Il Sindaco Borchi rievoca con un lungo racconto quel giorno tragico del 1944 che quest’anno non si è potuto celebrare in altro modo

“Sono gelato dal freddo!”. Ma forse può più l’ansia. Hans, di Amburgo, diciannove anni, recluta della Goering, è alla sua prima azione di guerra. In realtà non ha capito bene contro che nemico deve battersi: “Banditi sono, terroristi!”. Gli hanno detto che devono spazzare via questi partigiani che un mese fa hanno avuto la sfrontatezza di tendere un agguato ad un convoglio ferroviario di suoi  commilitoni. Ed un’altra volta, appena pochi giorni prima, hanno ucciso sulla strada, che ha appena percorso, che va da Firenze a quel Nord, che lo riporterebbe alla sua casa agognata, altri 5-6 soldati tedeschi. Si nascondono nei boschi infidi di questo monte, di cui a buio, ben prima dell’alba, se ne intravede appena la sagoma scura.

Don Mario, parroco di Cerreto Maggio, è ancora a letto, nella sua canonica. E’ il lunedì dell’Angelo del 1944. 10 aprile. Sa che lo aspetta un’intensa giornata di funzioni.

“Raus, raus…”Il sergente ordina e stimola gli uomini, un centinaio,  a scendere dalle camionette. Si schierano, hanno con loro il Mauser, bombe a mano, ma anche mitragliatrici e mortai.

Hans è tra gli ultimi della fila, inesperto, quasi timido, si protegge, nell’animo, dietro i camerati veterani.

L’ufficiale che guida la colonna è arrivato davanti ad una prima casa. Scalcia contro la porta. La tensione monta, mista alla paura, i soldati, eccitati, aspirano solo a buttarsi nell’azione. Un uomo robusto socchiude titubante la porta. Viene letteralmente gettato di lato mentre i soldati urlanti irrompono nella casa spianando le mitragliette.

“Ma cosa fanno a quelle donne!?” Hans è rimasto in disparte. Non capisce: “Questi sono civili, non sono armati!….”.

I suoi camerati trovano un fucile da caccia, vanno dall’uomo robusto che balbetta appena. Lo portano fuori, lui urla, le donne si disperano. Gli scaricano addosso l’intero caricatore di una Luger. Il gelo e lo stupore prendono Hans: è la prima volta che vede il sangue di un uomo che schizza insieme alla materia cerebrale imbrattando gli stivali del suo giustiziere.

Intanto Don Mario ha sentito delle detonazioni provenire da basso. Alla mamma, con cui divide casa: “Ma cosa sta succedendo!?”

Rumori di motori di automezzi che salgono alla chiesa: “Tedeschi mamma, oddio cosa vorranno!?”

Urla gutturali che urlano comandi incomprensibili. Titubante don Martinuzzi apre la porta , viene spintonato da parte, i soldati entrano nella canonica violando tutte le stanze, aprendo le cassapanche, gli armadi, la madia, scaraventano a terra tutto ciò che trovano.

Trascinano il prete, il fratello e gli uomini che hanno preso nelle case intorno, dentro la stalla del contadino. Ci rimarranno per undici ore, senza nemmeno un po’ di acqua.

Intanto Hans, con un altra colonna di soldati, finalmente ha raggiunto un pianoro, dove si raccolgono tre case coloniche: ha il fiatone, dopo essersi inerpicato quasi di corsa su per una mulattiera dentro il bosco. L’ufficiale tedesco va sicuro alla prima casa, è guidato da un italiano che veste la divisa tedesca. I soldati gridano: “Partisan, dove partisan!”. Il primo lo uccidono sulla porta: è un uomo, un contadino che si apprestava a condividere un giorno di festa con i parenti venuti dalla piana. Agita in mano, a propria discolpa, dei documenti, ma non gli serviranno. Quindi, mentre una donna anziana urla dalla disperazione, i commilitoni di Hans freddano anche il fratello che cade davanti alla moglie ammutolita dalla paura. Sono già alla seconda casa. Le dita del ragazzo di Amburgo, nella divisa troppo grande da soldato, serrano gelide il fucile, mentre i suoi occhi vedono il sottufficiale che scarica la machin-pistole su un altro uomo, che cadendo schiaccia la faccia abbronzata da contadino sul pavimento che si imbratta del suo sangue. Ma ce n’è un altro. Tenta di scappare dal retro della casa, ma invano, è colpito dalle raffiche di mitra dei militari appostati. Cade sull’erba tenera appena rispuntata in questi primi giorni di primavera.

Coi lanciafiamme danno fuoco alle due case. Una terza, coi suoi occupanti, sarà risparmiata.

Un fumo nero, inquietante si alza dalla collina che don Mario Martinuzzi intravede da una finestrina della stalla, dove è rinchiuso a Cerreto: “Cosa sta succedendo a Morlione?”

Il prete si domanda anche cosa siano quelle detonazioni che rimbombano nella valle: due mortai dall’aia stanno sparando verso il bosco del Casalino, dove abitualmente si nascondono i prigionieri alleati in fuga, insieme ai partigiani.

I soldati tedeschi, una cinquantina, si sono tolti l’elmetto, bevono e si sciacquano alla pila della fonte.  E’ tardo pomeriggio, quando il parroco viene fatto uscire dalla stalla insieme agli altri uomini, contadini di Cerreto. Don Mario  vede i soldati stanchi e sudati; immagina che abbiano rastrellato il monte Morello alla ricerca dei partigiani. Ma non ci sono prigionieri.

Gli viene caricata una cassetta di munizioni in spalla, così come agli altri uomini e con un tedesco armato per parte vengono fatti incolonnare verso la Casaccia. Vi arrivano al tramonto e quando scaricano le munizioni a terra: “Ma che fanno!?”. I tedeschi si sono allineati su due file, puntano i fucili verso il gruppo di uomini. Posano le armi al piede. Quindi li ripuntano minacciosi ancora nella loro direzione: “Dio mio!”

Prove di fucilazione. Poi l’ufficiale urla un ordine in quella lingua che sa essere dura e imperiosa: tutti a bordo delle camionette. I prigionieri vengono fatti salire uno ciascuno sul cofano di un automezzo e partono verso Vaglia.

“Tu chi sei?”. “Un parroco, un prete”. “Raus!”. Don Mario viene gettato a terra, buttato fuori dalla colonna. Vede allontanarsi i suoi compaesani prigionieri senza esser riuscito a farli liberare.

Torna verso casa, è all’imbrunire, ma vede distintamente delle figure a Morlione, che si stagliano verso il cielo del tramonto e urlano e si sbracciano. Non ha il coraggio di arrivare da loro.

Trova la casa razziata di tutte le provviste proprie e dei contadini che nella sua cantina avevano riposto tutte le loro riserve di salami, spalle, forme di formaggio, per non farle trovare ai partigiani.

Anche l’argenteria che la signora Kennedy di Vaglia gli aveva affidato in un cassa, è stata portata via.

Intanto i prigionieri sono stati rinchiusi alla Locanda di Vaglia. Alle due di notte, approfittando di un’assenza della guardia, Marcello, il fratello di don Mario e gli altri uomini si danno alla fuga.

Il giorno dopo. I tedeschi ritornano e rastrellano di nuovo i boschi e le case. Cesare li sente arrivare:”Mamma andiamo”. Sorregge la madre anziana mentre cercano di allontanarsi a piedi da Cerreto Maggio lungo la carrareccia.

Uno dei soldati li vede. Impugna il moschetto. Alza la tacca di mira. L’uomo e la donna sono a più di duecento metri. Prende la mira. Trattiene il respiro…….tira il grilletto. Un boato, secco, risuona nella valle. I compagni ridono, gli fanno i rallegramenti. Lui sorride soddisfatto: ha fatto centro, l’uomo si è accasciato.

Silvio invece sarà trovato morto, passata la cappella di Ceppeto. Lui è un boscaiolo, anche nel giorno di festa è al lavoro nel vivaio: è stato trapassato dalla mitraglia che i tedeschi hanno scaricato attraverso le pareti di legno della capanna eretta tra le querce e gli ornielli. Forse non si è nemmeno reso conto che la morte gli stava arrivando addosso.

Ma la guerra non avrà il tempo per indurire il cuore ad Hans. Né lui si abituerà ai saccheggi ed alle fucilazioni dei civili. Non riuscirà a passare il fronte della linea Gotica sull’Appennino, ma qui vi riposerà per sempre: è uno dei 30.683 soldati tedeschi sepolti al Deutscher Soldatenfriedhof Futa Pass, dove, se vai a leggere le steli sulle tombe, tra tante di ignoti, troverai solo nomi di ragazzi, poco più che adolescenti, o padri di famiglia, uomini maturi ultra quarantenni.

(Liberamente, ma non troppo, romanzato da Leonardo Borchi)

 

Le famiglie Sarti e Biancalani facevano parte di un’organizzazione spontanea di assistenza ai prigionieri inglesi sbandati, a cui davano da mangiare, li rifornivano di acqua calda e nello stesso modo sostenevano i partigiani  nascosti su Monte Morello. I tedeschi lo sapevano.

Il guardiacaccia  Gabriello, con l’assenso del suo padrone, il Principe Corsini, riforniva l’organizzazione  di carne fresca procurando selvaggina.

Sarti Fortunato, Sarti Aurelio, Biancalani Savino, Biancalani Giovanni,  coloni; Mannini Gabriello, guardiacaccia; Paoli Cesare, colono; Rossi Silvio, boscaiolo, chi ha dato la vita per generosità o per fatalità:”

 

“Voglio ricordare così, oggi, – prosegue Leonardo Borchi -immersi come siamo in questa emergenza epocale del coronavirus, che per la prima volta dal 1944 ci impedisce di commemorare, nella chiesetta di Cerreto Maggio, con i pochi testimoni rimasti e con i loro eredi, questo truce episodio che colpì così duramente la comunità di Vaglia. Si era nell’indicibile tragedia che fu la seconda guerra mondiale, con i lutti, le distruzioni, gli odi che si portò dietro.

Voglio anche sottolineare che durante le guerre il diavolo non sta mai da una sola parte. Che  gli italiani, “brava gente”, durante le guerre, hanno fatto le stesse cose dei nazisti. Meno che la sistematica eliminazione di ebrei, zingari, omosessuali e psicopatici. Questo è avvenuto in Grecia, in Croazia, prima ancora in Abissinia e Libia. E non erano solo le camicie nere, ma anche i nostri alpini. Ci ha fatto comodo scotomizzare quel lato oscuro della nostra storia. Ma questo non ci ha permesso di rivisitarlo storicamente, di assumerne il carico di responsabilità e di avere oggi dei veri”anticorpi”.

Solo una cultura di tolleranza, basata sulla giustizia dei rapporti tra le persone e tra i popoli, sulla equa distribuzione delle ricchezze, nel rispetto delle libertà di ognuno  può ostracizzare la violenza e la tragedia delle guerre.

Perché il diritto alla libertà ed alla giustizia non è conquistato per sempre e va difeso da ciascuno di noi, con i piccoli gesti quotidiani ed anche con la consapevolezza che deriva dal ricordo del sacrificio- conclude Borchi –  di chi si espose con spirito di solidarietà pagando il prezzo della propria vita”.

Leonardo Borchi, Sindaco