di Maggio allontanato, i partigiani rientrati nei ranghi e la Repubblica muoveva i primi passi); tale muratore comunistissimo murò la madonnina. Poi disse agli altri operai che con lui facevano il lavoro al ponte: “La Madonnina io l’ho murata, ma nella pietra accanto ho scalpellato il simbolo del mio partito, ossia falce e martello”. E nessuno osò dirgli nulla. Ecco perché a destra c’è la Madonnina (in pietra arenaria marroncina aggredita dal tempo), e a sinistra ci sono la falce e il martello, seppur incrostati da settant’anni di licheni e sporcizia che ne hanno alterato i loro fili originali (come li vedevo nitidamente 20 o 30 anni fa). Non so chi fosse tale muratore (forse non era neanche di queste parti) ma ha lasciato un segno del suo lavoro, e una particolarità che andrebbe preservata come “aneddotica del luogo”, in modo che chi si affaccia alla spalletta proprio di fronte all’ingresso del Ristorante, veda “la Madonnina e la falce e martello”.

Fiorello Marcheselli

La mattina del 10 luglio del 1944 alla fattoria del dott. Aldo Galardi, situata in località Padulivo di Vicchio di Mugello (che era diventata una zona di sfollamento, poiché ospitava circa 150 persone sfollate da Vicchio), si presentò un reparto di oltre 50 soldati tedeschi delle “SS” della divisione Goering, con l’intenzione di saccheggiare bestiame e viveri; vi era oltretutto il sospetto dei nazifascisti, che il Galardi simpatizzasse con i partigiani, che sembrava fossero dislocati sul Monte Giovi. I comandanti tedeschi chiesero con molta superbia alla gente di fattoria, di sfamarsi loro e i propri soldati e mentre stavano mangiando, gli ufficiali furono raggiunti da uno dei soldati che doveva controllare il territorio, il quale li avvisò che in una stalla della fattoria c’erano degli escrementi di cavallo, senza però la presenza degli animali. Dopo un breve interrogatorio di alcune persone i tedeschi vennero a sapere dell’esistenza di un solo cavallo che era stato preso dai partigiani, (qualche fonte affermava invece che gli abitanti della zona avevano nascosto gli animali per evitare che fossero sequestrati dai tedeschi), quindi venne ordinato di recuperare l’animale il prima possibile, pena una tremenda rappresaglia. Una donna si prestò volontaria e nel giro di poco tempo tornò con la bestia.

I tedeschi, rifocillati e soddisfatti, ripartirono portandosi via molta roba che avevano sequestrato, ma poco dopo finirono in un’imboscata, tesa loro dagli stessi partigiani che avevano preso il cavallo. Un tedesco rimase ucciso e un altro ferito, mentre i partigiani si dileguarono nei boschi di monte Giovi. I soldati delle “SS” allora ritornarono immediatamente alla fattoria di Padulivo, dove il dottor Galardi si dedicò anche alle cure del soldato ferito, ma appena finito di curare il soldato, i tedeschi arrestarono tutte le persone che riuscirono a trovare nei dintorni e li fecero assistere ad ulteriori razzie, mentre incendiavano la fattoria e le abitazioni circostanti.

Alla fine i prigionieri (circa un centinaio) furono incolonnati e fatti marciare in direzione di Vicchio. Quando fu raggiunto il luogo dove era avvenuta l’imboscata da parte dei partigiani, le “SS” eseguirono le più ignobili e barbare gesta fucilando 10 civili, compresa la donna che aveva ritrovato il cavallo; l’undicesima  vittima fu il dottor Galardi, nonostante lui stesso si fosse adoperato in mediazioni e prodigato nelle cure verso il  tedesco ferito.

Un fatto significativo che vale la pena rammentare, per come la sorte a volte entra prepotentemente nella tua vita, riguardò un uomo di nome Pier Donato Staccioli, catturato e messo davanti al plotone d’esecuzione per sostituire un altro uomo, il quale fu aiutato da un personaggio che nel frattempo era arrivato con una motocicletta e che aveva mostrato delle carte agli ufficiali tedeschi.

Lo Staccioli, essendo stato di già in guerra nel periodo ’15-’18, capì subito quale sorte gli sarebbe capitata e ai primi colpi di mitra, cominciò a correre gettandosi nel bosco fitto che costeggiava la strada; nella sparatoria fu ferito a un braccio e perse quasi del tutto un orecchio, ma fuggendo riuscì a salvarsi  la vita. Intanto i sopravvissuti furono rinchiusi in una stalla delle vicinanze, dove durante la notte le donne subirono abusi e violenze sessuali, poi la notizia che all’alba i prigionieri sarebbero stati tutti fucilati. Il giorno dopo, cioè l’11 luglio del 1944, quelle persone subirono un altro severo interrogatorio allo scopo di rilasciare ulteriori notizie sui partigiani, ma ai tedeschi non furono date risposte o testimonianze certe e per fortuna quasi tutte furono liberate, tranne 4 uomini e 3 donne (che furono impiegate nelle cucine). Le “SS” utilizzarono invece i 4 quattro uomini rimasti prigionieri per caricare i camion della merce confiscata e alla fine della giornata giustiziarono anche loro; così ché le vittime di Padulivo divennero 15; di seguito i nomi:

Pietro Bastianelli, Mario Banchi, Valeriano Calzolai, Attilio Fibbi, Aldo Galardi, Antonio Gabellini, Maria Giudici, Renzo Gottardi, Annibale Landi, Aurelio Menicucci, Giovacchino Parigi, Renato Poggiali, Nello Santoni, Ettore Zagli, Nello Zagli.

L’eccidio di Padulivo di Vicchio ha rappresentato davvero una delle ferite più gravi che la guerra ha lasciato sul territorio mugellano e come dice il professore Bruno Becchi nel suo libro Scritti sul Mugello: “è necessario ribadire l’inaccettabilità storica della tesi, di chi vorrebbe livellare le responsabilità tra i protagonisti dei due schieramenti, in nome delle sofferenze e delle morti che li hanno accomunati, ignorando le questioni relative alle ragioni ed agli attori, che di quelle sofferenze e di quelle morti sono all’origine”.

Quanto sopra è scritto sulla base di testimonianze di alcune persone discendenti dei sopravvissuti a quell’atroce avvenimento. Un ringraziamento particolare per il loro contributo va alle signore Marisa S. e Teresa M. .

Fabrizio Boni 

Dopoguerra in Mugello

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Civiltà contadina, tradizioni e leggende

Nessuna strada carrabile, un solo sentiero nel bosco, nessuna indicazione per raggiungerla, eppure al Km 49,767 della Ferrovia Faentina si trova un piccolo regno dell’archeologia ferroviaria, un patrimonio così semplice al cospetto dell’ Alta Velocità che sfreccia pochi kilometri più a ovest, eppure continua a resistere come ultimo baluardo di un sistema complesso e laborioso che ha dato vitalità alla linea stessa in un epoca che sembra lontanissima.

Oggi rimane ben poco di un impianto nato in una posizione altamente strategica sull’intero sviluppo della linea. Si trova a 537 m.s.l.m quasi al culmine del tracciato, prima di entrare nella lunghissima Galleria degli Allocchi, valico appenninico, al cui interno la Faentina raggiunge i 577 m.s.l.m. Fino all’entrata in servizio delle motrici Diesel, presso la stazione di Fornello, i treni a vapore arrivavano da Borgo San Lorenzo spinti dalla forza di due locomotive, che superate le salite avevano bisogno di rifornimento e venivano ricaricate grazie alla torre cisterna presente davanti all’edificio della stazione dove il personale delle ferrovie era in servizio e dove il capostazione viveva insieme alla sua famiglia. Poco più a monte, fino al primo ventennio del ‘900 era in funzione la cava dalla quale proveniva molto del materiale costitutivo della linea, e dalla zona di estrazione partiva una linea Decauville di 1,5 km circa, con binari a scartamento ridotto, attrezzata con una serie di vagoncini predisposti a trasportare e scaricare la pietra, attraverso dei frantumatori, su un binario a valle in corrispondenza dell’ingresso all’area della stazione di Fornello per essere poi trasportata ovunque. Spesso una locomotiva trovava rifugio nella poco distante galleria di ricovero, adibita alla manutenzione, al parcheggio o anche alla sosta in attesa di scambio con i treni provenienti dalla direzione opposta. L’edificio della stazione, anche abitazione dei ferrovieri, è completato da un altro fabbricato adiacente che aveva tra le sue funzioni  anche quella di scuola elementare. Fornello è un microcosmo, che è stato vissuto ed è stato luogo di intenso lavoro, un punto di centralità per le case e le fattorie che erano attive nei dintorni ed è stato anche il punto di partenza o arrivo per tanti raccoglitori di castagne che durante la stagione autunnale, utilizzavano Fornello come stazione con fermata passeggeri a richiesta. Il luogo posto a mezzacosta sulle pendici del monte Gattaia sul versante della valle solcata dal torrente Muccione è raggiungibile dal paese di Gattaia percorrendo una strada che dalle case di Molinuccio risale il torrente attraverso il bosco per circa quaranta minuti di cammino, superando due impluvi e costeggiando imponenti opere di sostegno e viadotti ferroviari. Le condizioni dei due edifici principali nel piazzale della stazione sono da valutare con attenzione,  in ottica di un eventuale possibile riutilizzo. L’edificio della stazione è stato completamente smantellato di tutti gli impianti e di tutti gli arredi subito dopo la chiusura, mentre furti e vandalismi lo hanno privato anche di molte porte e infissi, inoltre come da protocollo di sicurezza sono stati murati gli accessi, tranne la porta principale, ed è quindi visitabile al suo interno. Le condizioni strutturali, considerando la totale mancanza di manutenzione da almeno quarant’ anni, non sono pessime, ma i solai del primo piano e buona parte del tetto, parzialmente crollato in una stanza, rischiano di essere compromessi del tutto, in breve tempo, dalle pesanti infiltrazioni. Il fabbricato presenta tutte le caratteristiche costitutive tipiche delle stazioni presenti lungo la Faentina, che venivano costruite seguendo precisi standard sia estetici che spaziali. Le vecchie stanze a servizio del personale ferroviario erano al piano terra, mentre il primo piano era ad uso abitativo dalla famiglia del casellante, infine un piccolo seminterrato non finestrato veniva utilizzato come deposito. Nel marzo 2016, grazie all’associazione Insoliti Sentieri di Firenze, Fornello è stata una meta della 9° Giornata delle Ferrovie non dimenticate. Negli ultimi anni la valle è stata riscoperta da molti appassionati di natura e archeologia ferroviaria tanto da rientrare in molti programmi escursionistici di altrettante associazioni di trekking. In virtù di tutto questo è nata l’ipotesi di un recupero dei fabbricati e dell’intera area. Recuperare la stazione di Fornello, significherebbe porre un importante presidio in un’area sempre meno popolata e a rischio di abbandono, ma anche dare la possibilità a tanti appassionati e un punto di riferimento ai turisti, per vivere e conoscere questo lembo di montagna in tutte le sue peculiarità. Anche ipotizzare la riattivazione della fermata del treno, magari con modalità su richiesta, farebbe di Fornello il fulcro, il punto di partenza o di sosta di tante escursioni, sia in bici che a piedi. Una sorta di centro visite della valle, polivalente, capace sia di ospitare chi viaggia, sia di informare sulle attrazioni che circondano la stazione, sia permettere di dare vita a tanti progetti di campi di volontariato con appassionati pronti a prestarsi alla causa di riportare alla luce un angolo identitario di territorio rimasto nell’oblio per molti anni e creare le condizioni per attrarre escursionisti e cicloturisti sempre pronti a scoprire nuovi percorsi. L’ipotesi di recupero dei due edifici della stazione è dettagliata all’interno della tesi di laurea “La valle di Fornello: proposte di treno trekking e ipotesi di valorizzazione dell’area della ex stazione lungo la ferrovia faentina” disponibile presso l’Università di Architettura di Firenze. Nel maggio 2016, fino al 30 novembre, la stazione è stata inserita all’interno dei Censimento dei Luoghi del Cuore del FAI (Fondo Ambiente Italiano) ed è stato possibile votare online ottenendo grande visibilità, tanto che anche la redazione RAI regionale ha fatto un servizio video nell’ottobre 2016. Fornello è stata tra i luoghi più votati in Toscana, ma col contributo di tutti e il coinvolgimento dei molti appassionati, è stato possibile scalare la classifica e tentare di ottenere un piccolo finanziamento grazie alla soglia raggiunta e ampiamente superata dei 1500 voti. Appuntamento a Febbraio 2017 con la classifica finale del censimento del FAI.

All’inizio di maggio si è ripetuta  la tradizionale “Transumanza primaverile”, con il viaggio della mandria di bovine dalle stalle fino ai pascoli in alpeggio.
La mandria è partita di buon mattino dall’allevamento situato a Dicomano, e con l’aiuto di un gruppo di cavalieri ed amazzoni ha raggiunto, dopo un lungo percorso attraverso un sentiero nel bosco, Monte Giovi. Qui la mandria di vacche gravide è stata sistemata in un pascolo rigoglioso dove rimarrà fino all’autunno. Tutto questo è stato documentato, a cavallo del primo Maggio, da una troupe della televisione pubblica, con l’inviato Robert Dino Lee del Tg3 Rai Toscana che ha seguito e documentato per un giorno l’attività organizzata da una struttura del Sistema allevatoriale, in particolare dall’Associazione Regionale Allevatori (Arat), in collaborazione con la Caf (Cooperativa Agricola Firenzuola-Centro Carni del Mugello) e la locale Coldiretti. Ma ben altra cosa era la transumanza che ogni anno  alla fine di settembre portava i greggi con i pastori e le loro famiglie dai monti del Mugello ai pascoli della Maremma  che  a maggio facevano il percorso a ritroso per tornare  all’alpeggio sull’Appennino. Le greggi provenivano da tutto l’arco appenninico: dalla Lunigiana, dalla Garfagnana, dal Mugello, dal Casentino, dalla Val Tiberina, dal Montefeltro, dal Perugino, ma anche dall’ Emilia attraverso il passo del Cerreto e del Lagastrello, dalla Romagna attraverso la Futa, la Colla di Casaglia, il Muraglione, la Via Maggio. Nella zona appenninica, ai principali assi viari della transumanza si allacciavano strade provenienti dalle regioni confinanti e tanti sentieri a carattere locale provenienti dai villaggi situati in valli secondarie.

Nel Novecento il trasferimento verso la Maremma richiedeva circa 7-10 giorni a seconda delle provenienze; infatti si percorrevano circa 25 Km al giorno fermandosi per passare la notte presso poderi, osterie, conventi o parrocchie dove si improvvisava un addiaccio e si consumava la cena. In cambio dell’ospitalità si lasciava lo stallatico e tutto il latte munto nella giornata che, per alcune osterie poste in luoghi strategici e particolarmente frequentati, rappresentava un vero e proprio affare. Per chi proveniva dalla montagna di Firenzuola e dal Mugello occidentale l’ingresso nei percorsi di transumanza era alle porte di Firenze. I pastori del Mugello orientale, del Casentino, delle valli romagnole del Lamone e del Montone, dovevano transitare dal ponte di Rignano. Qui iniziava il grande asse viario che, conduceva verso Siena e raggiungeva Paganico, punto obbligato per l’ingresso in Maremma per i pastori provenienti da questi territori. Ai primi di settembre erano già pronti gli scarponi con le Bullette le donne avevano ormai finito di preparare pantaloni e giacche di stoffa resistente. Nei paesi della montagna fervevano i preparativi per l’imminente partenza: i carrai provvedevano alla manutenzione di barrocci e calessi, i maniscalchi risistemavano gli zoccoli di cavalli e somari. Gli ultimi acquisti e gli ultimi accordi erano stati presi alle fiere di fine agosto (ve ne erano a Stia, alla Fiera dei Poggi presso il passo del Muraglione, a Vicchio di Mugello). I piccoli e medi proprietari di greggi, i moscetti, avevano da tempo formato una società con una organizzazione in parte simile a quella della grande masseria per semplificare e rendere più convenienti i rapporti con la Maremma: la scelta del pascolo e la contrattazione del prezzo, ma anche la commercializzazione dei prodotti. Essi avevano cura che il potenziale animale si equivalesse perché poi la vendita di formaggio, agnelli, lana, pecore vecchie, sarebbe stata realizzata collettivamente senza distinguere il gregge di provenienza. Ai primi di agosto un moscetto si recava in Maremma per stipulare contratti di affitto con qualche azienda agraria dotata di buoni pascoli. Di ritorno in montagna, la notizia sarebbe diventata di dominio pubblico fra i pastori con le stesse caratteristiche e avrebbe messo in moto tutta una serie di contatti e di verifiche sul- lo stato del bestiame che si sarebbero conclusi con la costituzione della società. Il detentore del contratto sarebbe stato naturalmente il futuro vergaio: suo compito era di sovrintendere a tutti i lavori: conduzione dei greggi al pascolo, distribuzione ed uso dei pascoli, vendita dei prodotti, manutenzione delle strutture abitative, approvvigionamento dei generi alimentari e soprattutto la tenuta dei conti giornalieri e della cassa, il conteggio delle pecore appena arrivati in Maremma. Gli agricoltori, proprietari di piccoli greggi, avevano affidato a qualche pastore gli animali che non avrebbero potuto mantenere nella stagione invernale e che avrebbero ripreso in giugno, aumentati del venti per cento. Caricato il barroccio di indumenti, ombrelli, coperte, reti, lumi a petrolio, talora la gabbia dei passerotti o della chioccia, attaccata la caldaia, i secchi, le ramine, la cola, non restavano che le ultime raccomandazioni di chi rimaneva in montagna. Qui interi paesi restavano pressoché spopolati, affidati alle cure dei vecchi, perché uomini, donne, ragazzi accompagnavano gli animali.

In viaggio

Ogni partenza aveva i suoi riti: a Viamaggio ad esempio, nelle proprietà della famiglia Biozzi, tutti i branchi si riunivano davanti alla chiesa e venivano benedetti, a Razzuolo (Mugello) invece, il vecchio proprietario Sicuteri, contava personalmente le greggi e chiedeva notizie dei capi mancanti; la partenza veniva rinviata finché l’ultima pecora non era stata ritrovata. In testa al branco, come guida e punto di riferimento per tutte le pecore, c’era il castrato con il suo campano, ai lati pastori e garzoni controllavano il corretto andamento del gregge specialmente nei punti in cui la strada attraversava i coltivi, i ragazzi camminavano avanti e seguivano l’itinerario indicato dagli animali che, una volta percorso, non lo dimenticavano più. Oltre ad un ombrellone verde di incerato sotto il braccio ed un sacco di tela al fianco, il pastore portava talvolta qualche agnelletto nato da poco che da solo non avrebbe potuto camminare. Muli e cavalli potevano chiudere la fila. Il capo carovana, le donne e i bambini più piccoli si spostavano generalmente con il barroccio e precedevano il gruppo di circa un’ora. Vi era comunque una varietà nei modi di spostamento determinati dalle diverse condizioni economiche dell’allevatore e dal tipo di percorso più o meno accidentato da effettuarsi. Per esempio tutta la famiglia poteva spostarsi a piedi, specialmente se la destinazione era costituita dalle pianure interne; allora i bimbi più piccoli erano portati a cavalluccio dalle madri o uno per parte nelle ceste sul dorso di un asino. Il passaggio dei greggi più numerosi era spettacolare: momento di attrazione per i cittadini, elemento di orgoglio per i pastori. A Firenze, per esempio, accorrevano a vedere le donne di Firenzuola, le maremmane, che proprio per attraversare la città mettevano tutte un cappello nero. Ma nei centri abitati, in special modo alle strettoie, occorreva particolare attenzione perché i soliti pigionali, approfittando dell’avvenimento, potevano attirare in casa qualche pecora, come si dice accadesse sovente a Borgo San Lorenzo e a Campi. La partenza avveniva la mattina di buon’ora, si dovevano infatti percorrere dai venti ai venticinque chilometri con una sosta per il pranzo. Verso mezzogiorno la carovana si fermava in qualche posto, il gregge riposava, i pastori mangiavano, poi riprendevano la via. La sera trovavano ospitalità presso il podere dove, per consuetudine, erano soliti fermarsi: qui si tiravano le reti per un improvvisato addiaccio, si consumava un pasto caldo con la famiglia, ci si intratteneva a parlare. Il pastore, diversamente dal contadino, aveva visto un po’ di mondo, era venuto in contatto con persone diverse ed aveva quindi tante notizie da raccontare. Spesso ad uno stesso podere si incontravano molti gruppi di pastori e fino a quattro o cinquemila pecore; allora non c’era posto per tutti nella casa ed ognuno si sistemava come poteva. A fine maggio, dopo la tosatura, nel villaggio pastorale si facevano i preparativi per il ritorno in montagna: venivano sistemate le reti per l’addiaccio mobile, accomodati secchi e caldaie, acquistati nuovi campani, marchiati gli animali della masseria. Il castrato, addomesticato a guidare il branco, era stato anche dipinto con motivi simbolici e magici. Al momento di intraprendere il viaggio di ritorno, tutto doveva essere a posto: era molto importante presentarsi in paese con il branco di pecore in buona salute e con l’attrezzatura in ordine per dimostrare il buon esito della stagione maremmana. Gli spostamenti avvenivano preferibilmente di notte per evitare la calura che avrebbe affaticato eccessivamente gli animali. Spesso si faceva coincidere il rientro con una domenica o con una festa religiosa in modo che tutti i compaesani potessero ammirare e festeggiare la masseria che, a sottolineare la gioia del ritorno, offriva ricotta a tutti. Dopo una breve sosta in paese, greggi e pastori salivano all’alpe dove la vita non era poi troppo diversa che in pianura: sorveglianza del bestiame, mungitura, preparazione del formaggio. Qui però, effettuando dei turni, si poteva scendere al paese, partecipare alle fiere e alle feste ed avere quindi un minimo di vita sociale.

Per concludere questa ricostruzione  della transumanza, tratta da un bel saggio della storica mugellana, Lidia Calzolai, aggiungo alcuni ricordi personali. La mia nonna apparteneva a una famiglia marradese (di Campigno per la precisione) che da generazioni pratica la transumanza. D’estate – raccontava la nonna – vivevano a Campigno e l’inverno a Roccastrada in Maremma. Il viaggio durava diversi giorni. I bambini con le donne lo facevano sul barroccio o in carrozza, gli uomini a cavallo seguendo i greggi. La nonna si sposò all’inizio del Novecento e abbandonò la tradizione della transumanza. Ma ricordava di aver fatto in treno gli ultimi viaggi, almeno da Firenze a Siena, mentre gli uomini con gli animali continuavano a spostarsi lungo i sentieri della transumanza. Non erano viaggi facili e nemmeno la vita in Maremma era agevole e priva di pericoli. Oltre che dalla malaria quella terra era infestata dal brigantaggio. La nonna raccontava sempre un breve anedotto. Ogni anno quando arrivavano a Roccastrada veniva a far visita un signore, basso di statura, ma ben vestito e gentile. Si fermava brevemente a parlare con il babbo in una stanza dove nessuno poteva entrare. Poi salutava con cortesia per ripresentarsi l’anno dopo. Solo molto tempo dopo la nonna seppe che quel signore era Bachicche, uno dei più temibili banditi maremmani, citato in molti saggi sul brigantaggio, che veniva a riscuotere il “pizzo” in cambio della sua “protezione” sui greggi,  i pascoli e i percorsi della transumanza. Altra storia che la nonna raccontava era quella delle liti che si ripetevano a suon di carta bollata (e forse non solo di quella) con i Sicuteri, gli allevatori di Razzuolo citati nel saggio di Lidia Calzolai, per questioni di confini, di diritti sui pascoli e di servitù di passo, indispensabili per la transumanza.

Pietro Mercatali

Territorio in trasformazione

“Magari!” dirà qualche lettore alle prese come tutti con i costi della benzina e gasolio ormai saliti alle stelle, per cui 1 litro di tale derivato petrolifero è più caro di qualche buon vino locale (ed io sono fra quelli che predilige il vino – con moderazione) alla puzzolente benzina. Eppure i geologi dell’ENI negli anni ’80 (mi fu detto con immagini satellitari) videro una macchia sulla crosta terrestre – ipotizzarono fosse un giacimento di petrolio – qui nel nostro Appennino, esattamente di fronte a Santa Lucia, Località “Pallereto”. D’amblè fu issata una trivella petrolifera (vedi foto sotto l’articolo) e cominciarono a perforare, previa costruzione di campo base per gli operai e tecnici con decine e decine di operatori, della ENI o Saipem.  E le trivellazioni andarono avanti anni e furono anche molto profonde (mi pare arrivassero a 7.400 metri, ma non vorrei sbagliarmi), non in terra molle ma di roccia e con mille difficoltà. Quasi nessuno in Mugello seppe di tali prospezioni petrolifere se non gli addetti ai lavori. La notevole torre petrolifera (35-40 mt di altezza) fu montata di lato all’Hotel di Pallereto e si ergeva in mezzo al bosco, nella collina a sinistra dell’Hotel e del grande lago, disboscata e spianata all’uopo. La torre fece mostra di sé per 2-3 anni, ossia il tempo che fu necessario per trivellare alla ricerca del prezioso liquido nero. Come era stata tirata su, fatte le prospezioni e non avendo trovato nulla di nulla (la macchia era solo una congettura geologica degli studiosi), fu smontata, il terreno livellato, il campo delle decine/centinaia di operai e tecnici ENI o Saipem dismesso; e mai ci fu lo spruzzo di petrolio dalla torre, e il sogno del petrolio mugellano finì lì. Strano posto Pallereto. Ci si arrivava da una strada sterrata e malmessa, posta a sinistra prima di Santa Lucia. Oppure da una strada che passava di lato al cimitero germanico della Futa e poi scendeva fino all’Hotel Pallereto; all’epoca vera cattedrale nel deserto. Prima di giungere all’Hotel c’erano (e ci sono ancora) 2 villette nel bosco, scendendo a sinistra. O a chi era venuto in mente di costruire un complesso notevolissimo in tale deserto? L’Albergo aveva 50 camere, cucina, sala ricreativa, spazi ludici diurni, famoso grande lago per la pesca sportiva, campo di calcio, 2 campi da tennis, piscina con trampolino, campo di calcetto e altri vari spazi e edifici di servizio. Era stato edificato con tale notevole numero di accessori verso la fine degli anni ’60 quando sembrò certo che l’autostrada sarebbe stata dotata di un casello e bretella per collegare Firenzuola e la Valle del Santerno. La politica del periodo decantava detta variante, e quindi ci fu chi si accaparrò i terreni lungo il tracciato progettuale di tale “nuova” autostrada, e cominciarono ad edificarci per battere sul tempo la concorrenza, e nacque l’Hotel Pallereto, le 2 villette, ecc. Poi l’ingranaggio si bloccò. Del raccordo fantomatico si parlava – sì – ad ogni elezione ma ormai erano cambiati i tempi, le persone; e mai è stato realizzato. Pallereto è rimasto come struttura multipiano sul costone di una montagna, so che è stata compravenduta qualche tempo fa, ma francamente non so se è operativo o se abbandonato a se stesso, così come tutte le dotazioni sportive e il grande lago. Se fosse operativo, certo se ne sentirebbe parlare, ci sarebbero pescatori che vanno a pescare o clienti che vanno ad alloggiarci; però nessuna voce “di valle” corre al riguardo. Probabilmente tale mastodontico edificio non ha acquisito quella utilizzazione per la quale fu edificato senza parsimonia e con notevole inventiva, pensando a un futuro che poi non si è avverato. Recentemente è stato fatto sì il raccordo autostradale, ma collega Santa Lucia, e con Pallereto non c’entra nulla. Il petrolio in Mugello non fu trovato, e il sogno di “Cortemaggiore”, o degli ingenti giacimenti della Agip (che era stata creata dal famoso Enrico Mattei negli anni ’50) non si avverò per la nostra valle.

(Fiorello Marcheselli)

Foto della trivella petrolifera, esattamente del 10 agosto 1985

Storie e curiosità mugellane

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Personaggi mugellani

Dino del Mugello (o Dino Mugellano; propr. Dino Rossoni) fu un giurista italiano (del XIII sec.) nativo del Mugello, addottoratosi a Bologna e poco dopo divenuto professore di diritto civile a Pistoia (1279), quindi a Bologna (1284) e più tardi forse anche a Siena.

Nel 1297, chiamato da Bonifacio VIII a Roma, forse per una generale revisione del Sextus, pare abbia compilato il titolo di De regulis iuris, ricavato in gran parte dal diritto romano.

Tornato l’anno seguente a Bologna, vi morì poco dopo.

Nella sua opera scientifica (Additiones al Digesto, un apparato al De regulis iuris del Liber Sextus, un trattato De actionibus e altre minori monografie, celebrati consilia, ecc.) mostra i primi segni di un critico distacco dalla metodologia della glossa accursiana.

Mugello, terra di facezie e scherzi. Il famoso Pievano Arlotto di San Cresci a Macioli (Pratolino) è diventato famoso per le sue burlerie che faceva anche a gente altolocata (famosa la scommessa, che vinse, con il Medici, Signore di Firenze, che avrebbe fatto passare sotto il naso dei gabellieri un maiale intero, da Porta San Gallo – o Porta Bologna -, senza pagare una fiorino di tasse). Era uomo di cultura, che aveva viaggiato nel nord Europa (mi pare anche in Inghilterra) e aveva ampi orizzonti. Proprio la scorsa estate tale personaggio fu oggetto di rappresentazioni teatrali itineranti piacevoli, con gli ottimi attori Paoli (l’Arlotto), la Signora Vallini (Perpetua), l’oste, e altri bravissimi personaggi. Assistetti alla commedia all’aperto sotto le stelle alla Fattoria Palagiaccio di Senni dei Signori Bolli, e fu un successone (era presente anche lo studioso di storia locale Aldo Giovannini, e tanti altri personaggi di spicco del Mugello e di Borgo). Ma torniamo a noi, alla paletta della cenere; e non divaghiamo. Qui voglio narrare di un altro pievano, e della facezia (scherzo) cui fu oggetto nei primi anni ’50 dello scorso secolo, in una canonica di una grossa frazione di un comune accanto a Borgo. Era un uomo di mezza età, amante della buona tavola, aveva una “perpetua” che lo assisteva, pure essa di media età. Le voci dicevano che fosse rimasta vedova durante il passaggio del fronte e -non avendo figli – si fosse posta al servizio del curato per accudirlo (come si conveniva all’epoca) quando il curato era la figura principale della frazione. Successe che al religioso fu portata da un Guardiacaccia della selvaggina che aveva sequestrato a dei bracconieri (graziandoli per non avergli portato via anche il fucile). Il religioso – ben lieto di tale considerazione e dono -, invitò il Guardia a pranzo da lui di lì a pochi giorni 2 – appena finita la frollatura -, per godere insieme di tale ben di Dio. La perpetua (ottima cuoca) si indaffarò già da 2-3 giorni prima dell’evento nella preparazione del pranzo, con sfoglia fatta in casa sulla spianatoia, sughi sopraffini, ecc. Detto pranzo fu un successo tanto furono prelibate le pappardelle sul sugo di lepre fatte in casa, il fagiano arrosto con contorno di patate novelle, e vini e caffè, e ammazzacaffè – Sambuca con la mosca -, ecc. Correva anche “voce di popolo” che tale prete si facesse accudire dalla perpetua non solo per gli aspetti alimentari, pulizia della persona, pulizie della canonica, della chiesa, ecc.; ma che la medesima facesse dei servizi -oserei dire- ancor più completi al religioso. Il Guardia (che era un filone, furbo come le volpi delle quali faceva grande strage all’epoca in quanto erano considerati “animali nocivi”), volle levarsi la soddisfazione di “accertare” se le voci della relazione fra curato e perpetua fossero vere, o solo menzogne di lingue maledicenti. Sul finire del pranzo luculliano anzidetto, chiese licenza per andare al licitte, o “luogo di comodo”, o 3 latrina, o chiamatelo come Vi pare (WC è termine inglese venuto dopo). Passò dalla cucina e vide la paletta della cenere, la prese e passando davanti alla porta della stanza della perpetua, la aprì, pose la paletta sotto le lenzuola del suo letto rifatto, e richiuse la porta. Poi andò al licitte, fece quello che aveva da fare e tornò in sala da pranzo, dove si trattenne in piacevole conversazione con il curato. Tornò in tale frazione e alla canonica la settimana dopo (all’epoca ci si spostava a piedi), fu invitato a bere un bicchierino, ed egli accettò. Incidentalmente il curato gli chiese “O Guardia, ma che ha visto per caso la paletta della cenere che gl’è una settimana che la si cerca e la un si trova più ??? Eppure quando la venne a desinare la settimana scorsa, la c’era !!!”. Il Guardia ebbe la “prova provata” che desiderava. La storia poi trapelò e ricordo che veniva raccontata 50 anni fa alle veglie, ai pranzi delle battiture fra una risata e un’altra (o un ammiccamento). Non c’erano altri divertimenti, se non ridere sanamente di scherzi e facezie. Ho conosciuto il Guardia e ascoltato dalla sua viva voce il racconto con dovizia di particolari. So qual è la canonica, qual è la frazione, e so anche qual era il nome e cognome del curato che reggeva all’epoca la medesima. Ometto tali nominativi in quanto (pur essendo passati oltre 60 anni) non vorrei suscitare un putiferio fra i parenti del curato, quelli del Guardia o quelli della perpetua (che anche loro conoscono, eccome, questa storia vera), così come le persone di una certa età (chiedete e Ve la sentirete raccontare). Per il vero la storia dopo l’accadimento fu “accomodata”, e una versione dice che fu la donna delle pulizie a mettere la paletta nel letto, perché gelosa delle attenzioni che il curato riservava alla perpetua, e non a lei (gelosie fra donne). Ipotesi fantasiosa in quanto che bisogno c’era di una seconda donna in canonica??? La perpetua bastava eccome!!! Forse tale versione fu messa in giro per proteggere il Guardia. 5 Fatto sta che quando la storia si seppe in Piazza Duomo a Firenze, nel palazzo dell’Arcivescovado, non risero per nulla. Da lì a poco il curato fu “trasferito”, nessuno mi ha mai saputo dire “dove”, e non so se si portò nella nuova assegnazione anche la perpetua, e la paletta della cenere. Sì, perché all’epoca chi sgarrava veniva punito eccome (era un altro mondo). Ricordo che nei primi anni ’60 i Carabinieri avevano il terrore di essere puniti e mandati in Barbagia (o a Orgosolo) in Sardegna, dove agivano i banditi sardi e tutte le settimane c’erano sparatorie e morti. Altro luogo che terrorizzava era il confine con l’Austria, il Brennero e Friuli; dove c’erano attentati continui degli indipendentisti e i Carabinieri ne facevano le spese con morti e feriti (ricordo in un attentato ne morirono 5). Il “trasferimento” per contenere le sgallettature di individui pieni di sé, oppure per punire chi aveva sgarrato; era quindi all’epoca praticato sia a livello religioso, sia civile, sia militare. Ma questa è un’altra storia e nulla c’entra con quella -vera- della “paletta della cenere”.

(di Fiorello Marcheselli)

È giusto in questa sede, dove parlo dei personaggi mugellani, rivalutare ogni tanto anche gli artisti più famosi che hanno onorato la valle con la loro presenza e la loro bravura; non vanno assolutamente dimenticati. Oggi parlerò quindi di Pietro (o Piero) di Nello, detto da Rabatta, in onore della piccola frazione vicino a Borgo San Lorenzo dov’era nato. L’anno in cui vide i natali dovrebbe essere il 1345 o giù di lì, e questo perché era maggiorenne nel 1375, almeno secondo una nota conservata presso l’Archivio di stato fiorentino (Diplomatico, Gesuiti). Negli stessi anni in cui Pietro nasceva, moriva a Firenze il grande e famosissimo giudice Forese da Rabatta che si era fatto onore con il suo sapere e numerose cariche di prestigio. Evidentemente, Rabatta è proprio una frazione che “butta bene”! Pietro di Nello non tardò a cambiare il nome assumendo il patronimico, come si cominciava a usare al tempo, diventando così Pietro Nelli. Magari, anche Giotto, se fosse nato un secolo dopo, si sarebbe chiamato Giotto o Ambrogio “Bondoni”. Comunque sia, sono convinto che la figura del Maestro conterraneo segnò e condizionò almeno in parte le vicende della sua vita, e non poteva essere altrimenti. S’incomincia con la passione per la pittura, perché anch’egli fu ingoiato dal profondo solco artistico scavato in Mugello da Giotto mezzo secolo prima e che invogliava all’arte e alla gloria tanti giovani locali. Si pensa che Pietro abbia frequentato la scuola dell’Orcagna, ed è probabile che in particolare sia stato seguito da Jacopo di Cione, uno dei suoi fratelli. Vero è che, come Giotto, mostrò subito una certa indipendenza dalla bottega, ingentilendo le forme affrescate rispetto alle indicazioni ricevute, come aveva visto fare ad altri illustri artisti del calibro di Bernardo Daddi, altro grande pittore mugellano. A questa prima fase d’attività sono legati lavori all’Antella, a Signa (1366), a Le Campora (1372) e anche a Bagno a Ripoli, dove collaborò col ”Maestro di Barberino” negli affreschi dell’oratorio di Santa Caterina delle Ruote. Grazie a questi primi successi e consensi, iniziò nel 1375 (secondo un’antica iscrizione), la realizzazione di un polittico per decorare l’altar maggiore del Santuario dell’Impruneta, e che si trova ancora lì. Lo fece con la collaborazione e guida di Niccolò di Pietro Cerini che diventò poi il suo vero Maestro. Non sappiamo quando Pietro finì il lavoro, però è certo che il pagamento avvenne solo molto tempo dopo, nel 1384, quando ricevette la somma per la «dipintura … nella tavola della pieve di Santa Maria Impruneta”; la ricevuta era firmata “Piero di Nello”. L’insegnamento di Niccolò di Pietro Cerini, unito alle sue capacità, aveva già formato lo stile del mugellano, uno stile personale, decorativo e figurativo. Ci sono molti episodi nella vita di Pietro Nelli che confermano con forza la sua origine e la profonda anima mugellana. Il primo è il desiderio di sposarsi con una ragazza delle sue terre, appunto il Mugello, e questo avvenne quando s’innamorò di Francesca Matini, la figlia di uno stovigliaio che abitava nella sua stessa piccola frazione, Rabatta, proprio poco distante dalla casa dov’era nato. Forse, erano addirittura cresciuti insieme e si erano frequentati fin da ragazzi, non lo possiamo sapere ma è probabile. La sposò per un matrimonio che fu felice, proprio come lo era stato quello di Giotto. Il 28 aprile 1382 Pietro s’iscrisse all’Arte dei medici e degli speziali, corporazione alla quale aderivano i pittori fiorentini. Nello stesso anno il suo nome compare in un rogito, e inoltre risulta che abitasse in Firenze nel popolo di San Pier Maggiore. La sua carriera continuò spedita, affrescando chiese a Firenze, ma anche in Mugello. In quello stesso anno 1382 realizzò, per una certa monna Niccolosa del Maestro Lodovico (cfr.Niccolai) la “Madonna col Bambino tra angeli e santi Antonio da Padova e Ludovico di Tolosa” che si trova nella parete sinistra della chiesa di San Francesco a Borgo San Lorenzo, purtroppo in uno stato di conservazione non buono. Altri dipinti furono realizzati in Mugello, sia a Borgo San Lorenzo sia a Cardetole (tavola e affresco di San Macario del 1399) e Schifanoia. E questo è il secondo episodio che dimostra l’attaccamento alla sua terra, dove volle lasciare (come risulta da vari documenti) un segno tangibile con diverse opere, come del resto fece anche Giotto; e purtroppo, in entrambi i casi sono andate in gran parte perdute. Siccome non sono un esperto d’arte, vi risparmio di parlarvi di gusto tardogotico, stile monumentale, disegno fluido dei contorni, di modellati, sagome e chiaroscuro. Pensa a quanta fortuna che avete. Dirò solo che il lavoro del solido Pietro continuò con gran furore in mezzo a continue commissioni, proprio come successe a Giotto. Operò in S. Domenico del Maglio, nella chiesa di Ognissanti a Firenze, nella basilica di S. Miniato al Monte e presso il convento di S. Croce. Ma ecco che, come un fulmine a ciel  sereno, arrivò un ordine di cattura emanato dagli ufficiali dei dazi della Repubblica fiorentina. Non sappiamo cosa fosse successo, fatto sta che il nostro fece armi e bagagli e si riparò nel nativo e protettivo Mugello, terzo episodio d’attaccamento viscerale alla terra natia. Era il 1407, e in quegli anni realizzò nella valle, come detto, molte opere ora perdute. Fu una parentesi solo di qualche anno, perché nel 1411 risultava iscritto alla Compagnia de’ Pittori fiorentini e residente nel popolo di Santa Maria Alberighi (tra Piazza del Duomo e via del Corso). Verso il 1416-1418 dipinse presso lo Spedale di Bonifazio, e forse fu quello uno dei suoi ultimi lavori. Pietro Nelli morì, infatti, il 9 settembre 1419. Dopo la morte, fu dimenticato da tutti, tanto che il Vasari e il Baldinucci non ne fanno cenno. Eppure, grazie alle ricerche del Milanesi, è riapparsa una fulgida stella artistica del Mugello. Lo studioso partì dal ritrovamento nella sacrestia della Pieve di S. Maria all’Impruneta della ricevuta di pagamento per i lavori realizzati nell’edificio, quella del 1384 di cui si diceva. Pietro Nelli da Rabatta non fu un genio e un grande innovatore come Giotto, ma sicuramente un grande artista che ebbe la scuola giottesca come punto di riferimento; non diventò famoso come Giotto, ma come lui guadagnò tantissimo e seppe farsi apprezzare dai committenti. E poi, esattamente come il grande Maestro, ebbe un solido, incrollabile attaccamento alla terra natale, dove acquisì anche lui dei poderi (quello di Rabatta fu donato alla Compagnia del Bigallo). Infine, risulta che anche lui diede una ricca dote in occasione del matrimonio della figlia, proprio come faceva Giotto che, almeno così si dice, si armava di fiorini sonanti per convincere i riluttanti e assai poco “spasimanti” a sposare le figlie bruttarelle. Immagino che Pietro lo fece, invece, solo per amore paterno, e non perché la figlia stentava a trovare marito. Perché su questo una differenza con Giotto la vorrei trovare; mi piacerebbe per una volta che almeno una soddisfazione, il simpatico e dimenticato Pietro se la fosse tolta. E allora spero vivamente che sua figlia, a differenza di quelle del Maestro, fosse notevolmente più belloccia.

(di Fabrizio Scheggi)

Pochi uomini hanno segnato la storia della Mugello come seppe fare Ottaviano, personaggio controverso, appartenente alla famiglia feudale ghibellina degli Ubaldini, con origini nel feudo della Pila a nord di Montesenario. Figlio di Ugolino d’Albizzo e di Adala (o Adelaide), nacque verso il 1213, fu fratello minore di un altro feudatario famoso, Ubaldino della Pila (che, si dice, veramente goloso e di corporatura mastodontica) e zio di Ruggieri degli Ubaldini, altro arcivescovo celebre. Come spesso accadeva al tempo, compì i suoi studi all’Università di Bologna per poi intraprendere la carriera ecclesiastica. Ordinato prete da Papa Gregorio IX, nel 1236 era già arcidiacono a San Petronio, arcivescovo di Bologna nel 1240 non ancora trentenne (cosa rara), poi suddiacono e cappellano apostolico. Quattro anni dopo, grazie a papa Innocenzo IV, divenne cardinale diacono, presenziò il concilio che deliberò la deposizione di Federico II e fu nominato “legato” in Lombardia e Romagna dove organizzò la difesa contro l’imperatore in Italia settentrionale. Una carriera fulminante, da vero predestinato. Oltremodo ambizioso, potente e temuto, fu uno dei personaggi più famosi e influenti dell’Italia del XIII secolo. Amante dei piaceri della vita (e non solo a tavola), fu cardinale, politico, amico dei Papi, ma anche condottiero ambiguo e forse incapace. Il suo operato condizionò la nomina dei Papi di quel secolo e la politica dell’intera penisola. Nella Curia romana agì nell’ombra guadagnandosi o pagando amicizie “forti”; del resto, non era uomo che si faceva troppi scrupoli. L’appoggio del papato gli poteva tornar comodo per gli interessi familiari, e così finse di dimenticare la fede ghibellina, diventò amico di Gregorio IX e del successore Innocenzo IV esercitando una notevole influenza sul loro operato e sostenendo la causa guelfa. Nella lotta contro Federico II, capitanò infatti in qualità di vescovo l’esercito guelfo dei bolognesi e dei loro alleati contro le città ghibelline della Lombardia. Dopo la sconfitta di Federico II a Parma, Ottaviano passò in Romagna, dove fu incaricato dal papa di recuperare i possedimenti pontifici nella pianura padana. La missione era difficile e “senza portafoglio”. Così Ottaviano chiese la collaborazione, senza esito, delle forze guelfe locali per poi rivolgersi ai bolognesi. L’esercito guidato dall’Ubaldini, nonostante le sue esitazioni, riuscì incredibilmente a riportare alla Chiesa tutte le città romagnole da Imola a Rimini (1248). Poi fece lo stesso in Emilia, mentre nella primavera del 1250 fu a Venezia e Ferrara per organizzarne la difesa. Anche dopo la morte dell’imperatore, le lotte continuarono finché, ormai inviso a una consistente parte della Curia romana, si beccò una momentanea espulsione per “indegnità”, e rassegnò il suo mandato nelle mani del Papa. Chissà cosa aveva combinato da quel gran peccatore che era! Ottaviano si ritirò allora in uno dei suoi feudi che sorgeva nell’Alto Mugello, in località Le Valli. Ora a preoccuparlo c’erano soprattutto gli avvenimenti mugellani che interessavano il feudo natale e la sua famiglia. Da poco erano stati costretti a vendere ai fiorentini (probabilmente dopo furibonde battaglie di cui, però, non sono rimaste tracce storiche) l’intero feudo della Pila, che non aveva saputo resistere all’avanzata di Firenze verso nord, un’avanzata che fu anche di tipo economico. Così, la famiglia era stata costretta a trasferirsi nel feudo dei parenti a Montaccianico sopra un rilievo a nord di Sant’Agata, dove c’era un castello semicircolare edificato dagli Ubaldini già nel 1145. Ma anche quel feudo rimase ben presto vittima dell’invadenza fiorentina. Era una cosa, questa, che Ottaviano non poteva proprio tollerare, che lo costringeva a tirar fuori di nuovo la sua ambizione e l’anima ghibellina. Nel 1251 il Cardinale, dopo l’ennesimo attacco distruttivo dei fiorentini al castello, pensò che la misura era colma e mise in moto amicizie e finanze per la salvaguardia dei territori feudali mugellani. Decise di acquisire e ricostruire il maniero più grande e forte di prima. I lavori durarono anni, ma alla fine un castello fortificato e imprendibile (la storia lo dimostrerà), sorgeva orgoglioso a dominare il Mugello, con due possenti cinte murarie larghe almeno tre metri. Raccontava Giovanni d’Jacopo Morelli all’inizio del XV secolo: “…il cardinale Ottaviano; fu costui uomo superbo e quasi tirannico, molto orgoglioso e quasi tutto fuori di modi e contenenza ecclesiastica. … e abbondando di molte ricchezze, gli venne pensiero, come quello che appetiva tirannia, di fare una mirabile fortezza in Mugello ovvero nell’Alpe, .. e prima egli ebbe consiglio con gran maestri di murare e con savi e pratichi uomini d’arme, e con loro e suo consiglio fece disegnare la fortezza …in pochi anni la rocca fu edificata e interamente fatta e compiuta, fornita di tutto guernimento opportuno alla difesa.” Nel 1252 Ottaviano invitò a sostare nel magnifico maniero di Montaccianico Papa Innocenzo IV durante il viaggio di ritorno da Avignone a Roma. Il cardinale si affacciò dalla torre e si vantò spudoratamente del proprio potere: “Questo è il mio giardino!”, esclamò orgoglioso mostrando l’intera valle. Effimere miserie umane! Oggi sul luogo simbolo dell’infinito orgoglio d’Ottaviano, rimangono pochi resti e tanta vegetazione spontanea. Intanto, sistemata per il momento la questione mugellana, riprese a “manipolare” alla grande i suoi Papi. Nuove sue indecisioni provocarono insuccessi militari e gli inimicarono il pontefice, ma riuscì comunque a favorire l’ascesa al papato dei successori. Proprio uno di questi, il riconoscente Alessandro IV, soggiogato dalla forte personalità del Cardinale, lo nominò comandante della spedizione contro Manfredi (1255). Dopo i successi iniziali, il nostro uomo rimase assediato a Foggia, accettando in tutta fretta un ambiguo trattato di pace che lo mise in cattiva luce a Roma. Ma sarà stata vera incapacità militare o piuttosto furbizia strategica? Vi dico solo che tre anni dopo Manfredi appoggiò il suo tentativo di colpo di stato ghibellino a Firenze, anche se una lettera intercettata svelò la congiura. Ottaviano fu alla fine messo in disparte nella Curia pontificia, però, dopo la sconfitta di Montaperti, agevolata finanziariamente proprio dal Cardinale, i ghibellini salirono al potere e il nostro tornò in auge. Ormai godeva di un grande prestigio e così, non solo favorì gli Ubaldini contro Firenze, ma continuò a condizionare l’elezione dei papi. A un certo punto rischiò di diventarlo lui stesso, ma le inimicizie che aveva generato erano davvero troppe! Il nuovo papa, Gregorio X, manco a dirlo lo appoggiò in una nuova congiura verso Firenze, ma proprio quando stava per riuscire nell’impresa, morì nel suo castello di Santa Croce a Fagna portando tutte le strategie nella tomba (1273). In antico, il suo sepolcro di marmo era conservato accanto a quello di Dino Rosoni proprio davanti alla pieve di Fagna. In seguito, furono spostati all’interno della chiesa (1529): poi rimase solo una lapide, in seguito sostituita, che ricordava l’antica sepoltura. Un giorno Ottaviano ebbe modo di affermare: “Io posso dire, se è anima, che l’ho perduta per la parte ghibellina”. Era un modo eloquente per mostrare la fede politica certa ma una convinzione cristiana altrettanto incerta, che metteva in dubbio l’esistenza stessa dell’anima. E in quanto a quattrini come se la passava? Ogni tanto comprava terre e case, come fece a Razzuolo, S. Giovanni Maggiore, San Michele a Ronta, ma quello non era certo un grande sforzo economico per il nostro Ottaviano, il quale oltre al potere aveva dalla sua una grande ricchezza. Nel 1262 fu redatto dal notaio Giovanni di Catto a Santa Croce di Fagna un inventario delle cose preziose del cardinale che erano consegnate in deposito. Ebbene, nel lungo documento si segnalava la presenza tra l’altro di pezze di stoffa pregiate, centinaia di oggetti in oro e argento tra cui coppe “coperte d’oro”, bacili, orci, corone, calici, “anelli con rubini smeraldi e zaffiri”, perle “grosse, non così grosse e minute”, topazi, diamanti, cammei e cristalli per un valore pari ad almeno 3.000 marchi di buoni e legali sterlinghi. Per essere un pio religioso non era certo messo male, con buona pace della neonata, mitica povertà francescana!

(di Fabrizio Scheggi)

Oggi il nostro lungo viaggio alla scoperta dei personaggi che hanno avuto a che fare con la valle del Mugello fa sosta davanti alla porta di un uomo della nostra storia più recente ma davvero particolare, tra l’altro nemmeno mugellano doc, perché Guglielmo Sanguinetti era nato a Parma il 20 gennaio 1894. La sua vicenda si può sostanzialmente dividere in due fasi. La prima è quella dell’adolescenza di un emiliano “ruspante” il quale, nella sua terra, respirò fin da giovane il diffuso anticlericalismo, maturando la propensione atea, come si dice da “mangiapreti”; non appariva però privo di un animo generoso, di un grande cuore, davvero d’oro, palpitante e sensibile. E la cosa si consolidò durante gli studi universitari e nella frequentazione dell’ambiente medico romano. Innamorato perdutamente di Emilia Spilmann, conosciuta già ai tempi del liceo, se la sposò subito dopo la fine della prima guerra mondiale. Questo evento condizionerà il futuro universitario che voleva per lui il prof. Cesare Frugoni, il quale si era accorto delle doti non comuni di Guglielmo vedendolo operare nell’ospedale da campo al capezzale dei feriti. Ma Sanguinetti aveva le idee molto chiare in proposito; per prima cosa, voleva metter subito su famiglia. Così, prese le valige e la sua dolce metà, e cominciò a esercitare la professione nel nostro Mugello. Nella valle, diventò presto l’amatissimo “Mino”, medico condotto di Borgo San Lorenzo per 26 anni, dal 1920 al 1946. Nonostante l’aspetto apparentemente burbero, fu adorato e stimato da tutti, e tanti borghigiani si ricordano ancora le sue piccole, grandi imprese; le corse per gli ammalati in casolari sperduti o nei ghetti dei pigionali, la sua generosità nei confronti di quelle persone che non avevano mezzi (e alle quali a volte insieme alle medicine portava persino il pranzo!). Si ricordano, soprattutto, il suo eroismo durante e dopo il bombardamento aereo del 30 dicembre 1943, prima a Ronta di Mugello e successivamente a Borgo San Lorenzo. E chissà, forse sarà stato proprio lui a costatare la terribile fine di mia nonna e di mio zio (un bambino di soli 11 anni) morti in una vigna sotto le bombe proprio alle soglie di Ronta, una drammatica e sfortunata circostanza per la mia famiglia.  Guglielmo aveva da poco iniziato la seconda fase della sua vita, segnata da un primo viaggio a San Giovanni Rotondo che lo aveva poi portato a collaborare con la Misericordia borghigiana di cui fu anche Presidente, stimolato in questo da un grande amico, il dott. Pietro Casini.  La sua opera in Mugello fu proficua e davvero instancabile. Nel 1941 da Luco si manifestò l’esigenza di sangue, e il dott. Sanguinetti si dette da fare, fondando il primo gruppo “donatori di sangue” a Borgo. Le prime trasfusioni avvennero in forma “diretta” collegando un tubicino con stantuffo dalla vena del donatore verso quella del ricevente! Più dirette di così, si muore! Nel 1942 fu la volta della principessa Isabella Borghese, che abitava al Palagio di Scarperia, la quale donò un apparecchio radiologico contattando proprio Sanguinetti. Colta al balzo l’occasione, sapendo che a Firenze tutti gli apparecchi erano stati distrutti dalle bombe ed essendo insicura la sede borghigiana della Misericordia, fece installare l’impianto nella canonica di San Giovanni Maggiore a Panicaglia. Fu poi la volta di una macchina per curare con i raggi infrarossi ed ultravioletti e perfino di un’ambulanza, un “Gippone” fornito dall’A.M.G. Nell’ottobre del 1946 il dott. Sanguinetti arrivò a San Giovanni Rotondo con l’intenzione di fermarsi otto giorni, che però diventarono quaranta. Qui visse la gioia della conversione, un’esperienza di profonda spiritualità, intrecciò rapporti di amicizia con Padre Pio (Orazio, padre del frate, morì proprio in quei giorni alla presenza di Sanguinetti). Il grande frate vide subito in lui l’uomo che avrebbe realizzato il “sogno”. Gli espose il progetto, aggiungendo solo “Tu lavorerai per me, è tempo. Lascia il Mugello e vieni sul Gargano». Così, il medico abbandonò l’amata valle e si trasferì a San Giovanni Rotondo con la moglie, per sempre. A questo proposito, ritengo che la cosa migliore sia riportare integralmente quanto ha ben scritto sull’argomento Aldo Giovannini, profondo conoscitore delle “cose” mugellane: “Un giorno la fedele compagna della sua vita, Emilia Spilmann, lui la chiamava brevemente sempre “Mi”, manifestò il desiderio di conoscere il Rev.mo Padre Pio da Pietrelcina. Riluttante Sanguinetti non ne voleva sapere, ma dietro l’insistenza della moglie acconsentì anche se a malincuore. Lui il “mangia-preti” da un frate!! “Vengo solo per farti da autista”. Il lungo viaggio con la sua Fiat Balilla tre marce, l’arrivo a San Giovanni Rotondo (Foggia), era il 27 maggio 1935, la conoscenza di Padre Pio, la visione di una sofferenza indicibile. Tornò a Borgo San Lorenzo completamente trasformato, una conversione totale verso i figli di San Francesco d’Assisi e verso quel frate, il quale salutandolo gli battè una mano sulla spalla, dicendogli che sarebbe ritornato. E Sanguinetti il massone emiliano, destinato molto probabilmente ad una brillante carriera di docente universitario, ritornò, invece, a San Giovanni Rotondo lasciando tutto e tutti, agi e beni. Divenne il “dottore” toscano di aspetto burbero e severo, ma di animo generoso come quando era nel suo Mugello a visitare gli ammalati sul Monte Giovi o sui contrafforti appenninici del passo della Colla, ma con un ingrediente in più: la fede ritrovata. “Le mie giornate – così scrive all’amico dott. Bruno Cesarini – si fuggono con rapidità paurosa, devo comparire nel cantiere dei lavori dell’Ospedale di Casa Sollievo della Sofferenza, devo inforcare una macchina o il camioncino per contrattare, acquistare vari materiali per la costruzione e poi i conti la partita doppia (la mia bestia nera!), i permessi, i documenti comunali e statali, le ditte, gli enti, le aziende, quanto basterebbe a far perdere la pazienza ed amare la pastorizia -“. Ma ecco nel proseguo della lettera il vero senso della conversione del mangia-preti emiliano toscano:“… chiudo la mia giornata, con una visita a Padre Pio. E’ questa la vera ricompensa delle mie fatiche. Egli a volte mi chiama “camionista”, a volte “facchino”, a volte “carrettiere” e ride di questa mia nuova attività alla quale dedico tutto il mio entusiasmo di questa mia terza giovinezza! Ma spesso le conversazioni con lui (Padre Pio), si svolgono sui problemi dello spirito e salgono allora molto in alto in un orizzonte che è stratosferico perché non vi esistono più nubi o tempeste e tutto è sereno e luminoso. Si respira allora tutta l’anima e ci si sente inondati di pace “. La realizzazione dell’Ospedale, definito da Padre Pio nel 1940 “Casa Sollievo della Sofferenza”, fu un “sogno” a cui Sanguinetti dedicò il resto della sua vita. Anche se l’entrata in guerra dell’Italia bloccò momentaneamente i lavori, dal 1946 il progetto decollò. Fu stabilito un piano che portò finalmente, grazie anche al prezioso lavoro del nostro medico, all’inaugurazione del Poliambulatorio il 25 luglio 1954. Guglielmo ebbe la fortuna di veder realizzato almeno questo reparto; per il nostro dottore, gli anni spesi con ardore e impegno avevano avuto felice compimento. Improvvisamente, Guglielmo Sanguinetti s’accasciò a terra; la morte lo ghermì repentinamente a San Giovanni Rotondo quando non aveva ancora sessant’anni. Era il 6 settembre 1954, e anche per Padre Pio fu una perdita enorme, la perdita di un devoto, sincero figlio spirituale. Ma il suo grande traguardo Guglielmo lo aveva già raggiunto. Dopo due anni, il 5 maggio 1956, fu inaugurato, in mezzo a migliaia di persone, il grandioso Ospedale della “Casa”. Davanti alla grande folla, ben stretto al fianco di Padre Pio, c’era idealmente proprio Guglielmo Sanguinetti, il collaboratore della prim’ora, il suo “braccio destro” convertito e insostituibile. La vita del nostro “dottore” era ormai diventata leggenda.

(di Fabrizio Scheggi)

NOTA A MARGINE: L’indagine svolta da architetti della Provincia di Foggia ha permesso di stabilire quali furono i preziosi collaboratori di Guglielmo Sanguinetti che lavorarono per Padre Pio alla Casa Sollievo della Sofferenza dopo la fine della seconda guerra:  Angelo Lupi di Castel Frentano (Chieti), l’Ing. Gaetano Candelori di Atri (Teramo),  l’Ing. Attilio Vianale di Lama dei Peligni (Chieti), Tommaso Pomanti di Torricella Sicura (Teramo). Per vari motivi, nella storiografia di Casa Sollievo della Sofferenza non erano mai stati citati, probabilmente a causa dell’improvvisa scomparsa dello stesso Sanguinetti avvenuta due anni prima l’inaugurazione del Complesso ospedaliero. Fu dimenticata anche la fase preparatoria del progetto, ascrivibile all’Arch. Sirio Giametta, e le fruttuose partecipazioni dell’allora giovanissimo Avv. Giovanni Colletti di Pescara  già amico e consulente legale di Padre Pio e di Sanguinetti, e il Magistrato Giovangualberto Alessandri, per diversi anni Pretore a Borgo San Lorenzo nel Mugello. Si tratta di parentesi storiche significative, che si intrecciano nel tempo e nello spazio fra il Mugello, il pescarese e il foggiano, uniti nella realizzazione di un Ospedale vanto ed onore dell’Italia nel mondo.

Famiglie mugellane

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